Cinque tra i migliori album del 2015

Alla scoperta dei migliori album del 2015

Per molti, musicalmente parlando, questo è stato l’anno del ritorno di Adele. Il suo disco 25 era uno dei più attesi, e il singolo di lancio, Hello, ha frantumato tutti i record di ascolto. Ma, per quanto il lavoro della cantautrice britannica non sia privo di valore, il 2015 può essere ricordato anche per altre uscite. Uscite di cui forse si è parlato meno, almeno sui media generalisti, ma che hanno convinto la critica e gli ascoltatori più attenti.

Visto che siamo nella settimana in cui rivediamo tutto quanto di buono e di bello il 2015 ha prodotto, riscopriamo assieme i migliori album di quest’anno. Così che abbiate qualche suggerimento per i regali di Natale o per salvare su Spotify dei nuovi dischi.

 

Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Il disco sui propri genitori

Sufjan Stevens è un cantautore a cui non si può certo rimproverare che non abbia voglia di sperimentare. Nella sua carriera, che comincia ormai ad essere corposa, ha esplorato varie sonorità e vari temi, come dimostra anche Age of Adz, l’album del 2010 che era, fino a poco tempo fa, il suo ultimo. Alla fine del marzo di quest’anno, però, è arrivato Carrie & Lowell, che segna un ritorno all’indie folk, ai toni più sommessi. Ed è un ritorno in grande stile. L’album, infatti, è stato da molti giudicato come il migliore mai realizzato dall’artista di Detroit.


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D’altronde, Stevens ha deciso di metterci dentro molte cose personali. I Carrie e Lowell del titolo altri non sono, infatti, che sua madre e il suo patrigno. Mentre quest’ultimo è stato importante nella vita su Sufjan anche per il fatto di averlo aiutato economicamente agli inizi della carriera, la madre è venuta a mancare nel 2012. Proprio il viaggio che la famiglia ha compiuto verso il natio Oregon per il funerale è stato lo spunto per l’ispirazione di molti brani. Uno spunto che Stevens ha sfruttato per brani toccanti, in cui pare quasi si riesca a sfiorare il mistero della vita.

 

Sleater-Kinney – No Cities to Love

Le ragazze post-punk

Ci sono voluti cinque lunghi anni per godere di un nuovo lavoro di Sufjan Stevens, ma l’attesa per i fan delle Sleater-Kinney è stata addirittura più lunga. No Cities to Love è uscito infatti lo scorso gennaio, a dieci anni di distanza dal precedente The Woods. Un’attesa che è stata lunghissima, quasi interminabile, ma che ha consegnato agli amanti della musica alternative un album difficile da dimenticare. Anche se probabilmente molti di voi non hanno mai sentito parlare di queste tre ragazze del nord-ovest degli Stati Uniti, le Sleater-Kinney sono infatti uno dei gruppi più importanti (e commercialmente sottovalutati) dell’ultimo ventennio.

Corin Tucker, Carrie Brownstein e Janet Weiss hanno così imbastito quello che è forse il miglior album della loro carriera. Un disco che mette in sequenza canzoni che raramente vanno al di sopra dei 3 minuti, ma che rimangono così fresche e rudi. Come ha scritto qualcuno, veri inni post-punk, ben sostenuti da un tour che quelli che hanno avuto modo di vederlo hanno definito straordinario. Pubblicato da Sub Pop, un’etichetta che ha una storia di grande importanza alle spalle, il disco è riuscito a salire fino alla seconda posizione della classifica degli album indipendenti e alla diciottesima di quella generale americana.

 

Björk – Vulnicura

Un disco sulla fine di un amore

Altro ritorno importante è stato quello di Björk. Sempre a gennaio (anche se l’uscita era stata originariamente prevista per marzo) l’artista islandese ha dato alle stampe Vulnicura, un album per vari motivi molto sofferto. Da un lato, infatti, l’anticipo dell’uscita è stato dovuto all’inattesa comparsa dell’album nei sistemi di file sharing; dall’altro, e in maniera molto più seria, il tema portante del disco è la rottura col proprio partner. Come forse saprete, Björk è stata infatti a lungo legata a Matthew Barney, un artista americano da cui ha avuto una bimba, Isadora. Questo rapporto è però terminato lo scorso anno.

Vulnicura – il cui titolo deriva dall’unione delle parole latine vulnus (ferita) e cura (guarigione) – è quindi il tentativo di raccontare i mesi precedenti e quelli successivi alla rottura. E Björk lo fa con alcuni dei migliori testi da lei mai scritti, e con una semplificazione delle proprie melodie. Questo tentativo, che segna un ritorno alle origini rispetto a certi altri lavori recenti, ha colpito nel segno. Il disco si avvicina infatti, per suoni e qualità, ai capolavori del passato come Homogenic e Vespertine, forse addirittura superandoli. E riesce a risultare allo stesso tempo forte e toccante, come solo Björk sa essere.

 

Courtney Barnett – Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit

Il miglior esordio dell’anno

Dopo tanti ritorni in grande stile, facciamo spazio anche ad un esordio. Quello più convincente dell’anno ci sembra essere stato quello dell’australiana Courtney Barnett, autrice di un disco dal titolo lunghissimo ma intrigante, Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit. La ragazza, classe 1987, si era già fatta conoscere per aver militato in alcune band della scena indie australiana, ma al di fuori dell’isola era sconosciuta. Eppure, in poco tempo è riuscita a sfornare un disco coinvolgente, fresco, semplice come la miglior musica indie sa essere.


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Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit è un album sincero e appassionato, in cui forse non avviene nessuna rivoluzione, ma in cui gli stilemi della musica indie riescono comunque a fare di nuovo breccia. Come ha scritto Pitchwork nella sua recensione, «la Barnett non ha nulla da dimostrare e lo sta dimostrando». Se, per provare questa nuova artista, volete “assaggiare” una sola canzone, ascoltate Pedestrian at Best. Proprio questa canzone è stata tra l’altro scelta da Rolling Stone come la quarta migliore dell’anno.

 

Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

La musica nera torna a farsi politica

Dopo tanti album di musica indie e alternative (con qualche venatura folk), concludiamo con un disco completamente diverso. To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar è infatti un album hip hop dalla forte matrice politica rilasciato nel marzo di quest’anno. Un album che è riuscito a convincere critica e pubblico, piazzandosi al primo posto della classifica sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna, anche se da noi non è andato oltre alla trentaduesima posizione. Per Lamar, ad ogni modo, era il terzo lavoro, quello della consacrazione.

Anche se non siete dei fan dell’hip hop, dovete provare questo disco. Perché quando si è davanti a un lavoro così convincente, le etichette di genere finiscono per perdere significato. Un disco maturo sotto diversi punti di vista: quello musicale, quello politico, quello dei testi. Un disco che, infine, ha fatto il paio con un’altra uscita molto simile, l’ottimo Black Messiah di D’Angelo, a mostrare come la musica afroamericana sia ancora vitale e, dopo qualche anno di silenzio su questi temi, possa ancora dire la sua sulla condizione dei neri in America.

 

Segnala altri ottimi album del 2015 nei commenti.

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