Cinque straordinarie moto degli anni ’90

Viaggio alla scoperta delle migliori moto degli anni '90

Nelle ultime settimane abbiamo rispolverato i ricordi di molti motociclisti. Abbiamo parlato infatti delle moto-simbolo sia degli anni ’70 che degli anni ’80, presentando modelli molto diversi ma ugualmente epici. Oggi cerchiamo di completare la triade con le moto degli anni ’90. Perché ogni decennio ha le sue linee, i suoi miti, le sue leggende, anche quando il tempo passato è poco.

Come al solito, abbiamo cercato di tenere un certo equilibrio nella scelta delle due ruote. Abbiamo cercato di selezionarle con un occhio di riguardo per l’equilibrio e la rappresentatività, optando per alcuni veicoli italiani e alcuni stranieri, per alcuni di cilindrata più bassa e alcuni di cilindrata più alta. Li trovate qui di seguito. Se poi pensate che manchi qualcosa di importante, aggiungetelo tramite i commenti.


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Honda CBR 900RR Fireblade

Su strada e per il campionato Superbike

La Honda FirebladePartiamo, in ordine cronologico, da una giapponese. Nel 1992 la Honda lanciò infatti sul mercato la CBR 900RR, una moto destinata ad incontrare grandi successi sia a livello commerciale, sia nella sua derivazione da competizione per il campionato Superbike. Si trattava di una sportiva da strada che rivaleggiava da noi con la Ducati 916 di cui parleremo a brevissimo e che rimase in produzione fino al 2004, anche se gli aggiornamenti successivi subirono un aumento di cilindrata. Le ultime prodotte, infatti, si chiamavano CBR 954RR.

La Fireblade montava un motore in linea 4 cilindri a 4 tempi, erogava una potenza massima da 124 hp nella prima versione (saliti a 154 hp con gli aggiornamenti) e superava i 200 chili di peso, anche se venne poi alleggerita col passare degli anni. Lo sviluppo della moto fu una responsabilità di Tadao Baba, un ingegnere nipponico che ha segnato la storia della Honda fin dal 1962, quando vi entrò a 18 anni. La linea CBR fu il suo più grande successo, e non a caso andò in pensione nel 2004, quando la sua moto uscì di produzione.

 

Ducati 916

L’opera di Tamburini, il Michelangelo delle moto

Viaggio alla scoperta delle migliori moto degli anni '90Come detto, una delle principali antagoniste sul mercato per la Honda Fireblade fu l’italianissima Ducati 916. La stradale sportiva di Borgo Panigale fu lanciata nel 1994, un anno dopo rispetto alla rivale nipponica, facendo però il botto a livello di critica specializzata. Già nel 1993, infatti, era stata presentata al Salone di Milano e aveva convinto tutti gli osservatori. Un’unanimità di giudizio che avrebbe portato la motocicletta ad aggiudicarsi anche il titolo di Moto dell’anno.

A progettare la due ruote fu Massimo Tamburini, il “Michelangelo del motociclismo”, co-fondatore della Bimota e all’epoca da poco entrato nel gruppo lombardo-emiliano, anche se fino ad allora aveva lavorato principalmente per la Cagiva. A colpire subito era il design della moto, che riutilizzava alcuni elementi della tradizione Ducati ma si rivelava fresco e innovativo. Inoltre, dal punto di vista tecnico il propulsore Desmoquattro fu rinnovato, mentre la potenza di 114 CV permetteva di coprire i 400 metri in poco più di 10 secondi, conferendo nel contempo un’elevata stabilità.

I modelli che portarono alla Ducati 996

La moto fu lanciata inizialmente in due versioni: la 916 Strada e la 916 SP (sport production), che correva nel Mondiale Superbike. Nel 1995 il modello fu aggiornato con l’uscita della 916 Biposto, mentre l’anno prima era uscita la serie speciale 916 Senna, dedicata al pilota di Formula 1 allora non ancora scomparso. Nel 1996 fu la volta della SP3 mentre nel 1997 fu presentata la SPS. Nel 1999, infine, la gloriosa 916 cedette il posto alla Ducati 996.

 

Cagiva Mito 125 e Mito Ev

La prima versione e le modifiche di Sergio Robbiano

La Cagiva Mito EvScendiamo di cilindrata ma non di stile, né di impatto sull’immaginario dei motociclisti italiani del tempo. Come abbiamo appena accennato, negli anni ’90 la Ducati – che aveva attraversato un periodo di crisi industriale – apparteneva al gruppo Cagiva, fondato a Varese da Giovanni Castiglioni. Quest’ultimo e i suoi ingegneri avevano investito parecchio per rilanciare il marchio Ducati, ma allo stesso tempo non dimenticavano la moto di casa. Il modello varesino di maggior successo di quel decennio fu probabilmente la Mito 125, più volte rivista nel corso del decennio ma sempre capace di vendere e influenzare i gusti.

La prima versione, la Mito 125, fu presentata nel 1990, inizialmente in versione naked che venne però presto trasformata in carenata. La linea era molto intrigante, anche se forse ancora figlia del gusto anni ’80. A difettare era invece in parte la ciclistica, che venne rivista nel 1992 quando uscì la Mito II, che risolveva anche alcuni problemi di erogazione. La vera svolta, però, arrivò nel 1994, quando Sergio Robbiano, il designer di punta dell’azienda – purtroppo prematuramente scomparso nel 2014 –, non decise di disegnare la nuova Mito sul modello della “cugina” Ducati 916.


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Nacque così la Mito Ev, che presentava anche molte altre migliorie. Cambiarono la strumentazione, il carburatore e gli ammortizzatori; inoltre, in seguito ai cambiamenti legislativi, ne fu approntata anche una versione depotenziata. La moto si rivelò un grande successo commerciale, rimanendo in produzione con lievi modifiche fino al 2007.

 

Moto Guzzi V11

Il rilancio con Aprilia

La prima versione della Moto Guzzi V11Per l’ultima moto italiana della nostra cinquina abbiamo deciso di affidarci, almeno in parte, anche alla tradizione. La V11 di Moto Guzzi uscì infatti sul finire del decennio, nel 1998, ma era all’epoca solo l’ultimo modello di una casa rinomata, che trasudava storia. Il marchio Guzzi, infatti, è il più antico marchio motociclistico ancora in attività d’Europa, forte di una storia ormai quasi secolare. Una storia che è legata a doppio filo a quella di Giulio Cesare Carcano, l’ingegnere che nel 1965 – sulla V7 700 – introdusse il motore bicilindrico a V trasversale di 90°. Un motore che caratterizzava anche la V11.

Questo modello segnò, a livello di design, una delle più importanti collaborazioni con la Marabese Design. Il gruppo – specializzato nel disegno non solo delle moto, ma anche delle imbarcazioni e dei veicoli a quattro ruote – era stato fondato negli anni ’80 da Luciano Marabese. Proprio in quegli anni, però, si era rinnovato, anche grazie al lavoro di Riccardo Marabese e Rodolfo Frascoli. Ne venne fuori una roadster dal sicuro appeal, che però difettava ancora in alcuni aspetti e soprattutto nell’affidabilità.

Le molte versioni della V11

Quando però un anno più tardi, nel 2000, la Guzzi passò sotto il controllo dell’Aprilia di Ivano Beggio, fu varato un vasto programma di risanamento della casa di Mandello del Lario. Un programma che poggiava le proprie basi proprio sulla V11. La moto fu rilanciata in diverse versioni che si sono susseguite praticamente fino ad oggi, ognuna con una caratteristica nuova e una miglioria. Sono uscite così la V11 Sport Rosso Mandello, la V11 Rosso Corsa, la V11 Le Mans, la V11 Sport Scura, la V11 Ballabio, la V11 Tenni, la V11 Cafè Sport e la V11 Coppa Italia.

 

Suzuki GSX-R 1300 Hayabusa

All’epoca, la moto più veloce del mondo

La Suzuki Hayabusa, la più veloce moto degli anni '90Finiamo l’elenco delle migliori moto degli anni ’90 con la due ruote che in un certo senso chiuse il decennio, visto che uscì nel 1999 e sembrò indicare la strada per il futuro. Stiamo parlando della Suzuki Hayabusa, moto che deve il suo nome al falco pellegrino, l’uccello più veloce del mondo. La scelta non fu casuale. Mentre quel falco è capace di toccare i 320 km all’ora in picchiata, anche la moto giapponese superava i 300 chilometri all’ora, tanto da essere considerata al tempo la più veloce del mondo.

Anche se la velocità massima venne limitata nelle serie successive a causa del dibattito che nacque sui media, la moto Suzuki era un portento di ingegneria e di design, una sportiva da strada estremamente dinamica e potente. Il modello ebbe un successo inatteso negli Stati Uniti, ma vendette bene anche per tutti gli anni Duemila pure in Europa, anticipando le mosse dei rivali di Honda, Kawasaki e Yamaha. Nella prima versione l’elemento in parte debole era la ciclistica, che non a caso fu soggetta ad ampie revisioni nei modelli successivi.

 

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