C’è stato un periodo, nei primi anni ’80, in cui l’Europa e l’America sembravano aver improvvisamente riscoperto l’Africa, in cui il ricco mondo occidentale pareva essersi accorto di non essere unico al mondo e di convivere invece con nazioni economicamente meno fortunate. E, forse paradossalmente, i primi a rendersi conto in maniera più forte e netta del divario che esisteva tra Primo Mondo e Terzo Mondo non furono i giornalisti (se non quei pochi inviati di frontiera e non certo “mainstream”), né i cineasti, che nei decenni precedenti erano stati invece la vera coscienza critica del mondo occidentale, ma prima di tutto i musicisti.

Circa trent’anni fa, uscirono infatti a stretto giro di posta una serie di brani che spostarono – per la prima volta con quella decisione – i riflettori sul continente nero, sia per questioni politiche che per motivi più faceti: stiamo pensando a I Zimbra dei Talking Heads, a Walk Like an Egyptian delle Bangles, a Fire in Cairo dei Cure, a Biko di Peter Gabriel, a Radio Africa dei Latin Quarter, al progetto USA for Africa e a molte altre canzoni di cui nel prosieguo di questo articolo parleremo. Certo, c’erano stati dei prodromi e ci sarebbero poi stati anche dei seguiti, ma quello fu sicuramente il periodo della riscoperta musicale e politica dell’Africa.

 

Crosby, Stills & Nash – Marrakesh Express

da Crosby, Stills & Nash, 1969

Come detto, prima degli anni ’80 l’Africa non era certo il soggetto preferito dai musicisti europei o americani. Certo, qualche eccezione in realtà c’era stata. Ad esempio, nel 1969 il supergruppo appena creato da David Crosby (ex leader dei Byrds), Stephen Stills (già membro dei Buffalo Springfield) e Graham Nash (l’unico inglese, ex membro degli Hollies) aveva dato alle stampe un album, Crosby, Stills & Nash, che conteneva – come primo singolo – la bella Marrakesh Express.

La canzone era stata scritta da Nash ancora mentre faceva parte degli Hollies, che ne incisero infatti una prima versione non ritenuta abbastanza incisiva da finire in un album; la ripropose quindi col nuovo gruppo, cantandola lui stesso come voce solista, e stavolta la registrazione fu più convincente. L’ispirazione del brano veniva da un viaggio che lo stesso Nash aveva compiuto in Marocco nel 1966, prendendo appunto il celebre treno chiamato Marrakesh Express: durante quel viaggio – come spiegò in un’intervista a Rolling Stones – decise di abbandonare la prima classe, giudicata “troppo noiosa”, e spostarsi nei vagoni popolari, in mezzo ad anatre e polli che vengono puntualmente citati nel brano.

 

Toto – Africa

da Toto IV, 1982

Se in Graham Nash l’Africa – che era comunque l’Africa sahariana – era più che altro un’immagine quasi folkloristica, nei Toto, gruppo californiano di grande successo nei primi anni ’80, diventava una metafora per raccontare un amore da raggiungere e con cui riscattarsi. Scritta dal tastierista David Paich in collaborazione col batterista del gruppo, Jeff Porcaro, la canzone uscì all’interno del quarto album di studio del gruppo, Toto IV, divenendone presto il terzo singolo e probabilmente la canzone in assoluto più famosa, raggiungendo anche la vetta della classifica americana.

Il brano cita ripetutamente, nel ritornello, le piogge africane e, nella seconda strofa, il Kilimangiaro e la pianura di Serengeti, ma, come detto, tutte queste immagini servono più che altro a creare l’atmosfera in una canzone d’amore che altrimenti sarebbe stata abbastanza tradizionale. Il successo – grazie anche al varo di uno dei primi videoclip di successo della storia della musica americana – fu comunque clamoroso e prolungato nel tempo: non a caso il brano è stato introdotto nella colonna sonora di svariate serie tv, di videogiochi ed è diventato perfino l’inno di alcune università americane.

 

Band Aid – Do They Know It’s Christmas?

L’evento benefico organizzato da Bob Geldof nel 1984

L’apice dell’interesse occidentale nei confronti dell’Africa fu però raggiunto nel 1984, quando il supergruppo angloirlandese Band Aid lanciò il singolo Do They Know It’s Christmas? La storia di come questa canzone vide la luce è abbastanza nota, anche perché giusto un anno fa se ne è celebrato il trentennale: proprio nel 1984 Bob Geldof, un cantante irlandese allora noto come leader dei Boomtown Rats e interprete della versione cinematografica di The Wall dei Pink Floyd, vide un documentario sulla terribile carestia che stava colpendo l’Etiopia e ne rimase così scosso da pensare immediatamente di registrare un singolo assieme a vari colleghi in modo da devolvere gli incassi in beneficienza.

Per questo coinvolse Midge Ure, leader degli Ultravox, nella stesura del brano e poi contattò una serie di artisti di primo piano affinché venissero a cantare: le voci guida furono incise da Simon Le Bon dei Duran Duran e da Sting, appena fuoriuscito dai Police, ma parteciparono – cantando o suonando – anche Bono e Adam Clayton degli U2, Phil Collins, Boy George, George Michael, Paul Young, Kool dei Kool & the Gang, le Bananarama, gli Spandau Ballet, il resto dei Duran Duran, gli Status Quo ed altri ancora; Ure e Geldof, invece, si occuparono della produzione e comparvero nei cori, ma non si presero parti da solista. La canzone fu un grande successo, vendendo più di 6 milioni di copie solo tra Gran Bretagna e Stati Uniti, raggiungendo la vetta della classifica in decine di paesi (Italia compresa) e dando avvio a una stagione di grande impegno da parte della scena rock in temi di attualità, umanitari e politici.

 

Paul Simon – Under African Skies

da Graceland, 1986

L’interesse per l’Africa nei primi anni ’80 non fu legato però solo a temi politici e filantropici, ma anche a una riscoperta del sound di quel continente. La cosiddetta world music vide infatti il suo periodo d’oro proprio in quel decennio, grazie alle contaminazioni tra musica etnica e pop portate avanti da artisti del calibro di Peter Gabriel, Paul Simon e, sul versante africano, Youssou N’Dour, Papa Wemba ed altri. Proprio Simon sfornò, nel 1986, uno dei dischi più belli tra quelli caratterizzati da queste nuove sonorità, Graceland, che rappresentò anche una svolta all’interno di una carriera che aveva toccato vette clamorose negli anni ’60 e ’70 ma che sembrava nettamente in calo di ispirazione.

Il disco fu registrato durante un lungo viaggio di Simon in Sud Africa (nonostante il boicottaggio che l’Occidente aveva imposto a quel paese a causa dell’apartheid, cosa che non mancò di suscitare polemiche), grazie anche alla collaborazione con numerosi musicisti locali, ed ebbe un ottimo successo, vendendo 16 milioni di copie e conquistando il Grammy come album dell’anno. Nonostante tutte le canzoni del disco parlino in qualche modo dell’Africa, è forse Under African Skies la più significativa, visto che nel ritornello viene sottolineato il percorso compiuto per arrivare alle radici del ritmo, radici che affondano nell’emisfero australe e in particolare nei cieli africani.

 

Kanye West – Diamonds from Sierra Leone (remix)

da Late Registration, 2005

Concludiamo con una canzone decisamente più recente, che ci dimostra da un lato come i problemi dell’Africa siano purtroppo ben lungi dall’essere risolti in maniera definitiva, dall’altro come comunque la musica mainstream, che non è forse così impegnata come negli anni ’80, non abbia completamente dimenticato certe tematiche. La canzone a cui stiamo facendo riferimento è Diamonds from Sierra Leone di Kanye West, soprattutto nella sua versione remixata: contenuta in Late Registration, il secondo album del rapper, affrontava infatti il tema dei “blood diamonds”, cioè dei diamanti della Sierra Leone il cui traffico è fortemente legato alla guerra civile che lì si è combattuta a lungo.

Nella prima versione della canzone, West – campionando anche un pezzo del brano Diamonds Are Forever cantato da Shirley Bassey nel 1971 per la colonna sonora di Agente 007 – Una cascata di diamanti – si scagliava contro l’apparenza dello star system, toccando sì il tema della Sierra Leone ma concentrandosi maggiormente sul modo in cui quei diamanti e in generale la ricchezza venivano gestiti nei paesi occidentali; nella versione remixata (a cui partecipò anche Jay-Z), invece, il tema africano si faceva più forte, con nuovi versi scritti per l’occasione: «People lose hands, legs, arms for real – rappava in apertura –. Little was known of Sierra Leone and how it connects to the diamonds we own. […] Though it’s thousands of miles away, Sierra Leone connects to what we go through today».

 

Segnala altre cinque straordinarie canzoni sull’Africa nei commenti.