Cinque tra i film più belli di Woody Allen

Woody Allen e Diane Keaton in

È anche riduttivo, da un certo punto di vista, definire Woody Allen semplicemente un regista: perché il film-maker newyorkese ha al suo attivo una carriera straordinaria, che l’ha visto esordire come autore televisivo e stand-up comedian, poi trasformarsi in sceneggiatore cinematografico, infine diventare attore, regista, scrittore, intellettuale e coscienza critica dell’America.

Una carriera segnata da grandissima produttività e una serie impressionante di capolavori: a noi, solo per farvi un esempio, è costata molta fatica la selezione che vi presentiamo oggi, perché ci ha costretti ad escludere titoli di indubbio pregio come Amore e guerra, Il dormiglione, La rosa purpurea del Cairo, Radio Days e i recenti Match Point e Midnight in Paris. Ma, a nostro avviso, ci sono dei film che più di questi non potevano non comparire in qualsiasi lista delle opere più belle di Woody Allen: riscopriamoli assieme.

 

Io e Annie

Il film che segnò la svolta nella carriera di Woody Allen

Cominciamo da Io e Annie, sicuramente il film più noto e più premiato di Woody Allen, non solo per la sua qualità artistica – che fu comunque elevatissima –, ma anche perché segnò in un certo senso il cambio di rotta di un comico che ormai si era completamente trasformato in intellettuale, pur non dimenticando le sue battute al fulmicotone. Come ben sanno gli appassionati, Allen – al secolo Allan Stewart Königsberg – si era formato come battutista per la TV, dilettandosi, come secondo lavoro, tra il cabaret e il teatro; al cinema era quindi arrivato solo a trent’anni, scrivendo la sceneggiatura per Ciao Pussycat!, film in cui aveva anche avuto una parte da non protagonista.

Subito dopo diede il via a una serie di film che avevano le caratteristiche della commedia sgangherata e della parodia, anche se erano arricchite dal personalissimo stile di Allen, pieno di nevrosi, paradossi e retrogusto filosofico: Che fai, rubi?, Prendi i soldi e scappa, Il dittatore dello stato libero di Bananas, Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere), Il dormiglione e Amore e guerra.

Io e Annie, alla sua uscita, sorprese un po’ tutti, e forse anche per questo fu acclamato dalla critica e dalla stessa Hollywood: perché per la prima volta l’intento di Allen non era primariamente comico, ma quasi filosofico; perché per la prima volta al centro non c’era la parodia di Guerra e pace o delle dittature centroamericane, ma una storia d’amore, tanto vera quanto dissacrante. Assieme alla compagna del tempo, Diane Keaton, Allen mise in scena una commedia dolceamara in cui il personaggio femminile risulta ancora oggi indimenticabile e in cui comunque non mancavano le battute dissacranti, oltre a una riflessione originale sull’amore e sul senso della vita.

 

Manhattan

Una New York in bianco e nero, con la musica di George Gershwin in sottofondo

Dopo il successo, inaspettato e travolgente, di Io e Annie, non era facile per Allen ripetersi, riuscire a mantenere un proprio stile ma anche a proporre qualcosa di nuovo sul tema dell’amore. Dopo l’interlocutorio Interiors, invece, ci riuscì alla grande con Manhattan, pellicola che racconta sì l’amore, ma non tanto quello per una donna quanto quello per una città. Al centro della storia, infatti, ci sono le relazioni tra alcuni personaggi maschili e femminili, ma è lo sfondo newyorkese a farla da padrone, soprattutto grazie alla splendida fotografia in bianco e nero e alle musiche di George Gershwin, scelte dallo stesso Allen all’interno di quel repertorio jazzistico che è sempre stato al centro dei suoi gusti musicali.


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Accanto al nevrotico Isaac, alter ego dello stesso Allen, facevamo quindi la conoscenza della giovanissima Tracy, interpretata da Mariel Hemingway (nipote del celebre Ernest che Allen avrebbe raccontato molti anni dopo in Midnight in Paris), ragazza che veniva lasciata per la più intrigante Mary, interpretata dalla solita Diane Keaton, qui all’ultimo film come musa di Allen prima di venir sostituita da Mia Farrow.

Più ancora che in Io e Annie, in questo caso il tono della commedia convive col dramma, l’allegria con la malinconia, e in generale si respira un’aria triste, quasi decadente, come la voce di Allen, tra mille tentennamenti, cerca di spiegare nel suo classico monologo di apertura. Una vena che sarebbe riemersa anche in tutti i film degli anni ’80, in cui anzi a volte la commedia è stata messa completamente da parte, fino almeno al ritorno alla leggerezza degli anni ’90.

 

Zelig

Il camaleontico malato degli anni ’20

In bianco e nero, ma per motivi molto diversi, è anche la fotografia di Zelig, forse il più intellettuale – e difficile – dei film di Woody Allen, ma anche quello che più di tutti ha saputo suscitare le lodi dei fan del comico di origini ebraiche. Realizzato nel 1983 ma girato come se fosse un documentario degli anni ’20 e ’30, il film seguiva le vicende di Leonard Zelig, un uomo – interpretato dallo stesso Allen – affetto da una strana e particolarissima malattia che lo faceva letteralmente trasformare per assomigliare alle persone di cui era circondato.

Come viene spiegato nel film e anche nella clip che potete vedere qui di seguito, quello di Zelig non era solo un banale atto di adattamento all’ambiente, ma una vera mutazione psicosomatica: assieme a un gruppo di irlandesi, l’uomo vedeva i suoi capelli diventare rossi e il suo naso salire all’insù, mentre quando si trovava accanto ad alcuni rabbini scopriva di avere i capelli improvvisamente allungati e raccolti in treccine e di saper parlare l’ebraico.


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Insomma, Zelig era malato perché il suo tentativo di compiacere gli altri, di diventare come loro, aveva effetti sul suo fisico e non solo sulla sua psiche, e per questo veniva sottoposto alle più fantasiose cure, spesso condotte dalla dottoressa Eudora Nesbitt Fletcher, interpretata proprio dalla Mia Farrow che citavamo prima. Nel film, a celebrare il genio di Allen, facevano però anche la loro comparsa varie personalità dell’intellighenzia americana del tempo, da Bruno Bettelheim a Susan Sontag passando anche per Saul Bellow.

 

Hannah e le sue sorelle

Una storia corale che conquistò l’Academy

Completamente diverso dai film che abbiamo presentato finora è invece Hannah e le sue sorelle, il maggior successo al botteghino di Allen e anche uno di quelli che ha incassato più premi all’interno del cinema mainstream (in particolare tre Oscar – ad Allen per la sceneggiatura e agli attori non protagonisti Michael Caine e Dianne West – e un Golden Globe): se infatti le prime tre pellicole della nostra lista erano costruite attorno ad un personaggio fortemente autobiografico, qui le protagoniste assolute sono appunto tre sorelle, Lee, Hannah e Holly.

A dire il vero, Hannah e le sue sorelle non è il primo film corale di Woody Allen, che anzi già in più di un’occasione aveva cercato di mettere a confronto una gran mole di personaggi, ritagliando per sé una parte di contorno; ma qui per la prima volta i personaggi riescono a colpire al cuore gli spettatori, dimostrandosi perfettamente realistici nelle loro fragilità, nella loro complessità, nei loro fallimenti. Perché anche questo film, in fondo, è un film in cui il fallimento prende il sopravvento sul successo, la malinconia sulla felicità.

Tutte e tre le sorelle del titolo (interpretate da Mia Farrow, dalla già citata Dianne West e da Barbara Hershey), infatti, si trovano in difficoltà nel condurre le loro vite: Hannah è un’attrice di successo che però viene tradita dal marito; Lee vive con un artista scontroso ed è anzi parte in causa nel tradimento del marito di Hannah; Holly è infine incapace di trovare soddisfazione nel lavoro e nella sfera sentimentale, sentendosi sempre soppiantata dalle altre. A questa fiera dell’insuccesso partecipa anche Mickey, l’alter ego di Allen, che però riesce quantomeno a trovare una via di fuga nel cinema dei fratelli Marx.

 

Crimini e misfatti

Un Dostoevskij in salsa alleniana

Avremmo potuto scegliere anche qualcuno dei film più recenti, perché – nonostante la grande prolificità – Woody Allen ha dimostrato ampiamente di essere in grado di sfornare capolavori a 80 anni suonati d’età, ma abbiamo preferito chiudere la nostra lista con Crimini e misfatti, film del 1989 che anticipava e forse riassumeva molte delle riflessioni che il regista newyorkese avrebbe portato avanti nei venticinque anni successivi.

La storia, spesso paragonata a quella di Match Point, era parzialmente ispirata a Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, anche se la soluzione proposta di Allen era esattamente opposta a quella immaginata dallo scrittore russo: il film si componeva infatti di due vicende che scorrevano parallelamente, una delle quali aveva per protagonista un ricco oculista di mezza età che, dopo anni di tradimenti, decideva di far uccidere la sua amante per evitare che questa ne rovinasse la reputazione davanti alla moglie e alla società.

Dall’altro lato c’era il solito alter ego di Allen, Cliff, un documentarista che si barcamenava tra figure di intellettuali tra loro molto diverse come il miliardario Lester, baciato dal successo ma vuoto e banale, e l’acuto professor Levy, che però finiva per deluderlo scegliendo di suicidarsi, accompagnando tra l’altro il tragico gesto con un biglietto d’addio tanto insulso quanto inutile. In mezzo a tutto questo sorgeva anche la passione – come al solito goffa e infelice – per una donna, Halley, che alla fine gli preferiva però l’invadente Lester.

 

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