Cinque tra gli schiavi più famosi della storia

Una scena di 12 anni schiavo, bel film sul tema della schiavitù

Come abbiamo ricordato qualche settimana fa parlando della morte di Nelson Mandela, il cammino per l’emancipazione è spesso lungo e tortuoso, comporta sacrifici e sofferenze e, a volte, non si fa nemmeno in tempo a godere i frutti delle proprie fatiche, lasciando invece ai posteri i progressi maturati.

E tra tutte le piaghe contro cui l’umanità ha combattuto, sicuramente una delle più dure a morire è stata quella dello schiavismo, già esistente in epoche antichissime e debellato in Occidente solo in tempi relativamente recenti – e resistente tuttavia in alcune parti del mondo.

Ci sono però nella storia di questi secoli degli schiavi che non si sono fermati alla loro condizione di subalternità, ma sono riusciti, un po’ per fortuna e un po’ grazie alla loro forza di volontà e al loro talento, a risalire i gradini della scala sociale, guadagnandosi posizioni di prim’ordine e memoria imperitura. Allora cerchiamo di ripercorrere le gesta di cinque tra gli schiavi più famosi della storia e che magari non sapevate fossero stati in schiavitù.

 

Esopo

L’inventore della favola

Chissà se un buon sociologo saprebbe trovare un legame tra la schiavitù e le favole. Io, che sono sicuramente un misero dilettante, lo azzarderei così: dato che le favole sono creazioni artistiche in cui, attraverso un racconto apparentemente innocente, si mette in scena una sagace e a volte feroce critica della società, esse si sviluppano con maggior facilità in paesi in cui la libertà è limitata.

Portandoci sul tema di cui parliamo oggi, si potrebbe dire che il miglior scrittore di favole è uno schiavo e come prova potremmo portare i nomi dei due principali favolisti dell’antichità – e forse dell’intera storia della letteratura – cioè Esopo e Fedro. Mentre il secondo era uno schiavo probabilmente macedone che arrivò giovanissimo a Roma e fu poi liberato dall’imperatore Augusto, poche notizie si hanno sul primo, considerato il padre del genere favolistico: le biografie infatti sono tutte posteriori e spesso contraddittorie, tanto che qualcuno è arrivato ad ipotizzare che Esopo non sia nemmeno esistito realmente.

La tradizione, però, lo vuole nativo dell’Africa subsahariana (il suo nome deriverebbe dalla stessa radice di “etiope”, termine con cui i greci identificavano chi proveniva dall’Africa centrale), arrivato a Samo come schiavo nel VI secolo a.C. e lì liberato; avrebbe quindi cominciato a viaggiare, conoscendo i più saggi uomini della sua epoca e scrivendo le sue celebri fiabe (da La volpe e l’uva a La cicala e la formica), fino a incontrare – secondo Erodoto – una morte violenta a Delfi, dove la popolazione lo linciò, forse perché li aveva derisi tramite una sua fiaba a noi non pervenuta; in ogni caso Erodoto racconta che dopo la sua morte Delfi fu colpita da una pestilenza che gli abitanti considerarono una punizione per l’assassinio.

 

Spartaco

L’emblema dello schiavo ribelle

Se avessimo voluto dedicare una voce della nostra cinquina a tutti i grandi schiavi che hanno avuto il coraggio e l’ardore di ribellarsi ai loro padroni e alla società che li aveva ridotti in schiavitù, non avremmo avuto bisogno di una cinquina ma almeno di una lista con cinquanta voci: dall’Inghilterra imperiale agli Stati Uniti, da Haiti all’Africa, la storia è piena di schiavi che hanno preso le armi.

Il più celebre di tutti, e quello che forse con le sue imprese ne riassume meglio lo spirito, è però probabilmente Spartaco, celebre schiavo di origine tracia che nel I secolo a.C. guidò la più ampia e forte ribellione mai subita da Roma al proprio interno. Anche qui le fonti sui primi anni della vita dello schiavo sono incerte: pare che, figlio di pastori ma ridotto in miseria, si arruolò nell’esercito romano che combatteva in Macedonia, salvo poi disertare in seguito alle dure condizioni di vita; catturato, fu ridotto – come la legge prescriveva – in schiavitù e costretto a fare il gladiatore a Capua. Da lì riuscì a scappare con alcune decine di compagni nei pressi del Vesuvio, dove – memore di quello che aveva appreso in Macedonia e contando sulla propria intelligenza – respinse un primo attacco dell’esercito raccogliticcio che il Senato gli aveva mandato contro.

Da lì in poi, raccogliendo via via nuove truppe tra gli schiavi e gli umili della zona, accumulò un esercito sempre più grande e forte, non privo però di divisioni interne sulla strada da seguire contro Roma; proprio a causa di queste divisioni e del fatto che il Senato gli mandò contro infine un esercito degno di una guerra, fu sconfitto definitivamente e ucciso nel 71 a.C. assieme al proprio esercito. I suoi seguaci che scamparono alla morte sul campo di battaglia furono crocefissi lungo la via Appia.

 

San Patrizio

Lo schiavo che ritorna sul luogo del delitto

Non solo in passato capitava di nascere schiavi, ma a volte schiavi lo si poteva pure diventare, o perché si veniva sconfitti in battaglia e catturati o perché ad esempio la propria nave veniva attaccata dai pirati. Questo è quanto accadde, ad esempio, a Miguel de Cervantes, lo scrittore del Don Chisciotte, ma perfino a San Patrizio, il patrono d’Irlanda ancora oggi celebrato in tutti i paesi in cui gli irlandesi hanno messo radici (e a volte, paradossalmente, pure in Italia).

La storia di Patrizio è molto particolare e merita di essere raccontata: nato nel 385 (ovviamente dopo Cristo) col nome di Maewyin Succat al confine tra Scozia e Inghilterra, fu rapito a 16 anni dai pirati irlandesi e trasferito nell’isola come schiavo del re, ma da lì riuscì poi a scappare e rifugiarsi in Gallia, dove riabbracciò il cristianesimo facendosi prima diacono e venendo poi ordinato vescovo.

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In questa veste, ricevette dal papa l’incarico di evangelizzare l’Inghilterra e soprattutto l’Irlanda, che all’epoca era completamente pagana e devota a culti celtici: Patrizio – questo il nome latino assunto dal vescovo – ritornò quindi nella terra dov’era stato reso schiavo e compì un’ampia opera di evangelizzazione, permettendo anche la fusione di certi culti celtici con elementi cristiani. Fu venerato fin da subito nell’isola come un santo e la sua figura diede origine a numerose leggende, simboli e tradizioni relativi a miracoli, come il pozzo di San Patrizio o l’uso del trifoglio per spiegare il dogma della Trinità.

 

La Mulâtresse Solitude

Haiti e Guadalupa contro la Francia

La Rivoluzione Francese è oggi ricordata – al di là degli slanci ideali e dei fallimenti a cui inevitabilmente andò incontro – come il primo momento nella storia in cui l’uguaglianza tra gli uomini veniva ammessa e proclamata: fu redatta la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e, anche se non subito ma nel 1792, fu abolita formalmente la schiavitù sia in patria che nelle colonie, rendendo gli ex schiavi dei cittadini a tutti gli effetti.

Il problema è che la libertà fu di breve durata: già nel 1802 Napoleone reintrodusse la schiavitù nelle colonie, cosa che portò al sollevamento in breve tempo sia di Haiti – che divenne il primo Stato nero indipendente della storia – sia della Guadalupa, altra colonia americana che ancora oggi è però un possedimento d’oltremare francese. Qui, in particolare, emerse la figura di una donna chiamata La Mulâtresse Solitude o Guadeloupe Solitude, che prese le armi assieme al leader della rivolta Louis Delgrès e partecipò alla battaglia dell’8 maggio 1802, dove fu catturata assieme a molti altri compagni. Mentre questi ultimi, però, furono subito impiccati, lei era incinta e fu quindi mantenuta in vita fino al 29 novembre dello stesso anno, per venire quindi impiccata appena un giorno dopo il parto.

Oggi, mentre lo stesso Delgrès e il leader haitiano Louverture sono stati riabilitati e i loro resti ospitati nel Pantheon a Parigi, La Mulâtresse Solitude è da anni in attesa di un gesto simbolico che possa recuperare la memoria di una delle prime e più volenterose donne che si ribellarono alla schiavitù.

 

George Washington Carver

Il botanico che lanciò le arachidi

Gli schiavi liberati non furono però solo letterati o condottieri militari ma, a volte, anche uomini dal grande ingegno che applicarono a vari campi della vita quotidiana; anzi, in almeno un caso riuscirono addirittura a cambiare lo stile di vita degli americani, rendendosi padri di quella mania tutta nordamericana per i prodotti derivati dalle noccioline. Ma andiamo con ordine: George Washington Carver nacque in Alabama nel 1864, nel mezzo della Guerra civile che proprio un anno dopo avrebbe portato all’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti.

Grazie all’aiuto del suo ex padrone, che decise di adottarlo e farlo studiare, Carver iniziò ad interessarsi alla botanica e all’agronomia, girando per lo Stato da un lato per insegnare ai contadini neri liberati migliori tecniche di coltivazione, dall’altro per convincere gli ex schiavisti delle opportunità economiche del nuovo regime (celebre la sua frase: «Se un uomo vuole tenerne un altro in un fosso, e vuol essere sicuro che ci stia, finisce che deve stare anche lui nel fosso come l’altro. Che vantaggio ne ha?»).

Il suo nome, come anticipavamo, è rimasto legato in particolar modo alle arachidi: visto che miglioravano biologicamente il suolo e che l’ambiente dell’Alabama era adattissimo per la loro coltivazione, riuscì a diffonderle in tutto lo Stato, arrivando al rischio però di saturare il mercato; per questo studiò e sviluppò una miriade di possibili usi del legume come burro, oli, resine, isolanti, concimi, cosmetici ed altro ancora, arrivando addirittura a creare 105 ricette di piatti contenenti arachidi. Morto nel 1943, riuscì a vedersi definire nel 1941 dalla rivista Time come il “Leonardo nero”.

 

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