Noi italiani veniamo spesso presentati come un popolo solare. Per come ci vedono gli europei, amiamo divertirci, corteggiare le persone, ridere e assaporare la vita. Come in tutti i luoghi comuni, in quest’idea c’è un fondo di verità ma anche tanta approssimazione. Perché sicuramente il clima e un certo atteggiamento nei confronti della vita ci aiutano a sorridere e ad apprezzare il lato positivo dell’esistenza, ma non è che dalle nostre parti manchino, in realtà, tristezza, depressione o rabbia.

Vedere la realtà è però impresa difficile, e i luoghi comuni ci semplificano la vita. Così siamo portati a pensare che questi sentimenti siano tipici piuttosto dei popoli nordici. Chiusi, infreddoliti dal clima, poco propensi a socializzare: siamo sempre pronti a etichettarli come “freddi”. A rafforzarci in queste convinzioni sono tra l’altro alcune leggende metropolitane, come quella che vorrebbe che in Scandinavia, ad esempio, il numero dei suicidi sia particolarmente alto. Ma, più prosaicamente, ci piace notare che anche le opere dell’ingegno dei popoli del nord siano spesso più cupe e malinconiche.

La tristezza in musica

Pensate, ad esempio, alla musica. Noi abbiamo Volare e la melodia, loro – lo sottolineiamo spesso – canzoni sussurrate e rock rabbioso. O almeno, come detto, così a noi piace pensare. In realtà, in ogni discografia nazionale si trovano brani che spaziano da un lato all’altro della gamma di emozioni. E quindi non si può certo dire che la musica inglese sia triste tout court.

È però anche vero che nella storia della canzone britannica e irlandese si trovano alcuni pezzi tristi che sono oggettivamente magnifici. Ne abbiamo selezionati cinque, lasciando da parte gli americani, che tratteremo a parte in futuro. Procediamo.

 

Beatles – Eleanor Rigby

La canzone che chiuse l’epoca della spensieratezza

Il 45 giri di Yellow Submarine e Eleanor Rigby dei BeatlesCominciamo non solo da un classico, ma dalla canzone che ha rappresentato una svolta nel campo del pop. Fino al 1966, in Inghilterra, questo genere assicurava infatti testi sempre spensierati. Il massimo dello struggimento era rappresentato da una ragazza verso cui si lanciavano dichiarazioni d’amore, con la speranza, però, che il sogno romantico venisse presto coronato. Non si era abituati, in Gran Bretagna come nel resto del mondo, a brani che lasciassero l’amaro in bocca.

A modificare tutto furono per primi i Beatles, i quattro di Liverpool. Un gruppo che fino ad allora si era ben adeguato all’andamento dominante, con canzoni molto interessanti ma leggere, come I Want to Hold Your Hand o She Loves You. Già Yesterday, nel 1965, aveva fatto capire che l’aria stava cambiando, ma la canzone della svolta definitiva fu Eleanor Rigby.

Un pezzo di McCartney

Il brano, scritto da Paul McCartney, cominciava quasi con una dichiarazione d’intenti: «Ah, look at all the lonely people», recitavano infatti i primi versi. Dopodiché partiva la storia prima di Eleanor, poi di padre McKenzie. Entrambi i personaggi gravitavano attorno alla chiesa locale, ma apparivano soli. Le due immagini più significative evocate da Paul – che era anche la voce solista – erano quelle di Eleanor che raccoglieva il riso nella chiesa dopo un matrimonio e del prete che preparava un sermone che nessuno avrebbe ascoltato.

Accompagnata solo da un ottetto d’archi, la canzone procedeva mestamente verso il suo finale. Come detto, la voce principale era quella di McCartney, ma ai cori parteciparono Lennon e Harrison. Nessuno dei quattro Beatles, però, suonò, lasciando spazio ai violini, alla viola e al violoncello.

 

Sinéad O’Connor – Nothing Compares 2 U

La canzone di Prince rifatta all’irlandese

Nothing Compares 2 U eseguita da Sinéad O'ConnorDopo la svolta dei Beatles, facciamo ora un balzo in avanti. Arriviamo al 1990, un momento in cui la musica inglese era sempre più influenzata dai suoni che arrivavano dalla vicina Irlanda. Il decennio appena concluso era stato dominato dagli U2, ma le influenze gaeliche erano destinate a non finire lì. Proprio in quell’anno, infatti, salì in classifica una giovane interprete nativa di Dublino, Sinéad O’Connor.

La cantante aveva appena fatto uscire il suo secondo album, I Do Not Want What I Haven’t Got. Un disco che venne trascinato, nelle vendite, dal successo del suo primo singolo, Nothing Compares 2 U. La canzone, scritta dall’americano Prince, era datata 1985 ed era già stata incisa dai The Family, band di cui faceva parte lo stesso artista di Minneapolis. Ma non aveva ottenuto un grande successo, almeno fino a quando non fu reincisa dalla O’Connor.


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Il testo è una disperata dichiarazione d’amore, in cui una persona da poco lasciata spiega di non riuscire a risollevarsi. «Since you been gone I can do whatever I want. I can see whomever I choose. I can eat my dinner in a fancy restaurant. But nothing, I said nothing can take away the blues. ‘Cause nothing compares, nothing compares to you», recita infatti il brano.

Traducendo, per chi non mastica molto l’inglese, la canzone suona più o meno così: «Da quando te ne sei andato posso fare quello che voglio. Posso vedere chiunque io scelga. Posso cenare in un ristorante di lusso. Ma niente, ho detto niente riesce a liberarmi dalla tristezza. Perché niente è paragonabile, niente è paragonabile a te». Una malinconia che venne esaltata anche dal videoclip, in cui la telecamera si fissava sul volto intenso della cantante. Un videoclip che, all’epoca, divenne famosissimo e contribuì a rafforzare il successo del brano.

 

Amy Winehouse – Back to Black

La maestra dell’R&B più cupo

Back to Black, straordinario successo di Amy WinehouseSinéad O’Connor, di cui abbiamo appena finito di parlare, ha avuto una carriera molto tormentata. Dopo i grandi successi a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, infatti, si perse, perlopiù per problemi personali. Un destino simile, anche se meno drammatico, di quello toccato ad Amy Winehouse. Un’altra cantante dotata di un immenso talento, ma forse travolta dal successo.

Nata a Londra nel 1983, la Winehouse debuttò ad appena vent’anni con l’album Frank. Poco tempo dopo, però, sorprese il mondo con un disco straordinario, Back to Black. Un album trascinato da alcuni singoli di grande successo, come Rehab, Love Is a Losing Game e soprattutto l’eponima Back to Black. Una canzone, quest’ultima, capace di entrare nella top ten in diversi paesi europei, compreso il Regno Unito e l’Italia.

Il testo

«We only said goodbye with words – cantava la Winehouse nel ritornello –, I died a hundred times. You go back to her and I go back to black». «Ci siamo detti addio solo con le parole, sono morta un centinaio di volte. Tu torni da lei ed io torno al nero».

La canzone, fortemente influenzata dalla musica R&B degli anni ’60, fu elogiata anche per la sua maturità musicale. La voce di Amy Winehouse presenta infatti una grande profondità che stupì al tempo i critici e la accreditò come una delle interpreti più convincenti della sua generazione. Ma ancora non si immaginava che i suoi testi così tristi e cupi avrebbero avuto la meglio sul suo talento.

 

Adele – Someone Like You

Una storia d’amore finita

Someone Like You, una delle canzoni inglesi più tristi degli ultimi anniL’influenza della musica americana, e in particolare di quella black, emerge anche nella quarta canzone della nostra lista, Someone Like You. Un brano scritto da Adele assieme a Dan Wilson ed ispirato a una storia d’amore finita, vissuta in prima persona dalla stessa cantante britannica. Proprio la sincerità del testo e l’evocatività della musica hanno permesso alla canzone di conseguire uno straordinario successo.

Secondo singolo estratto dall’album 21 e brano di chiusura di quello stesso disco, Someone Like You è andata straordinariamente bene sia dal punto di vista commerciale che della critica. Nel primo senso, bisogna sottolineare che il singolo ha raggiunto la vetta della classifica in decine di paesi, compresi la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Italia. Dal punto di vista dei premi, invece, il pezzo ha ottenuto un Grammy per la miglior performance pop dell’anno.

Voce e piano

L’atmosfera particolare viene creata con un arrangiamento minimale. Oltre alla voce di Adele, corposa e struggente, l’unico strumento in scena è infatti il pianoforte. A suonarlo, nella versione discografica, è lo stesso Dan Wilson, collaboratore e coautore di Adele.

Dal momento della sua uscita, nel 2011, il pezzo è entrato rapidamente nella storia della musica britannica. Molte classifiche, sia composte da critici che da fan, lo hanno inserito tra i migliori della storia. Ma Someone Like You è stato anche già coverizzato in molte occasioni ed inserito in svariate colonne sonore. Ad esempio lo si è sentito in Grey’s Anatomy e in Glee, mentre è stato reinciso da Katy Perry e Taio Cruz.

 

Passenger – Let Her Go

«Maybe one day you’ll understand why everything you touch surely dies»

La copertina di Let Her GoChiudiamo con una canzone la cui musica non sembra, ad ascoltarla sulle prime, particolarmente triste. Se però comprendete l’inglese, o se quantomeno ne leggete il testo, vi accorgerete che il pezzo è in realtà drammaticamente triste, e che la musica fa piuttosto da contrappunto ad esso, generando un effetto molto particolare. Il brano, inciso da un allora sconosciuto cantante britannico, si intitola Let Her Go e non a caso ha venduto ben 7 milioni di copie.

Dietro il nome di Passenger, l’autore, c’è un unico artista, Mike Rosenberg. Nato a Brighton and Hove nel 1984, Rosenberg ha esordito giovanissimo, fondando un gruppo con il collega Andrew Phillips e incidendo con lui l’album Wicked Man’s Rest. Quell’esperienza non portò però molti frutti, e la band si sciolse in fretta. Rosenberg scelse però di mantenere il nome, e presentarsi quindi come Passenger.


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Incise quindi tre album da solista, senza riuscire però a sfondare. Tutto fino al 2012, quando dal suo nuovo lavoro – All the Little Lights – non venne estratto Let Her Go. Il pezzo ha venduto nel giro di poco tempo diversi milioni di copie (4 negli USA e 1 in Gran Bretagna, considerando solo i download digitali) e si è piazzato ottimamente nelle classifiche.

Il testo è drammatico in ogni suo verso. «You see her when you close your eyes – canta ad un certo punto Passenger –. Maybe one day you’ll understand why everything you touch surely dies. But you only need the light when it’s burning low, only miss the sun when it starts to snow, only know you love her when you let her go». Ovvero: «La vedi quando chiudi gli occhi. Forse un giorno capirai perché tutto ciò che tocchi muore di sicuro. Ma ti accorgi di aver bisogno della luce solo quando si abbassa, senti la mancanza del sole solo quando comincia a nevicare, ti accorgi di amarla solo quando la lasci andare».

 

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