Cinque tra i libri più belli di Nick Hornby

Nick Hornby durante la presentazione del film tratto da

Se amate il calcio, i dischi e in generale l’adolescenza e l’ironia, il vostro scrittore di riferimento non può che essere l’inglese Nick Hornby. Salito agli onori della cronaca per un libro autobiografico e autoironico dedicato, ad inizio anni ’90, nientemeno che all’Arsenal, ha infatti poi consolidato la sua carriera con un romanzo ambientato all’interno di un piccolo negozio di dischi londinese, diventando nel giro di poco tempo il portavoce di una generazione che fino a quel momento non era forse stata appieno rappresentata.

Dal successo di Febbre a 90′ sono passati ormai più di vent’anni, e lo scrittore londinese ha da allora pubblicato otto romanzi più una notevole quantità di saggi (spesso atipici) e racconti. Cerchiamo di isolare i suoi libri migliori con questa cinquina che, speriamo, potrà fornire qualche spunto a chi vorrà avvicinarsi per la prima volta a queste opere.

 

Febbre a 90′

L’amore infelice e sofferto per l’Arsenal

La copertina di "Febbre a 90°"Partiamo proprio da Febbre a 90°, il primo libro mai pubblicato di Nick Hornby e ancora oggi uno dei suoi maggiori successi, se è vero che continua ad essere letto in primo luogo dagli appassionati della Premier League e del calcio inglese, ma anche, più in generale, da chiunque viva una qualche forma di passione sportiva. Perché il tema centrale del libro è proprio l’amore – spesso infelice e contrastato – tra lo stesso Hornby e la sua squadra del cuore, l’Arsenal (con anche una parentesi durante gli anni dell’università dedicata al Cambridge United, ma non vissuta come un vero e proprio tradimento perché la squadra gioca nelle leghe minori).

«Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o alla sconvolgimento che avrebbe portato con sé»: questo è il senso generale del libro, che è attraversato infatti da molto più dolore che gioia, più sconfitte (o vittorie talmente tristi e difficili da apparire come sconfitte) che trionfi. E il pregio del libro è proprio questo: la capacità di raccontare una passione totalmente irrazionale per quella che lo stesso Hornby definisce la squadra più noiosa della storia dell’universo (almeno prima dell’arrivo di Arsène Wenger), capace di infilare infinite serie di pareggi o di vittorie di misura, come la prima a cui lo scrittore ha assistito, contro lo Stoke nel 1968, decisa da un gol segnato sulla ribattuta di un rigore parato.

 

Alta fedeltà

I parallelismi tra musica e relazioni sentimentali

La copertina di "Alta fedeltà", uno dei libri più famosi di Nick HornbyPiù volte lo stesso Hornby ha ammesso che tre sono le grandi passioni della sua vita: l’Arsenal, i dischi, i libri. E se il primo grande successo era stato dedicato ai gunners, il secondo non poteva che affrontare inevitabilmente il tema della musica. Alta fedeltà è infatti per la prima volta un romanzo non autobiografico il cui protagonista, Rob Fleming, cerca di barcamenarsi tra le sue relazioni sentimentali e allo stesso tempo gestire il suo piccolo negozio di dischi, il Championship Vinyl.


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La recente rottura con la fidanzata storica Laura diventa infatti lo spunto, per Rob, per fare il punto sulla propria vita partendo dalla propria abitudine di stilare liste di cinque elementi (simile a quello che facciamo noi qui quotidianamente): come con i suoi colleghi, al lavoro, si diverte a pensare alle cinque migliori canzoni d’apertura di un disco o ai migliori episodi di Cin cin, così inizia a pensare alle cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, chiaramente ricordando le sue ex e il modo in cui le cose non hanno funzionato. Scritto con grande ironia – che da sempre contraddistingue tutti i romanzi dello scrittore inglese –, il libro ebbe un ottimo successo e fu portato sul grande schermo da Stephen Frears, con John Cusack e Jack Black come protagonisti.

 

Un ragazzo

Un adulto che si sente un bambino e un bambino che deve fare l’adulto

"Un ragazzo" di Nick HornbyIl trittico degli anni ’90 si concluse, per Hornby, con un altro capolavoro, Un ragazzo, anch’esso tra l’altro adattato poi in un film da Paul e Chris Weitz (già registi e produttori di American Pie), con Hugh Grant, Toni Collette, Rachel Weisz e un giovanissimo Nicholas Hoult come interpreti. Qui calcio, musica e libri c’entrano poco: per una volta, infatti, Hornby mette da parte le sue passioni ma non il tema tardo-adolescenziale che aveva già contraddistinto i suoi personaggi principali precedenti, per presentare la storia di Will Freeman, un uomo che campa senza lavorare, grazie ai diritti d’autore di una canzone natalizia ereditata dal padre, e passa il tempo a cercare di rimorchiare nuove ragazze, salvo poi fare la conoscenza del piccolo Marcus, un ragazzo decisamente difficile, soprattutto per la sua inadeguatezza davanti ad un mondo che Will, invece, ha imparato da tempo a fare proprio.

Hornby, che ha riversato in questa storia una parte del suo rapporto col figlio Danny, autistico, racconta il rapporto complicato ma sempre più complice tra l’uomo adulto che si sente ancora un ragazzino e il ragazzino che troppo presto – a causa della separazione dei suoi genitori e dei problemi psicologici della madre – ha cominciato a ragionare come un adulto, trovando un punto di incontro nella reciproca maturazione e accettazione di sé dei suoi protagonisti. Un libro lieve, divertente anche quando si trova a narrare eventi drammatici, completamente immerso nella Londra dei primi anni ’90, tra il suicidio di Kurt Cobain e la moda grunge del tempo.

 

Non buttiamoci giù

Il suicidio e l’aiuto reciproco

La copertina di "Non buttiamoci giù" di Nick HornbyConcludiamo la lista dei romanzi – prima di salutarci con un libro di non-fiction – con un volume del 2005, che non è certo l’ultima fatica dello scrittore londinese (dopo di esso sono usciti il simpatico Tutto per una ragazza e gli interlocutori Tutta un’altra musica, Tutti mi danno del bastardo e Funny Girl) ma è a nostro avviso l’ultima pienamente convincente, non a caso recentemente anch’essa portata al cinema da Pascal Chaumeil con le interpretazioni di Pierce Brosnan, di nuovo Toni Collette, Imogen Poots e l’ex interprete di Breaking Bad Aaron Paul. Il libro è anzi la miglior dimostrazione di come Hornby sia in grado di trattare anche temi tragici con una leggerezza che pochi prosatori sanno dimostrare, visto che l’argomento principale, qui, è il suicidio.

Quattro persone tra loro diversissime – il conduttore televisivo Martin, la madre di un disabile Maureen, la diciottenne sboccata Jess e il musicista fallito J.J. – si trovano infatti per una tragica coincidenza tutti sul tetto di un grattacielo londinese durante la notte di San Silvestro, tutti con la stessa idea: quella di buttarsi giù e farla finita. Parlando tra loro, però, decidono per il momento di rinunciare all’idea e provare ancora per un po’ a vivere, magari sostenendosi a vicenda e conoscendosi meglio; così, le vite dei quattro proseguono tra alti e bassi fino ad alcuni momenti di verifica – il giorno di San Valentino, la “festa del novantesimo giorno” – che, seppure non li lascino completamente rinvigoriti, li spingono a tentare ancora di portare avanti le loro rispettive esistenze.

 

Shakespeare scriveva per soldi

Un saggio che diventa quasi un romanzo

"Shakespeare scriveva per soldi", saggio di Nick HornbyLa produzione letterario di Hornby, però, non è fatta solo di romanzi o autobiografie sui generis. Dopo il successo planetario delle sue prime opere, infatti, lo scrittore londinese ha cominciato a collaborare sempre più spesso con riviste internazionali, tenendo rubriche sulla musica, sui libri o su qualsiasi argomento gli passasse per la testa. I migliori tra questi articoli sono poi, nel corso del tempo, stati raccolti in alcune antologie, come Rock, pop, jazz & altro, 31 canzoni, Una vita da lettore, Shakespeare scriveva per soldi e Sono tutte storie. Tra i tanti, tutti a loro modo meritevoli di una menzione, abbiamo scelto di parlare di Shakespeare scriveva per soldi, che forse ha qualcosa in più rispetto ai suoi fratelli.

Gli articoli sono stati scritti tra il 2006 e il 2008 per la rivista californiana The Believer, fondata dal collega scrittore Dave Eggers e pubblicata in nove numeri all’anno; articoli che venivano collocati, all’interno del magazine, nella rubrica Stuff I’ve Been Reading e che sono stati raccolti anche nel precedente Una vita da lettore e nel successivo Sono tutte storie, pubblicati nel nostro paese da Guanda, editore di tutte le opere hornbyane. Un libro di recensioni letterarie, quindi, ma completamente diverse dalle recensioni che leggete di solito: Hornby ha, come nei suoi romanzi, uno stile altamente colloquiale e un approccio decisamente antiaccademico nei confronti dei libri; pur essendo un lettore vorace e un ex insegnante di lettere, a lui interessa poco fare mostra della conoscenza delle figure retoriche o delle opere “alte” della letteratura, ma si approccio a Dickens come a Shakespeare, a scrittori moderni e del passato col piglio di uno di noi, intrecciando i libri che legge con la sua vita personale e i suoi gusti. Per questo, Shakespeare scriveva per soldi – un titolo provocatorio, ma solo fino a un certo punto – è un saggio che quasi si trasforma in romanzo e che non dispiacerà affatto anche a chi non ama i libri di letteratura.

Shakespeare scriveva per soldi
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Vinegar Girl : The Taming
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