Un tempo, i medici che apparivano in TV erano, prima di tutto, persone per bene: che fossero giovani o vecchi, affascinanti o rassicuranti, davano l’impressione di essere degli ottimi padri di famiglia, infallibili ed autorevoli nell’esercizio della loro professione. Pensate – per quel poco che li si è visti in Italia – al dottor Kildaire, oppure a quei medici che si dilettavano di indagini poliziesche come Quincy o Mark Sloan, il protagonista di Un detective in corsia impersonato da Dick Van Dyke: avventurosi sì, ma sempre buoni e affabili.

La vera rivoluzione, probabilmente, è arrivata con General Hospital (che negli anni ’80 è stata importata anche in Italia): una soap opera ambientata tra le corsie di un ospedale che, per forza di cose, doveva presentarci colpi di scena, medici corrotti o crudeli, interessi e tradimenti, e più in generale tutto il campionario dei vizi umani. I medici, insomma, scendevano sulla terra e si mescolavano per la prima volta ai comuni mortali, non mostrandosi migliori delle altre categorie professionali spesso rappresentate nelle soap, come i miliardari, gli avvocati, gli arrampicatori sociali.


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Per vedere una vera e definitiva rivoluzione dell’immagine televisiva del medico, però, nel nostro paese (e probabilmente anche in America) si sono dovuti aspettare gli anni ’90, quando il successo di E.R. ha contemporaneamente rilanciato e rivoluzionato il genere. Ma quali sono i cinque telefilm che hanno cambiato il nostro modo di percepire i dottori?

 

E.R. – Medici in prima linea

Gli indaffarati dottori di un pronto soccorso

In principio, come abbiamo detto, fu E.R. – Medici in prima linea, una serie presentata dalla NBC nel 1994 e rimasta in onda, sempre con ottimi ascolti, fino al 2009, per un totale di 15 stagioni e 331 episodi. Un record non da poco, se si considera che gli inizi non furono certo dei più semplici: al lancio della serie della NBC ambientata in un pronto soccorso, la CBS rispose infatti immediatamente con Chicago Hope, altro dramma medico realizzato ottimamente e con grandi attori (c’erano Mark Harmon, poi in NCIS, e Thomas Gibson e Mandy Patinkin, poi in Criminal Minds, mentre le sceneggiature erano supervisionate da David E. Kelley, creatore di Ally McBeal). Le due serie si diedero battaglia per tutte le prime stagioni, e, nonostante la critica fosse divisa, E.R. trionfò dal punto di vista degli ascolti, portando alla chiusura del telefilm rivale.

Il successo dello show era dovuto da un lato alla grande scrittura delle storie, e dall’altro a un cast capace di trasmettere emozioni. Per il primo aspetto, il merito, almeno all’inizio, va diviso tra Steven Spielberg e Michael Crichton: i due, infatti, volevano realizzare un film a partire da una vecchia sceneggiatura del secondo, ma quando Spielberg seppe che Crichton stava lavorando anche a un romanzo dal titolo Jurassic Park decise di dirottare tutto il lavoro svolto fino ad allora in una serie TV a cui fare solo da produttore, mentre si sarebbe assicurato la regia del film sui dinosauri. Per quanto riguarda gli attori, invece, nei quindici anni di messa in onda se ne sono alternati parecchi, ma non si possono non ricordare George Clooney (nella parte del dottor Doug Ross), Noah Wyle (il dottor John Carter), Julianna Margulies (l’infermiera Carol Hathaway), Goran Višnjić (il dottor Luka Kovač), Maura Tierney (la dottoressa Abby Lockhart), Linda Cardellini (l’infermiera Samantha Taggart) e tanti altri ancora.

ER medici in prima linea 13×01 Crisi

 

Scrubs

I medici ai primi ferri che mescolano dramma e commedia

Se E.R. ci ha mostrato il lato umanamente drammatico della medicina d’urgenza, quasi in quegli stessi anni Scrubs ce ne ha invece illustrato il carattere umoristico e paradossale. Lanciata nel 2001 dalla NBC ed importata in Italia col sottotitolo di Medici ai primi ferri (per rendere in qualche modo il gioco di parole del titolo originale), la serie si concentrava sul giovane specializzando John Dorian e sui suoi amici, tirocinanti all’ospedale Sacro Cuore. Ma il fatto particolare era che J.D. era non solo il protagonista, ma anche la voce narrante dello show, che si svolgeva anzi in buona parte nella sua testa. Le scene, infatti, si alternavano tra casi in cui non mancava, spesso, un pizzico di umanità, e fantasiose digressioni del giovane del dottore, che cercava allo stesso tempo di sopravvivere alle angherie dei suoi superiori e di un inserviente che l’aveva preso particolarmente di mira.

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Scrubs era infatti nelle intenzioni una serie comica, in cui i difficili rapporti tra i giovani e inesperti medici e i loro supervisori (l’intrattabile dottor Perry Cox e il distratto primario Bob Kelso, ottimamente interpretati da John McGinley e Ken Jenkins) fornivano molti spunti per alimentare le ossessioni e le fantasie del protagonista; ma a tutto questo – e qui sta probabilmente il segreto del successo della serie – si univano storie reali di speranze e disillusioni, amori e infelicità. Forte di un buon cast (oltre al protagonista Zach Braff meritano una menzione pure Donald Faison, Sarah Chalke e Judy Reyes), la serie è proseguita per nove anni, anche se in maniera un po’ travagliata: la settima stagione, che doveva inizialmente essere l’ultima, è stata decurtata a causa dello sciopero degli sceneggiatori, rendendo necessaria un’ottava stagione, che però è stata ospitata non più dalla NBC ma dalla ABC. A quest’ultima, che si chiudeva con uno degli episodi conclusivi più apprezzati della storia della TV americana, ne è seguita però un’altra completamente rivista sia nella formula che nel cast, tanto da essere ribattezzata Scrubs: Med School.

[Scrubs] – Medici vs Chirurghi

 

Dr. House

Un detective (ma scontroso) in corsia

Sia E.R. che Scrubs, per quanto costruite attorno ad alcuni personaggi forti, erano serie corali, che traevano cioè forza da un gruppo di personaggi – o, meglio, di medici e di infermieri – con specializzazioni, caratteri e capacità diverse, che si mescolavano tra loro in un amalgama non sempre pacifico. Dr. House, invece, è stata una serie che, per quanto dotata di un cast nutrito, giocava tutte le sue carte su un’unica, carismatica figura: quella del medico interpretato in maniera indimenticabile da Hugh Laurie. La caratteristica principale del dottor House, infatti, è quella di essere un genio, un vero luminare della scienza, ma contemporaneamente di essere del tutto privo di qualsiasi forma di empatia: «Tutti mentono» è il suo mantra, e il disprezzo verso i suoi pazienti è palpabile praticamente in ogni episodio.

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House – che deve qualcosa sia a Sherlock Holmes, sia a John Becker (altro dottore televisivo, interpretato da Ted Danson ma da noi poco noto) – è alla guida di un team di giovani medici diagnostici molto dotati ma decisamente in difficoltà con le intemperanze del loro superiore: tra di essi il dottor Foreman (col volto di Omar Epps), il dottor Chase (Jesse Spencer) e la dottoressa Cameron (Jennifer Morrison, ora star di C’era una volta), poi sostituiti nel corso delle stagioni dal dottor Taub (Peter Jacobson), da “Tredici” (una giovane Olivia Wilde), dal dottor Kutner (Kal Penn) e da altri medici. La serie è così durata 8 stagioni, dal 2004 al 2012, diventando anche nel periodo di suo massimo splendore il serial americano più esportato all’estero e forse il più visto del mondo.

Dott. House – Tutte le Sue Migliori Massime (by Skizzo)

 

Grey’s Anatomy

Amore e morte al Seattle Grace Hospital

Di Grey’s Anatomy abbiamo scritto recentemente, cercando di identificare le scene più significative di una serie che, per empatia e partecipazione, non ha sicuramente rivali. Negli show che abbiamo presentato finora, infatti, le vicende personali dei vari dottori costituivano il collante della serie, ciò che spingeva avanti la trama da un episodio all’altro, ma il fulcro delle puntare rimanevano i casi clinici, la malattia da debellare o la diagnosi da trovare; in Grey’s Anatomy, invece, la medicina pura e semplice passa quasi in secondo piano, e centrali diventano le dinamiche che vari medici tra loro diversissimi – ma praticamente tutti molto belli – devono gestire sia nei confronti del lavoro che dei colleghi. Protagonista assoluta è Meredith Grey (Ellen Pompeo), all’inizio una tirocinante di chirurgia che condivide la difficile esperienza con una serie di colleghi come Cristina Yang (Sandra Oh), Izzie Stevens (Katherine Heigl) e altri.


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La serie, lanciata in sordina nel 2005 dalla ABC, ha rapidamente conquistato consensi per la sua capacità di mescolare azione medica e sentimenti; inoltre, la creatrice Shonda Rhimes ha saputo anche infarcire ogni stagione di colpi di scena clamorosi e cambiamenti di direzione della trama che hanno sempre mantenuto viva l’attenzione degli spettatori: tra questi particolare clamore hanno suscitato le esclusioni di certi attori (tra cui quella di Isaiah Washington, ovvero il dottor Preston Burke, per alcune frasi omofobe pronunciate durante una pausa di lavorazione) e la morte di personaggi importantissimi all’interno del telefilm (come Mark Sloan alias Eric Dane, Lexie Grey ovvero Chyler Leigh e soprattutto il vero protagonista maschile, Derek Shepherd/Patrick Dempsey). Nonostante tutte queste defezioni e anche qualche critica, lo show va avanti, con la dodicesima stagione – e un nuovo personaggio, interpretato dal neozelandese Martin Henderson – appena cominciata.

Grey's Anatomy 8×7 – "I chirurghi non possono essere pigri"

 

Boris

La serie su degli attori che interpretano dei medici

Lo ammetto: volevo che nella nostra cinquina figurasse anche una serie italiana, perché se è vero che il materiale che costantemente importiamo dall’America influenza, e non di poco, il nostro immaginario collettivo, è anche vero che le fiction hanno un peso non indifferente sulle famiglie medie italiane e sul loro loro di rapportarsi con la sanità pubblica, che qui da noi è molto diversa che negli Stati Uniti. Per questo la scelta più logica sarebbe stata quella di introdurre in lista Un medico in famiglia, la fiction che più di tutte si è occupata di medicina in Italia, anche se con toni da sitcom familiare; ma francamente non me la sono sentita, sia perché i protagonisti di quel lungo telefilm sarebbero benissimo potuti essere degli impiegati delle poste (e la serie non sarebbe cambiata quasi per nulla), sia perché Un medico in famiglia non cambia certo l’immagine dei dottori.

Ho quindi preferito puntare su Boris, una serie il cui argomento centrale non è la medicina – almeno non direttamente – ma che colpisce nel segno nel tentativo di farci riconsiderare i dottori televisivi (ma anche la televisione italiana e le fiction in generale). Prodotto da Fox per Sky, il serial presenta una sorta di dietro le quinte di una fittizia fiction di ambiente medico, Gli occhi del cuore 2 (a cui si affianca, nel corso delle puntate, anche la più innovativa Medical Dimension), i cui protagonisti sono il dottor Giorgio – ovvero Stanis La Rochelle, ovvero Pietro Sermonti – e, all’inizio, la dottoressa Giulia – Corinna Negri, la “cagna maledetta” interpretata da Carolina Crescentini.

La serie, che ha un tono decisamente grottesco, infierisce sullo stato della fiction all’italiana, ma ci presenta anche dei medici che, come gli attori che li interpretano, sono incapaci, arraffoni, vanagloriosi e sbruffoni. Insomma, come dice Stanis: «Troppo italiani».

Boris 3 – Dammi tre parole, occhi del cuore

 

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