Cinque tipi di alienazione in Marx

Viaggio nei tipi di alienazione pensati da Marx

Ci sarebbe molto da discutere, se volessimo fare un’analisi del peso dei vari sistemi filosofici sulla società. O, meglio, se volessimo provare a capire quanto un concetto ipotizzato da un pensatore nei secoli passati abbia saputo descrivere una condizione umana che persiste ancora oggi: l’imperativo categorico di Kant ha ancora un peso per l’uomo del Ventunesimo secolo? E se sì, quale? E la figura della coscienza infelice hegeliana? E il cogito cartesiano? E l’idea del sommo bene aristotelico?

Sono domande che potrebbero sembrare oziose ma non lo sono: si tratta di prendere delle categorie etiche ed esistenziali che sicuramente avevano un significato ben preciso quando sono state formulate e vedere se questo significato permane ancora oggi, o se si è evoluto in qualcosa di diverso, o se è completamente scomparso.

E per condurre un’analisi del genere, forse un buon punto da cui partire potrebbe essere il concetto di alienazione formulato compiutamente per la prima volta da Karl Marx.

Un concetto che ha avuto una fortuna straordinaria nell’ambito della lotta politica dei due secoli scorsi, ma che oggi viene usato in accezioni in parte nuove, come se l’idea marxiana si fosse adattata al nuovo contesto sociale, dimostrandosi molto più duttile di quanto probabilmente non l’avesse considerata il suo stesso creatore.

Ma l’analisi dell’oggi è compito del filosofo e del sociologo; noi, per il momento, accontentiamoci di richiamare alla mente i cinque fondamentali tipi di alienazione in Marx.

 

L’alienazione che deriva dal prodotto del proprio lavoro

La differenza tra Marx e i pensatori precedenti

Karl Marx, teorizzatore dell'alienazione moderna
Karl Marx, teorizzatore dell’alienazione moderna

Come forse ricorderete dai vostri studi di filosofia al liceo, non furono Karl Marx e Friedrich Engels ad introdurre per primi il concetto di alienazione nella filosofia moderna: già Jean-Jacques Rousseau prima e gli Idealisti poi ne avevano infatti fatto un uso importante, anche se in un senso ben diverso da quello che sarebbe diventato tipico dei padri del socialismo scientifico.

Per l’illuminista, infatti, l’alienazione era l’atto con cui il popolo, tramite il contratto sociale, cedeva i propri poteri a un’entità superiore, la volontà generale, alla quale si sottometteva; per Johann Gottlieb Fichte, Friedrich Schelling e soprattutto G.W.F. Hegel, invece, l’alienazione era un momento del percorso dello Spirito, che si alienava solamente per poi ritornare in sé, potenziato.

Tutti questi pensatori, però, non avevano colto il lato drammatico della faccenda: l’alienazione era per loro un semplice atto obbligato, un passaggio necessario in un percorso che doveva portare, ottimisticamente, verso un futuro migliore. Per Marx invece la condizione dell’operaio è quella di una persona che subisce suo malgrado un’alienazione, di una persona che non si riconosce più uomo.

Ma quali sono gli elementi che lo portano a questa situazione che potremmo chiamare quasi esistenziale? In primo luogo il prodotto stesso del proprio lavoro: quando lavora l’operaio produce dei beni che, nonostante siano creati dalle sue stesse mani, non gli appartengono, non sono suoi.

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Anzi, l’operaio non solo non possiede ciò che produce, ma ne diventa in un certo senso dipendente, perché sono quei prodotti che gli danno da vivere, è la qualità di quei prodotti che decide il suo destino, la sua permanenza in fabbrica o il suo licenziamento.

L’uomo, insomma, dipende da qualcosa che è uscito dalle sue mani ma che contemporaneamente non è di sua proprietà: e così facendo non si sente più uomo libero, come sarebbe nella sua natura, ma sottomesso alle cose.

 

L’alienazione che deriva dalla propria attività

Una previsione dei danni psicologici della catena di montaggio

Charlot in Tempi moderni (1936)
Charlot in Tempi moderni (1936)

Non è solo ciò che l’operaio produce, però, ad alienarlo, ma anche lo stesso modo in cui lo produce. Dobbiamo infatti pensare alla fabbrica ottocentesca di cui Marx e soprattutto Engels avevano una grande esperienza.

Non siamo ancora alle teorie tayloriste o alla catena di montaggio della Ford, ma poco ci manca, e l’operaio inglese svolge ogni giorno un lavoro banale e ripetitivo, in cui non ha alcuna occasione per introdurre elementi personali, creativi, fantasiosi.

Il compito di un operaio, infatti, è quello di svolgere una determinata mansione che gli viene assegnata da un altro e su cui non ha nessun potere decisionale, e di svolgerla in un determinato tempo, anche questo stabilito da altri.

La sua attività, di fatto, non è più sua: non decide che cosa fare, non decide come farlo, non decide in quanto tempo farlo, non decide quando iniziare a farlo.

La sua attività non è più paragonabile a quella di un artigiano, figura che aveva dominato i secoli precedenti del lavoro manuale, ma forse nemmeno a quella di un servo che, seppure non libero, poteva gestire i tempi e i modi del proprio lavoro in maniera molto più autonoma del moderno proletario.

No, l’operaio non gestisce più il proprio lavoro e per questo non si riconosce più come uomo, sentendosi di colpo alienato.

Un processo che diventerà ancora più drammatico con la Seconda rivoluzione industriale, che colpirà la classe operaia verso la fine del XIX secolo e aumenterà questa sensazione di alienazione portandola all’ennesima potenza (come esemplificato, ad esempio, pure nel film Tempi moderni di Charlie Chaplin), esasperando ancora di più gli animi e dando indirettamente una spinta decisiva alle rivendicazioni operaie che proprio all’inizio del Novecento avrebbero trovato sfogo nei partiti socialisti di massa.

 

L’alienazione che deriva dalla propria essenza

L’operaio come un Sisifo moderno

Sisifo col suo masso dipinto da Tiziano
Sisifo col suo masso dipinto da Tiziano

L’operaio, come detto, non ha nessun controllo sul proprio lavoro, né riguardo all’attività, né riguardo alla proprietà dei beni che produce. Ma il problema non è solo questo: il salariato, infatti, non si sente più uomo non solo perché non è più il padrone di se stesso, ma anche perché non è più libero e non può più creare facendosi trascinare dalla fantasia come un tempo.

L’essenza dell’uomo, per Marx, è infatti quella di avere una volontà libera e creatrice, che lo porterebbe a inventare sempre nuovi modi per lavorare e nuovi oggetti da plasmare; questa sua essenza, però, viene compressa e schiacciata dal sistema borghese, visto che il salariato si scopre rapidamente condannato dall’economia capitalista a svolgere un lavoro forzato e ripetitivo.

Non a caso, Marx paragona l’operaio a Sisifo, il personaggio protagonista di molti miti greci e in particolare di quello relativo al lavoro che ha dato origine anche al detto “fare una fatica di Sisifo”.

Morto e sceso agli Inferi, il personaggio greco aveva furbescamente e segretamente imposto alla moglie di non seppellirlo e quindi protestò con gli dei, chiedendo di poter tornare tra i vivi per imporre i riti funebri a cui aveva diritto.

Una volta tornato, però, continuò a non farsi seppellire, ottenendo così una sorta di seconda vita ma offendendo gli dei, che lo andarono a riprendere e gli imposero come punizione il dover trascinare un pesante masso dalla base alla cima di una montagna, masso che però, una volta raggiunta la cima, scivolava inesorabilmente a valle, imponendogli di dover rifare tutto da capo all’infinito.

Il lavoro del proletario, per Marx, insomma è talmente assurdo, ripetitivo e – almeno per l’operaio – inutile (perché non porta a nessun avanzamento o miglioramento delle condizioni) da apparire insensato e punitivo nei confronti della propria natura.

 

L’alienazione che deriva dal proprio prossimo

Il difficile rapporto tra salariato e capitalista

La "piramide del capitalismo" in un'immagine satirica di inizio Novecento
La “piramide del capitalismo” in un’immagine satirica di inizio Novecento

L’ultimo tipo di alienazione economica teorizzato da Karl Marx è quello che riguarda il rapporto col proprio prossimo, con l’altro, che nel caso dell’operaio è inevitabilmente il capitalista, il proprietario della fabbrica e dei mezzi di produzione.

L’imprenditore infatti non tratta il dipendente come un suo pari, ma come un subordinato, un sottoposto, e anzi, peggio ancora, come un mezzo da sfruttare per arrivare al proprio fine, cioè l’aumento (possibilmente esponenziale) del proprio profitto.

Il rapporto tra le persone si trasforma quindi in un rapporto di sfruttamento, di prevaricazione dell’uno sull’altro, e il salariato diventa quasi un animale o un oggetto da sfruttare il più a lungo possibile e nel modo più intenso possibile.

Questi quattro aspetti costituiscono l’essenza dell’alienazione economica, che Marx considera la base, il fondamento di tutte le altre forme di alienazione.

Infatti se l’uomo si trova in una situazione di disagio, se si scopre estraneo a se stesso è a causa dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e quindi, in ultima istanza, della divisione del lavoro e della proprietà privata dei mezzi di produzione.

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È proprio la proprietà privata delle macchine e delle fabbriche che fa sì che il proletario, che quei mezzi non li possiede, debba vendere la propria forza-lavoro, sottoponendosi così al meccanismo di sfruttamento tipico dell’economia capitalista.

Ed è anche per questo che l’unico modo per far scomparire l’alienazione economica così come tutte le altre forme di alienazione consiste nell’abolire la proprietà privata, passando al comunismo.

 

L’alienazione religiosa

Da Feuerbach all’oppio dei popoli

Ludwig Feuerbach
Ludwig Feuerbach

Come abbiamo detto, l’alienazione economica è la base di tutte le altre alienazioni e in particolare dell’alienazione religiosa, quella che ha assunto maggior fama nel corso del decenni forse perché più facile da riassumere in un motto, tanto celebre quanto a volte frainteso.

«La religione è l’oppio dei popoli» o, per citare la frase esatta riportata da Karl Marx nel suo Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, «La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l’oppio dei popoli».

Il pensiero del padre del socialismo scientifico muove in realtà da quello di Ludwig Feuerbach, maggior esponente della sinistra hegeliana: per Feuerbach, infatti, l’uomo aveva alienato da sé alcune caratteristiche positive del proprio essere – come l’amore, la ragione e la volontà – e le aveva proiettate, aumentate all’ennesima potenza, su Dio.

Marx, a suo modo di vedere, corregge il tiro: l’invenzione di Dio non è causata da un’istanza personale, ma sociale, visto che la religione è l’emblema dell’impossibilità da parte dell’uomo del sopportare l’esistenza.

La religione è quindi per Marx un inganno che l’umanità offre a se stessa, una droga che ottunde i sensi e non permette di comprendere la natura inguaribilmente infelice dell’esistenza.

Essa è, quindi, un riflesso dello sfruttamento economico e sociale a cui il proletariato è sottoposto, e si potrà eliminare eliminando, come detto, le cause profonde dello sfruttamento, e cioè la proprietà privata.

 

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