La guerra non è certo una cosa bella, su questo – futuristi a parte, ammesso che ce ne siano ancora – dovremmo essere tutti d’accordo. Però la si può raccontare in maniera straordinaria. Romanzi, film, canzoni ci hanno abituato, in quest’ultimo secolo, a vedere i conflitti armati anche dal di fuori, immedesimandoci nel loro contenuto umano, nei loro drammi e nelle loro speranze.

Questo vale ancora di più oggi, con un cinema che ha ormai esplorato tutti i meandri del genere. Ci ha raccontato il Vietnam, l’Afghanistan e l’Iraq, oppure ci ha mostrato nuovamente la Seconda guerra mondiale, ma con uno sguardo più profondo e personale.


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Quello che rischiamo di dimenticare è che in realtà anche nel passato si facevano grandi film bellici. Già dagli anni ’30 del Novecento, infatti, cominciarono ad uscire pellicole sempre più sincere sugli orrori del fronte, inzialmente dedicate alla Prima guerra mondiale e poi alla Seconda. Pellicole che oggi forse non si vedono più tanto spesso in TV, ma che meritano di essere recuperate e riviste, per la loro straordinaria bellezza e modernità. Vediamo insieme quelle che a nostro avviso sono le migliori.

 

All’ovest niente di nuovo

Dal capolavoro di Erich Maria Remarque

La Prima guerra mondiale si svolse, com’è noto, tra il 1914 e il 1918. Alcuni reporter riuscirono a seguirla almeno in parte in diretta, ma i resoconti dal fronte, anche a causa della censura, erano allora limitati ed edulcorati. Si sapeva, più o meno, come si svolgevano le battaglie e cos’erano le trincee, ma non si sapeva, ancora, cosa pensavano realmente i soldati. Quello che davvero passava per la testa dei combattenti era completamente ignoto, e incomprensibile a chi al fronte non c’aveva mai messo piede.

Ci vollero dieci anni circa perché i reduci cominciassero a raccontare al grande pubblico quel che era successo nella terra di nessuno. I primi furono due ex combattenti molto diversi tra loro, Erich Maria Remarque ed Ernest Hemingway. Il tedesco scrisse Niente di nuovo sul fronte occidentale, che divenne un best seller mondiale grazie al suo racconto della guerra tra Francia e Germania. Nel 1930 un ebreo russo naturalizzato americano, Lewis Milestone, ne diresse la versione cinematografica. Ne venne fuori un film fortemente antimilitarista, commovente, scarno e terribile. In Italia, bloccato prima dal fascismo e poi dalla censura repubblicana, arrivò solo nel 1956.

 

La grande illusione

Soldati, nemici, fratelli

Sempre dedicato alla Prima guerra mondiale e sempre fortemente critico nei confronti del militarismo è La grande illusione. La pellicola, prodotta in Francia e diretta da Jean Renoir, uscì nel 1937, quando già sull’Europa spirava il vento di una nuova guerra. Hitler era al potere, in Germania, già da quattro anni, e solo l’anno successivo avrebbe annesso l’Austria e minacciato seriamente, per la prima volta, la pace europea. La grande illusione, di conseguenza, parlava in un certo senso alla nuora perché la suocera intendesse; cioè si riferiva alla Grande guerra ma pensava ad un altro conflitto, che molti temevano imminente.


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La storia è quella di un gruppo di ufficiali francesi chiusi in un campo di detenzione, dopo essere stati catturati dai tedeschi. Mentre cercano ripetutamente la fuga, i prigionieri solidarizzano tra loro, superando le differenze di classe, e spesso questa solidarietà si instaura anche con i nemici. L’idea di fondo, diffusa in generale anche tra i veri combattenti della guerra del ’14-’18, è quella di una fratellanza che va oltre le bandiere e gli ordini dei generali, e che unisce tra loro uomini diversissimi. Alla sua uscita, il film fu proibito in Germania. Quando, nel ’38, anche l’Austria cadde sotto il gioco nazista, il film, che era da poco uscito nelle sale di Vienna, fu immediatamente ritirato. Una cosa che, per sua stessa ammissione, riempì d’orgoglio Renoir.

 

Roma città aperta

Storie dell’Italia occupata

Spostiamoci al dopoguerra. Se la Prima guerra mondiale era stata una novità terribile nella storia dell’Europa, la Seconda fu invece qualcosa di molto più prevedibile, ma non meno doloroso. E se la Grande guerra fu uno scontro di trincea, il conflitto scatenato dalla Germania nazista fu invece molto più variegato e colmo di lutti. Non si combatté, infatti, solo al fronte, ma la guerra arrivò nelle strade, nelle fabbriche, nelle case. Prima ci furono i bombardamenti aerei, sempre più frequenti e quotidiani in tutte le grandi città; poi la guerriglia urbana, l’occupazione e la lotta partigiana.

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In Italia, proprio la guerra civile che si svolse nell’ultimo anno e mezzo di conflitto è stata più volte raccontata dal cinema. Il primo film che provò a descrivere questa situazione, però, fu una pellicola quasi contemporanea, e una delle più belle mai realizzate in Italia. Stiamo parlando di Roma città aperta, il capolavoro che Roberto Rossellini diresse nel 1945. In quel film si raccontava l’occupazione nazista di Roma, tra preti che nascondevano gli oppositori mettendo a repentaglio anche la propria vita, persone ammazzate per strada, rappresaglie e rastrellamenti. Un film che sulle prime venne abbastanza ignorato, almeno in Italia, ma che riscosse un incredibile successo internazionale ed è ancora oggi considerato uno dei migliori della storia.

 

Orizzonti di gloria

La trincea e la codardia secondo Stanley Kubrick

Dopo questo veloce salto sulla Seconda guerra mondiale, torniamo alla Prima. Ci volle un po’, infatti, perché la guerra del ’39-’45 potesse essere sviscerata pienamente al cinema, e quando si iniziò a farlo – a volte anche coi grandi mezzi di Hollywood – era ormai arrivato il colore. Il cinema in bianco e nero, invece, ha fornito altri due capolavori bellici, legati al conflitto precedente: Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick e La grande guerra di Mario Monicelli.


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La pellicola di Kubrick, uscita nel 1957, è probabilmente il più fedele ritratto della guerra di trincea. D’altro canto, nonostante si basasse su un romanzo, traeva spunto da fatti realmente accaduti sul fronte occidentale. I fatti: nel 1916, un arrivista generale francese ordina un attacco disperato, probabilmente suicida, per prendere una postazione in mano ai tedeschi. I soldati francesi che si lanciano vengono falcidiati dalle mitragliatrici, e una buona parte si rifiuta di uscire dalla trincea. Infuriato, il generale dà l’ordine di sparare sulla propria prima linea, accusandola di codardia. L’ordine non viene eseguito, ma il generale riesce comunque a portare davanti alla corte marziale tre soldati scelti a caso tra la truppa.

Anche questa pellicola, come praticamente tutte quelle che abbiamo presentato finora, subì una dura censura, quantomeno in Francia. Nel paese transalpino infatti ne fu proibita la proiezione fino al 1975, mentre anche in Spagna – ma per motivi ovviamente diversi – non poté arrivare che nel 1986.

 

La grande guerra

La tragicommedia all’italiana

Concludiamo con un altro film italiano, La grande guerra di Mario Monicelli. Uscito nel 1959, fece in un certo senso il paio con quello di Kubrick, virando però la storia in una sorta di tragicommedia all’italiana. L’ambiente è sempre quello delle trincee, con i loro paradossi e i loro orrori. Quello che cambia, però, è il fronte, che diventa quello italiano, mentre l’eroismo e la dignità dei combattenti, che pure permeavano la storia di Kubrick, lasciano il posto a una più realistica – almeno dalle nostre parti – arte di arrangiarsi.

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Protagonisti sono infatti Alberto Sordi e Vittorio Gassman, che interpretano due soldati semplici, uno romano e l’altro milanese. In loro non c’è nessun patriottismo, nessun senso del dovere, ma solamente il tentativo di riportare a casa la pelle. Riprendendo episodi narrati anche da Emilio Lussu nel suo Un anno sull’Altipiano, Monicelli e i suoi sceneggiatori (Age & Scarpelli e Luciano Vincenzoni) riuscirono a creare un racconto che sorprende per i toni grotteschi ma anche incredibilmente realistici. Svuotato di tutta la retorica che in precedenza, in Italia, era stata riversata sul primo conflitto mondiale, il film ebbe un successo clamoroso. Si aggiudicò, non a caso, il Leone d’oro a Venezia (in ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini) e una candidatura agli Oscar.

 

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