Federico García Lorca, esponente della Generazione del ’27, è uno dei migliori poeti di cui la Spagna si possa vantare. Nato nel 1898 nel paesino andaluso di Fuente Vaqueros, Lorca dimostrò sin dai primi anni di vita una spiccata intelligenza, spesso ostacolata dal suo pessimo carattere. Il padre lo convinse ad iscriversi alla Facoltà di giurisprudenza, ma lui ben presto l’abbandonò per dedicarsi a ciò che realmente lo appassionava: la letteratura.

Tra Madrid, New York e l’Andalusia

La sua famiglia si trasferì quasi subito a Granada, ma il poeta viaggiò parecchio. Trascorse infatti molti anni a Madrid, nella Residencia de Estudiantes, dove conobbe personalità importanti, come l’artista Salvador Dalí. Più tardi, per superare la depressione causata principalmente dalla sua omosessualità, Federico García Lorca soggiornò a New York e Cuba, anche se finì sempre per tornare in Andalusia, terra che amava senza tuttavia risultare troppo patriottico.

Mentre negli ultimi anni la sua produzione letteraria fu mirata al sostegno della Repubblica, motivo per cui venne fucilato nel 1936, le prime raccolte poetiche descrivono perfettamente il mondo andaluso, con i suoi colori e la sua cultura. Vediamo quindi insieme cinque poesie da Poema del cante jondo (1920-1921) e Romancero gitano (1928), opere che catturano immagini e scene di vita popolare capaci di trasportare il lettore nella vivacità e nella drammaticità della Spagna del sud.


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Piccola ballata dei tre fiumi

Un’allegoria della geografia andalusa

Nella Piccola ballata dei tre fiumi, composta nel 1922 e inserita nel Poema del cante jondo, l’Andalusia fa vibrare ogni parola: è presente dal primo all’ultimo verso, probabilmente perché i tre protagonisti di questo componimento, ossia i tre fiumi della regione, la percorrono da est a ovest, come del resto sembrano scorrere in ogni strofa. Così il Guadalquivir e i suoi affluenti, il Dauro e il Genil, diventano un mezzo attraverso il quale Lorca descrive le contrapposizioni e le similitudini della sua terra.

Il Guadalquivir, infatti, è il più importante dei tre fiumi e per questo rimanda alla maestosa città di Siviglia, capoluogo della regione. Il Dauro e il Genil sono invece affluenti minori, quasi derisi da Lorca, a cui è accostata Granada, città in cui il poeta ha trascorso la maggior parte della sua vita, ma che si trova sempre in secondo piano rispetto al prestigio di Siviglia. C’è tuttavia un elemento che accomuna i fiumi: l’acqua, tematica molto cara all’autore.

Essa è in questo caso la metafora della vita che scorre frettolosa verso il mare e, di conseguenza, il tentativo di fuga dell’uomo dalla monotonia. Federico García Lorca ricorre spesso ai simbolismi, ed in effetti l’acqua non è l’unico a comparire in questa piccola ballata: immancabili sono ad esempio gli aranceti che vivacizzano l’Andalusia e, un altro elemento tipicamente locale, gli ulivi che rimandano alla città di Jaen.

Il fiume Guadalquivir
scorre tra olivi e aranci.
I due fiumi di Granada
vanno dalla neve al grano.
Ah amore
fuggito e non tornato!
Il fiume Guadalquivir
ha la barba granato.
I due fiumi di Granada,
uno sangue e l’altro pianto.
Ah, amore,
fuggito per l’aria!
Per le barche a vela,
Siviglia ha una via;
per l’acqua di Granada
remano solo i sospiri.
Ah, amore,
fuggito e non tornato!
Guadalquivir, alta torre
e vento fra gli aranceti.
Dauro e Genil, torrette
morte sugli stagni.
Ah, amore,
fuggito per l’aria!
Chi dirà che l’acqua porta
un fuoco fatuo di grida!
Ah, amore,
fuggito e non tornato!
Porta zagare, porta olive,
Andalusia, ai tuoi mari.
Ah, amore,
fuggito per l’aria!

 

Romanza della luna, luna

Una drammatica storia gitana

La realtà gitana è inscindibile dall’Andalusia e García Lorca se n’era accorto: non a caso compose Romancero gitano, una raccolta di poesie che introducono al lettore il folklore andaluso. Romance della luna, luna è una delle più drammatiche, dato che racconta la triste morte di un bambino gitano. Si tratta però anche di una delle più importanti, poiché il poeta conferisce un ruolo rilevante alla luna, presente in moltissimi altri componimenti.

Un bambino che guarda in cielo

È una tranquilla notte di luna piena quella in cui un bimbo è intento ad osservare la luna: inizialmente la scena è vivace, il piccolo protagonista sembra avere tutta la vita davanti. Verso dopo verso, il lettore si rende tuttavia conto che l’arrivo della luna non fa altro che oscurare quella presenza infantile e, oltre a rubargli quasi la scena, è portatrice di una brutta notizia: sembra essere a conoscenza della tragedia imminente e la annuncia.

Sarà poi lei stessa a condurlo per mano nel cielo, facendogli perdere la propria identità: nessuno risconosce più quel bambino che avanza verso l’indefinito. Altri pochi versi descrivono intensamente il dolore dei gitani che, di ritorno, trovano il cadavere sull’incudine. In questo poema, in cui l’autore esprime tutta la sua frustrazione, non possono mancare le tematiche ricorrenti, come la paura della morte e i simboli da cui Lorca era ossessionato.

La luna venne alla fucina
col suo sellino di nardi.
Il bambino la guarda, guarda.
Il bambino la sta guardando.
Nell’aria commossa
la luna muove le sue braccia
e mostra, lubrica e pura,
i suoi seni di stagno duro.
Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e bianchi anelli.
Bambino, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno nell’incudine
con gli occhietti chiusi.

Fuggi, luna, luna, luna
che già sento i loro cavalli.
Bambino lasciami, non calpestare
il mio biancore inamidato.

Il cavaliere s’avvicina
suonando il tamburo del piano.
nella fucina il bambino
ha gli occhi chiusi.

Per l’uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
le teste alzate
e gli occhi socchiusi.

Come canta il gufo,
ah, come canta sull’albero!
Nel cielo va luna
con un bimbo per mano.

Nella fucina piangono,
gridano, i gitani.
Il vento la veglia, veglia.
Il vento la sta vegliando.

 

La chitarra

Il pianto del poeta per l’Andalusia

La regione del sud della Spagna di cui Lorca è originario vanta di una ricca tradizione di canti e ballate popolari, come il cante jondo a cui dedica la raccolta. Naturalmente, lo strumento per eccellenza per accompagnarne i testi è la chitarra, la quale diventa protagonista di una sua poesia. Tuttavia in questo caso il suono da essa prodotto non è allegro, ma una melodia malinconica a cui Federico García Lorca affida tutte le sue lacrime.

Il dolore che si impadronisce dell’autore è per l’Andalusia e per l’angoscia e la tragicità provocate dall’incertezza, comune ad ogni uomo, di non sapere dove andrà a finire. Faccia a faccia con questa triste verità, la chitarra non può fare altro che piangere in modo inconsolabile per quelle “cose lontane” del passato. In linea con le tematiche affrontate, i versi del poema sono irregolari come i singhiozzi di un pianto.


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Un’altra contrapposizione è quella tra il lessico apparentemente semplice, ma allo stesso tempo incomprensibile. A una prima lettura, infatti, ciò che rimane è la sensazione di tristezza, ma non si riesce a cogliere il significato dal punto di vista del poeta. García Lorca sembra quindi volersi sfogare con il desiderio di restare implicito, di non rivelare nulla, se non la corrispondenza tra il suono triste della chitarra e la disperazione interiore.

Incomincia il pianto
della chitarra.
Si rompono le coppe
dell’alba.
Incomincia il pianto
della chitarra.
È inutile
farla tacere.
È impossibile
farla tacere.
Piange monotona
come piange l’acqua,
come piange il vento
sulla neve.
È impossibile
farla tacere.
Piange per cose
lontane.
Arena del caldo Meridione
che chiede camelie bianche.
Piange freccia senza bersaglio
la sera senza domani
e il primo uccello morto
sul ramo.
Oh, chitarra,
cuore trafitto
da cinque spade.

 

Strada

Un percorso verso l’ignoto

Di Poema del cante jondo fa parte anche il gruppo di poesie del Grafico della Petenera, ossia un altro tipo di cante flamenco, sulle cui origini si vociferano varie leggende, anche se nessuna di esse è mai stata accertata. Ciò che accomuna questi versi è il ritmo lento e malinconico e, ancora una volta, Federico García Lorca sa avvolgersi nel mondo primitivo andaluso, inebriando anche il lettore. Eppure, il poeta è di nuovo in grado di coinvolgerci nascondendoci il vero significato dei suoi versi.

Protagonisti assoluti sono ora i cento cavalieri che, come annuncia il primo verso, sono in lutto, anche se non se ne conosce il motivo. L’unica cosa che con certezza traspare è l’orribile presagio incombente. I personaggi cavalcano in un panorama tipicamente andaluso: sono diretti all’aranceto e, molto probabilmente, è già notte fonda, per questo si trovano in sella a dei «cavalli sonnolenti».

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L’Andalusia, regione allegra e festosa, diventa in questa poesia lo sfondo di una tragedia. La morte, infatti, non è annunciata in maniera esplicita, eppure sappiamo che i cavalieri non giungeranno né a Cordova, né a Siviglia e neppure a Granada. Continua a presentarsi, inoltre, l’angoscia di fronte all’ignoto: il poeta ripete il luogo verso cui sono diretti i protagonisti, ma d’altra parte si chiede: «Dove andranno?».

Cento cavalieri in lutto,
dove andranno,
nel cielo giacente
dell’aranceto?
Né a Cordova né a Siviglia
giungeranno.
Né a Granada che sospira
per il mare.
Quei cavalli sonnolenti
li porteranno,
al labirinto delle croci
dove trema il canto.
Da sette ay trafitti,
dove andranno,
i cento cavalieri andalusi
dell’aranceto?

 

Danza nel giardino della Petenera

Spensierato nel mondo gitano

Profondamente diversa è questa poesia, la quale è ugualmente appartenente al Grafico della Petenera, anche se è totalmente priva dei toni malinconici e oscuri presenti in Strada. È la semplice descrizione del ballo notturno di sei gitane in un giardino: qui Federico García Lorca sembra voler mettere da parte i propri dubbi e le proprie frustrazioni personali per lasciarsi trasportare dalla leggerezza e dalla spensieratezza del ballo.

L’importanza dei colori

Illustra elementi che conosce a menadito e di cui è appassionato: i giardini andalusi e il mondo gitano che tanto lo affascina, ma senza conferire loro alcuna aura di presagio. Anche l’oscurità che potrebbe simboleggiare la notte viene annullata, anzi, quasi annientata dal biancore degli indumenti delle sei donne, ripreso poi anche dai «denti perlacei». L’elemento cromatico è inoltre importante e frequentemente ripreso dal poeta in moltissimi componimenti.

Il bianco è ovviamente simbolo di purezza. Anche in questa poesia Lorca si rivela essere un bravissimo narratore, che soprattutto è quasi sempre interno alla scena. Sia in Danza che in Strada e, più in generale, in quasi tutte le sue opere, sa descrivere le circostanze in modo così verosimile che il lettore ha l’impressione di assistervi personalmente, nonostante a volte risultino misteriose. In definitiva Lorca ci presta i suoi occhi per mostrarci tutte le bellezze e le imperfezioni dell’Andalusia.

Nella notte del giardino,
sei gitane,
vestite di bianco
ballano.

Nella notte del giardino,
incoronate,
con rose di carta
e visnaghe.

Nella notte del giardino,
i denti perlacei
scrivono l’ombra
bruciata.

E nella notte del giardino,
le loro ombre si allungano,
e raggiungono il cielo
violacee.

 

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