10 straordinarie poesie di Pablo Neruda, brevi e lunghe

Pablo Neruda

Le poesie di Pablo Neruda sono tra le più importanti del Novecento. Premio Nobel per la letteratura nel 1971, forse – anzi, probabilmente – ucciso dal regime di Pinochet nel 1973 [1], l’intellettuale cileno è stato la voce poeticamente più importante del Sud America.

Nelle sue poesie trovavano spazio vari temi: intenti civili, politici, amorosi. La passione, d’altronde, era un elemento fondamentale della sua poetica, unita alla ricerca della pace.

Noi abbiamo già dato spazio a varie opere del poeta cilena sulle nostre colonne. Abbiamo infatti trascritto la bella Farewell, la notturna Posso scrivere i versi e la romantica Amore mio, se muoio e tu non muori.

Ma di meravigliose poesie di Pablo Neruda ce ne sono un’infinità. Per questo, abbiamo deciso di raccoglierne alcune particolarmente riuscite, che continuano ad estasiare i lettori a vari decenni dalla loro prima pubblicazione.

Come vedrete, si tratta perlopiù di poesie d’amore. I testi politici di Neruda, infatti, ci sembra tendano ad avere un maggior impatto non presi da sole, ma all’interno delle opere per cui furono concepiti. Per ora scopriamo invece queste agrodolci composizioni dedicate agli amori della vita del premio Nobel cileno.

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1. Se tu mi dimentichi

Matilde Urrutia è stata una importante cantante cilena. Nata nel 1912, più giovane di Neruda di pochi anni, lo conobbe nel 1946 a Santiago del Cile. Quello però era un periodo travagliato della vita del poeta. In Cile, infatti, si stava affermando con sempre maggior forza la dittatura di Gabriel González Videla [2].

Neruda dovette infatti presto fuggire dal paese e rifugiarsi altrove. Viaggiò per l’Europa e il centro America e in Messico incontrò di nuovo la Urrutia, con la quale cominciò una relazione, anche se era sposato. I due poi si spostarono, nel 1952, in Italia.

La poesia scritta a Capri per Matilde Urrutia

Le condizioni di salute di Neruda, infatti, erano precarie e l’ingegnere italiano Edwin Cerio [3] si offrì di ospitarlo a Capri, dove avrebbe goduto di un ottimo clima [4]. Lì compose la poesia che potete leggere qui di seguito.

Se tu mi dimentichi
Voglio che tu sappia
una cosa.
 
Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se tutto ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.
 
Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.
 
Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.
 
Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare nuova terra.
 
Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amore mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

Leggi anche: Cinque commoventi poesie d’addio

 

2. Non t’amo se non perché t’amo

Le poesie d’amore sono uno dei filoni più importanti della produzione di Neruda. L’altro è quello della lirica politica e civile, che sfioreremo più avanti ma che, come detto nell’introduzione, lasceremo in gran parte fuori da questa nostra selezione.

Gli attacchi di Neruda contro i politici del suo tempo, infatti, sono forse oggi più difficili da comprendere, decontestualizzati. I suoi appelli all’amore, invece, sono senza tempo. Come il sonetto che trovate qui di seguito, tratto dalla celebre raccolta Cento sonetti d’amore.

Il sonetto (d’amore) numero LXVI

Il volume fu pubblicato per la prima volta da Neruda nel 1959 in spagnolo, col titolo di Cien sonetos de amor. Venne tradotto in italiano quasi subito, nel 1960, dalle edizioni Nuova Accademia.

Non t’amo se non perché t’amo
Non t’amo se non perché t’amo
e dall’amarti al non amarti giungo
e dall’attenderti quando non t’attendo
passa dal freddo al fuoco il mio cuore.
 
Ti amo solo perchè io te amo
senza fine io t’odio e odiandoti ti prego,
e la misura del mio amor viandante
è non vederti e amarti come un cieco.
 
Forse consumerà la luce di Gennaio,
il raggio crudo, il mio cuore intero,
rubandomi la chiave della calma.
 
In questa storia solo io muoio
e morirò d’amore perchè t’amo,
perchè t’amo, amore, a ferro e fuoco.

 

3. Il mio cane è morto

In genere, i poeti si distinguono in due grandi filoni. Ci sono quelli che, come si usa dire, si occupano “delle piccole cose” e quelli invece che si rivolgono a un intero popolo.

I primi sono di solito disinteressati alla politica. Trattano di natura, di vita dei campi, di oggetti quotidiani, e tramite essi provano a parlare della vita, delle sue aspirazioni e dei suoi fallimenti. I secondi, invece, hanno un tono più pomposo e cercano, con i versi, di cambiare il mondo.

L’amore per il fedele animale

Pablo Neruda fu uno dei pochi poeti in grado di incarnare entrambe queste tendenze. Si occupò, infatti, dei grandi temi politici del suo tempo, ma allo stesso tempo dedicò intense poesie ai suoi affetti più intimi. Come quello per gli animali domestici.

Il mio cane è morto
Il mio cane è morto.
 
Lo sotterrai nel giardino
insieme ad una vecchia macchina ossidata.
 
Lì, non più sotto,
né più sopra,
si unirà con me un giorno.
Ora ormai se ne è andato col suo pelame,
la sua maleducazione, il suo naso freddo.
Ed io, materialista che non crede
nel celeste cielo promesso
per nessun umano,
per questo cane o per ogni cane
credo nel cielo, sì, credo in un cielo
dove io non entrerò, però lui mi attende
ondulando la sua coda di ventaglio
perché io al giungere abbia amicizie.
 
Ahi, non dirò la tristezza sulla terra
di non averlo più per compagno
perché mai fu per me un servitore.
Ebbe verso me l’amicizia di un riccio
che conservava la sua sovranità,
l’amicizia di una stella indipendente
senza più intimità dell’essenziale,
senza esagerazioni:
non si arrampicava al mio vestiario
coprendomi di peli o di acari,
non strofinava contro il mio ginocchio
come altri cani ossessivi.
 
No, il mio cane mi guardava
dandomi l’attenzione necessaria,
l’attenzione necessaria
a far comprendere a un vanitoso
che essendo cane lui,
con quegli occhi, più puri dei miei,
perdeva il tempo, ma mi guardava
con lo sguardo che mi riservò
tutta la sua dolce, la sua pelosa vita,
la sua silenziosa vita,
vicino a me, senza mai importunarmi,
e senza chiedermi nulla.
 
Ahi quante volte volli avere coda
andando unito a lui per le rive
del mare, nell’Inverno di Isla Negra,
nella grande solitudine: in alto l’aria
trapassata di uccelli glaciali
e il mio cane che saltava, irsuto, colmo
di voltaggio marino in movimento:
il mio cane vagabondo e fiutante
inalberando la sua coda dorata
fronte a fronte all’Oceano e alla sua spuma.
 
Allegro, allegro, allegro
come i cani sanno essere felici,
senza nient’altro, con la tirannia
della natura sfrontata.
Non c’è addio al mio cane che è morto.
E non c’è né ci fu menzogna tra di noi.
 
Già se ne andò e lo interrai, e questo era tutto.

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4. Non star lontana da me…

Ritorniamo ai sonetti d’amore. E parliamo per un momento della metrica scelta da Neruda, che rappresenta una questione importante, forse decisiva per un poeta.

Nella maggior parte delle sue opere il poeta cileno preferì il verso libero. Uno stile in cui, però, alla libertà di versi si contrapponeva l’estrema ricercatezza del linguaggio. Esso infatti riusciva ad essere elaborato ma anche diretto, complesso ma anche adatto ai non istruiti (a cui Neruda intendeva parlare).

Il sonetto XLV

Nella già citata raccolta Cento sonetti d’amore, però, Pablo Neruda cambiò in parte forma. E scelse di abbracciare uno schema tradizionale, forse il più tradizionale di tutti, quello del sonetto. Rispetto al modello petrarchesco, comunque, qui mancano le rime e i versi non sono endecasillabi. Rimane, insomma, solo la struttura a due quartine e due terzine.

Non star lontana da me…
Non star lontana da me un solo giorno, perché,
perché, non so dirlo, è lungo il giorno,
e ti starò attendendo come nelle stazioni
quando in qualche parte si addormentano i treni.
 
Non andartene per un’ora perché allora
in quell’ora s’uniscono le gocce dell’insonnia
e forse tutto il fumo che va cercando casa
verrà ancora a uccidere il mio cuore perduto.
 
Ahi non s’infanga la tua figura nell’arena,
ahi, non volino le tue palpebre nell’assenza:
non andartene per un minuto, adorata,
 
perché in quel minuto sarai andata sì lungi
che attraverserò tutta la terra interrogando
se tornerai o se mi lascerai morire.

 

5. Il tuo sorriso

Concludiamo con un’altra poesia d’amore, in cui però si sente l’eco dell’impegno politico. Un impegno che fu contrassegnato da varie delusioni e sofferenze. Un impegno nato già nel 1927, ad appena 23 anni d’età, quando Neruda accettò un incarico come console onorario, anche se fino a quel momento le sue idee politiche erano molto vaghe.

Durante una delle sue missioni diplomatiche, a Madrid, conobbe l’argentina Delia del Carril, che sarebbe poi divenuta la sua seconda moglie. Fu lei ad avvicinarlo al marxismo. Una scelta rafforzata poi dal colpo di stato operato da Francisco Franco e dall’uccisione di Federico García Lorca.

L’amore che ripaga delle lotte e dei fallimenti

Nel 1945, rientrato in Cile, divenne senatore, aiutando poi come detto il radicale Videla nella corsa per le elezioni presidenziali. Quando quest’ultimo si trasformò in un dittatore, mettendo fuori legge lo stesso Partito Comunista, il poeta visse un’ulteriore delusione. Dovette quindi scappare in esilio, vivendo tra il Sud America e l’Europa.

Tornò in Cile all’inizio degli anni ’50, assumendo un ruolo pubblico sempre più importante (e malvisto dagli Stati Uniti). Nel 1970 fu anche candidato alla Presidenza della Repubblica da parte del Partito Comunista, candidatura che lui stesso poi ritirò per appoggiare Salvador Allende. Che vinse ma che però, come sapete, durò molto poco.

Il tuo sorriso
Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.
 
Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l’acqua che d’improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d’argento che ti nasce.
 
Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.
 
Amor mio, nell’ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d’improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.
 
Vicino al mare, d’autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.
 
Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell’isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l’aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

 

Altre 5 belle poesie di Pablo Neruda, oltre alle 5 già segnalate

Dicevamo, in apertura, che Neruda è stato un autore piuttosto prolifico, capace di scrivere letteralmente migliaia di poesie. Per questo motivo, le cinque che abbiamo presentato finora possono sì fornire una veloce panoramica, ma non possono certo esaurire la complessità di un autore così corposo. È necessario andare oltre, a cominciare da queste altre poesie.

 

Ode al giorno felice

Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.

Amore mio, se muoio e tu non muori

Amore mio, se muoio e tu non muori,
amore mio, se muori e io non muoio,
non concediamo ulteriore spazio al dolore:
non c’è immensità che valga quanto abbiamo vissuto.
Polvere nel frumento, sabbia tra le sabbie,
il tempo, l’acqua errante, il vento vago,
ci ha trasportato come grano navigante.
Avremmo potuto non incontrarci nel tempo.
Questa prateria in cui ci siamo trovati,
oh piccolo infinito! la rendiamo.
Ma questo amore, amore, non è finito,
e così come non ebbe nascita,
non ha morte, è come un lungo fiume,
cambia solo di terra e labbra.

 

Posso scrivere i versi

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Scrivere, per esempio: “La notte è stellata,
e tremano, azzurri, gli astri in lontananza”.
E il vento della notte gira nel cielo e canta.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava.
In notti come questa l’ho tenuta tra le braccia.
L’ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.
Lei mi ha amato e a volte anch’io l’amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l’ho più.
Sentire che l’ho persa.
Sentire la notte immensa,
ancor più immensa senza di lei.

Ode al cane

Il cane mi domanda
e non rispondo.
Salta, corre per i campi e mi domanda
senza parlare
e i suoi occhi
sono due richieste umide, due fiamme
liquide che interrogano
e io non rispondo,
non rispondo perché
non so, non posso dir nulla.
In campo aperto andiamo
uomo e cane.
Brillano le foglie come
se qualcuno le avesse baciate
a una a una,
sorgono dal suolo tutte le arance
a collocare piccoli planetari
su alberi rotondi
come la notte, e verdi,
e noi, uomo e cane, andiamo
a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio,
nella campagna cilena,
fra le limpide dita di settembre.
Il cane si ferma,
insegue le api,
salta l’acqua trepida,
ascolta lontanissimi latrati,
orina sopra un sasso,
e mi porta la punta del suo muso,
a me, come un regalo.
È la sua freschezza affettuosa,
la comunicazione del suo affetto,
e proprio lì mi chiese
con i suoi due occhi,
perché è giorno, perché verrà la notte,
perché la primavera
non portò nella sua canestra
nulla
per i cani randagi,
tranne inutili fiori,
fiori, fiori e fiori.
E così m’interroga il cane
e io non rispondo. Andiamo uomo e cane uniti
dal mattino verde,
dall’incitante solitudine vuota nella quale solo noi
esistiamo,
questa unità fra cane con rugiada
e il poeta del bosco,
perché non esiste l’uccello nascosto,
né il fiore segreto, ma solo trilli e profumi
per i due compagni:
un mondo inumidito dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che procede,
e l’antica amicizia,
la felicità
d’essere cane e d’essere uomo trasformata
in un solo animale
che cammina muovendo
sei zampe
e una coda
con rugiada.

 

Farewell

Dal fondo di te, e inginocchiato,
un bimbo triste, come te, ci guarda.
Per quella vita che arderà nelle sue vene
Dovrebbero legarsi le nostre vite.
Per quelle mani, figlie delle tue mani,
dovrebbero uccidere le mie mani.
Per i suoi occhi, aperti sulla terra
Vedrò un giorno le lacrime nei tuoi.

Io non voglio, Amata.
Perché nulla ci leghi,
che nulla ci unisca.
Né la parola che profumò la tua bocca
né ciò che le parole non dissero…
Né la festa d’amore che non avemmo
né i tuoi singhiozzi vicino alla finestra

(Amo l’amore dei marinai
che baciano e se ne vanno.
Lasciano una promessa.
Mai più ritornano.
In ogni porto una donna attende:
i marinai baciano e se vanno.
Una notte si coricano con la morte
nel letto del mare.)

Amo l’amore che si suddivide
in baci, letto e pane.
Amore che può essere eterno
e può essere fugace.
Amore che vuol liberarsi
per tornare ad amare.
Amore divinizzato che si avvicina.
Amore divinizzato che se ne va.

Più non si incanteranno i miei occhi nei tuoi,
più non si addolcirà vicino a te il mio dolore.
Ma dovunque andrò porterò il tuo sguardo
e dove andrai porterai il mio dolore.
Fui tuo, fosti mia. Cos’altro? Insieme facemmo
un angolo di strada dove l’amore passò.
Fui tuo, fosti mia. Tu sarai di colui che t’amerà,
di colui che taglierà nel tuo orto ciò che io ho seminato.
Me ne vado. Son triste: ma sempre sono triste.
Vengo dalle tue braccia. Non so dove vado.
Dal tuo cuore mi dice addio un bimbo.
Ed io gli dico addio.

 

 

Note e approfondimenti

[1] Anche recentemente si è riaperto il caso sulla sua morte sospetta.
[2] Che, tra l’altro, era giunto al potere proprio grazie all’aiuto del Partito Comunista e in particolare di Neruda, che ne aveva curato la campagna elettorale.
[3] Famoso per avere ospitato nella sua casa campana numerosi intellettuali, da Graham Greene a Claude Debussy. Qui un suo ricordo, a cinquant’anni dalla morte.
[4] Tra l’altro è proprio a questa permanenza che si ispira la trama del libro Il postino di Neruda di Antonio Skarmeta, poi adattato in un famoso film con Massimo Troisi.

 

Segnala altre straordinarie poesie di Pablo Neruda nei commenti.