Fabrizio De André non è certo un artista che ha bisogno di presentazioni. Tra gli anni ’60 e i ’90 ha segnato in maniera indelebile la canzone d’autore italiana, portandovi la ricerca testuale degli chansonnier francesi e il suono dei maestri americani, da Leonard Cohen in poi. Ma non è stato solo un figlio di esperienze straniere; ha anche introdotto molte cose nuove, in un gusto eclettico per la musica e per la letteratura che emerge da ogni suo disco.

Dalla sua scomparsa sono passati ormai molti anni, ma le sue canzoni, per fortuna, non sono ancora passate di moda. Si continua ad ascoltarle e ad amarle, oltre che a trovarle citate in decine di antologie scolastiche, diventando esempi di come la poesia possa anche essere portata in musica. Un fatto a cui lo stesso De André guardava con una certa ironia, quasi dispiaciuto di essere diventato un poeta ufficiale, lui che aveva cominciato come un “maledetto” o qualcosa del genere.

Le canzoni più famose

I brani che compaiono nei libri di testo sono spesso i primi della sua carriera, quelli meno enigmatici e più legati a una forma poetica tradizionale. Quelli, cioè, più spesso ricordati anche dai suoi fan. Non che le liriche successive siano meno belle, ma forse sono giunte in un momento storico diverso e quindi, anche per questo, hanno inciso in maniera differente sull’immaginario collettivo.

Anche le canzoni che trovate qui di seguito risalgono tutte agli anni ’60, cioè alla prima fase della carriera di Fabrizio De André. È stata una scelta difficile, ma ci siamo affidati, oltre che alla bellezza dei testi, alla loro importanza e fama. Ecco quindi le frasi secondo noi più significative tratte dai testi di De André.


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E come tutte le più belle cose…

Da La canzone di Marinella (1964)

Il primo brano di successo di Fabrizio De André fu La canzone di Marinella, incisa nel 1964. A sfondare non fu però, inizialmente, la versione del cantante genovese, quanto quella di Mina. L’anno successivo, nel 1965, la tigre di Cremona la cantò infatti nella trasmissione Studio Uno, incidendola poi su disco nel 1968, in un 45 giri di grande successo.

Scritta, sia per il testo che per la musica, da De André e arrangiata da Gian Piero Reverberi, la canzone pare sia stata ispirata ad un fatto di cronaca letto da cantautore su un giornale. Sulla questione esistono diverse versioni, ma quella più accreditata è che alla sua base ci fosse la notizia di una giovane prostituta derubata e gettata nel fiume Tanaro, in Piemonte.

E come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno come le rose.

Proprio sulla triste fine della ragazza, qui mutata in una Marinella protagonista di una favola malinconica, si concentrano i versi che abbiamo scelto, che finiscono però per avere una valenza universale. Il tema, poi ripreso in molte altre canzoni di De André, è quello della caducità della vita e della bellezza. Raramente espresso in modo così bello e poetico.

 

Ninetta mia…

Da La guerra di Piero (1964)

Sempre nel 1964 De André scrisse e incise un altro pezzo destinato a rimanere negli annali, La guerra di Piero. Anche in questo caso il cantautore genovese si occupò sia del testo che della musica, mentre l’arrangiamento fu curato da Vittorio Centanaro. Nella prima pubblicazione, avvenuta in un 45 giri, la canzone fu associata ad un altro pezzo che De André aveva scritto qualche anno prima di argomento simile, La ballata dell’eroe.

In questo caso l’ispirazione principale proveniva dalle esperienze familiari del cantante genovese. Lo zio Francesco, infatti, aveva partecipato alla Seconda guerra mondiale, combattendo in Albania e poi finendo deportato in Germania dopo l’8 settembre. Proprio ai suoi ricordi si ispirò il giovane Fabrizio, cercando di fondere quell’esperienza con una serie di precedenti letterari, poetici e musicali il cui eco si sente chiaramente nel brano.

Ninetta mia, crepare di maggio
ci vuole tanto, troppo coraggio.
Ninetta bella, dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno.

Piero è infatti un soldato di una non specificata guerra, che si trova ad un certo punto di fronte a un ragazzo con «la divisa di un altro colore». La sua titubanza gli è fatale, e proprio a quel punto arrivano i versi – in prima persona – con cui Piero accoglie la propria morte.

Tra i tanti riferimenti letterari a cui abbiamo fatto cenno, bisogna ricordare almeno Arthur Rimbaud (anche nelle sue poesie musicate da Léo Ferré) e perfino Italo Calvino, che nel 1958 aveva scritto per Sergio Liberovici il testo di una canzone per certi versi simile, Dove vola l’avvoltoio.

 

A chiederci un bacio e volerne altri cento

Da Amore che vieni, amore che vai (1966)

Spostiamoci avanti di una manciata d’anni e presentiamo ora Amore che vieni, amore che vai, straordinario pezzo incentrato sulla contraddittorietà dell’amore. Questo sentimento è stato più volte analizzato da De André durante la sua carriera, assieme a quelli che emergono quando l’uomo si trova a vivere in società. Ed è sempre stato percorso da una carica ambivalente, simile a quella che emergeva nei confronti della vita.

L’amore in De André infatti è contemporaneamente tutto e niente, gioia e perdizione, sollievo e dolore. Alza e abbassa allo stesso tempo, va e viene, resta a lungo ma anche finisce in fretta. In Amore che vieni, amore che vai questo concetto è espresso all’ennesima potenza, con lo stesso ritornello che ci ricorda quanto sia effimero questo sentimento.

Quei giorni perduti a rincorrere il vento,
a chiederci un bacio e volerne altri cento.

Il brano è uno dei più famosi della produzione del cantante ligure, che si occupò – come era solito in quegli anni – da solo sia della musica che delle parole. Uscì per la prima volta in un 45 giri in cui era associato a Geordie, ma è stato poi negli anni reinciso da vari artisti, tra i quali bisogna citare Franco Battiato (che l’ha eseguito più volte) e Claudio Baglioni.


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Se non può più dare il cattivo esempio

Da Bocca di rosa (1967)

Fabrizio De André non cantava però solo dei sentimenti più tradizionali. I temi delle sue canzoni erano anzi perlopiù inconsueti e inattesi, certe volte addirittura scandalosi. Nei primi anni aveva inciso brani come La ballata del Miché, piena di argomenti tabù, l’ironica Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers e le canzoni che abbiamo citato sopra, spesso ispirate a fatti di cronaca nera.

Nel 1967 arrivò però il pezzo più scandaloso, Bocca di rosa. Ambientato nel paesino di Sant’Ilario – un reale sobborgo di Genova –, raccontava di una ragazza che, straniera, arrivava nel piccolo centro e subito lo sconvolgeva col suo modo di intendere piuttosto liberamente l’amore e la sessualità. Per questo finiva per venire cacciata, dopo una sorta di sollevazione popolare delle donne del paese.

Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare il cattivo esempio.

Di questo brano tutto il testo è molto noto, anche perché la canzone sfrutta la forma della ballata ed è quindi facile da memorizzare e riprodurre. L’ispirazione venne a De André probabilmente da una canzone simile scritta qualche anno prima da Georges Brassens, Brave Margot, anche se alcuni hanno cercato di identificare Bocca di rosa con delle prostitute operanti nella zona di Genova.

Il verso che abbiamo scelto, però, è forse quello in assoluto più citato, perché stigmatizza in maniera ironica il comportamento della gente davanti ai comportamenti anticonvenzionali. C’è da dire, però, che il merito di questo verso non va completamente ascritto a De André. Una frase molto simile si ritrova infatti anche negli scritti di François de La Rochefoucauld, famoso aforista francese del XVII secolo: «I vecchi amano dare buoni consigli per consolarsi di non poter più dare cattivi esempi».

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Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior

Da Via del campo (1967)

L’altra grande canzone provocatoria del 1967 fu Via del campo, pubblicata in 45 giri proprio assieme a Bocca di rosa. Un accostamento non casuale, visto che il primo brano parlava in maniera divertita di liberazione sessuale, mentre il secondo si concentra con toni più cupi su chi l’amore lo faceva «per professione», ricevendone però il biasimo sociale.

Via del campo è infatti una via di Genova, all’epoca molto malfamata. Come ha più volte raccontato lo stesso De André, ci si trovavano prostitute e soprattutto travestiti, che vengono abilmente descritti dal cantante ligure. La critica ha voluto identificare, tra i personaggi, Mario Doré, un travestito venuto a mancare nel 2001 che era noto nell’ambiente come Morena, ma lo stesso De André ha in alcune occasioni parlato di un certo Giuseppe, in arte Josephine.

Ama e ridi se amor risponde,
piangi forte se non ti sente,
dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior.

Quel che conta, come sempre nelle canzoni di Faber, non è però tanto identificare a chi si sia ispirato, quanto fino a qual punto quel testo possa risultare universale. E Via del campo, col suo carico di esclusione e delusione, sa toccare le corde giuste. Celebre, in questo senso, il verso finale, che celebra la bellezza feconda di quella situazione di degrado sociale.

Da notare che in questo caso al testo di De André fu associata una musica ripresa dal brano La mia morosa la va alla fonte di Enzo Jannacci. Ne nacque anche una querelle: De André pensava fosse una melodia medievale e quindi di poterla riutilizzare a piacimento, ma Jannacci pretese di essere accreditato come autore della musica. E così accadde.

 

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