Il genere del film di guerra è uno dei più sviluppati del cinema hollywoodiano: sarà perché gli Stati Uniti, nel corso del Novecento, sono spesso stati in guerra e questo li ha portati a confrontarsi più di altri popoli con la propria storia e le proprie scelte, ma è indubbio che alcune pietre miliari della storia del cinema abbiano come sfondo gli eventi bellici.

Se ci rivolgiamo al passato, ci accorgiamo che con questo tema si sono confrontati specialisti del settore e autori che in genere facevano altro, grandi registi e film-maker mediocri, sceneggiatori da Oscar ed abili mestieranti; e che anche il clima generale di questi film è spesso molto variegato, spaziando dall’antimilitarismo all’esaltazione quasi sciovinista delle gesta dei soldati. Un genere che ha avuto il suo momento di gloria negli anni ’50 e ’60, ma che continua ancora oggi a sfornare film di ottimo livello, anche se a ritmi meno incalzanti; e allora, scopriamo quelli che secondo noi sono i cinque migliori film di guerra recenti, ovvero usciti negli ultimi vent’anni.

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Salvate il soldato Ryan

Lo sbarco in Normandia come nessuno lo aveva raccontato

Il 1998 fu un anno importante per i film di guerra; da qualche tempo, infatti, il cinema mainstream non dedicava pellicole alle azioni di guerra, quasi come se ritenesse che il filone fosse in un certo senso esaurito, concentrandosi invece più volentieri su storie personali e intime legate ai conflitti. Così in relazione alla Seconda guerra mondiale erano uscite pellicole come Schindler’s List o il nostro La vita è bella, che la guerra la guardavano dai campi di concentramento, ben lontano dai campi di battaglia. Ma Steven Spielberg, che il primo di questi due film l’aveva fortemente voluto e diretto, aveva voglia di raccontare anche altre storie.


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La pellicola – che ebbe un tale peso da portare poi Spielberg e Tom Hanks a coprodurre due serie TV molto belle e dello stesso tenore, Band of Brothers e The Pacific – raccontava, con una sequenza memorabile e registicamente perfetta, lo sbarco in Normandia delle truppe angloamericane e il successivo incarico, affidato al capitano John Miller e a una squadra di sette elementi, di recuperare vivo il soldato James Francis Ryan, ultimo di quattro fratelli, tre dei quali già morti al fronte. Magistralmente diretto e interpretato, oltre che basato su precisissime ricostruzioni storiche, il film si aggiudicò cinque Oscar, quattro dei quali tecnici (fotografia, montaggio, sonoro e montaggio sonoro, dovuti soprattutto a quei primi 24 minuti dello sbarco) e uno per Spielberg.

 

La sottile linea rossa

Un film corale con grandi interpreti

Sempre datato 1998 è un altro film memorabile dedicato alla Seconda guerra mondiale, La sottile linea rossa, che si aggiudicò l’Orso d’oro a Berlino e 7 nomination agli Oscar. Diretto da Terrence Malick – che lo sceneggiò a partire dal romanzo omonimo di James Jones, tornando così dietro alla macchina da presa dopo vent’anni di assenza –, il film racconta la conquista americana dell’isola di Guadalcanal nel 1942, intrecciando le storie personali di vari soldati, con particolare rilievo a quella di Witt, un disertore che inizialmente si nasconde tra i melanesiani ma alla fine torna a combattere assieme ai compagni.


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Nel cast figurano vari interpreti di primissimo piano come Sean Penn, Nick Nolte, John Travolta, John Cusack, Woody Harrelson, John C. Reilly, George Clooney e gli allora giovani James Caviezel, Adrien Brody e Jared Leto. D’altro canto, il film è un’opera veramente corale in cui c’è spazio per diverse voci e diversi atteggiamenti nei confronti della guerra, considerata comunque sempre assurda nel confronto con la natura incontaminata e pura in cui i combattenti si trovano ad agire.

 

Il pianista

La storia vera di un ebreo polacco

Vincitore di importantissimi riconoscimenti – come tre premi Oscar e la Palma d’Oro a Cannes – è anche Il pianista, bel film diretto da Roman Polanski nel 2002 e interpretato proprio da Adrien Brody, che grazie a questa pellicola vide decollare le sue quotazioni. La storia è tratta da un romanzo autobiografico di Władysław Szpilman, pubblicato già nel 1946 ma passato quasi inosservato nella Polonia comunista; riscoperto dal figlio di Szpilman, fu riedito in tedesco sul finire degli anni ’90 con varie aggiunte e poi sceneggiato dal sudafricano Ronald Harwood, che poi avrebbe firmato, sempre per Polanski, anche il copione di Oliver Twist.

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Szpilman era un musicista poco più che trentenne nella Varsavia del 1939, quando scattò l’invasione tedesca: essendo ebreo, fu subito licenziato dal suo posto di lavoro e trasferito nel ghetto, anche se riuscì quasi miracolosamente a scampare ai campi di sterminio. In particolare, una consistente mano gliela diede, negli ultimi mesi di clandestinità, un ufficiale tedesco, che, dopo averlo sentito suonare, decise di tenerlo nascosto e di nutrirlo. Alla fine della guerra, quello stesso ufficiale fu catturato dai russi, che lo deportarono accusandolo di crimini contro l’umanità (crimini che erano imputabili alla sua unità, ma non certo a lui); purtroppo a nulla valsero le richieste di vari sopravvissuti ebrei – ma non di Szpilman, che non riuscì mai a scoprire il nome, Wilm Hosenfeld, di quell’ufficiale –, visto che Hosenfeld morì a Stalingrado, forse per le torture, nel 1952.

 

Lettere da Iwo Jima

Clint Eastwood esplora il punto di vista dei giapponesi

Un tempo, i film di guerra erano pensati esclusivamente per un pubblico maschile; erano, anzi, quanto di più “macho” il cinema hollywoodiano potesse offrire, e infatti vi figuravano attori come John Wayne o, anni dopo, Sylvester Stallone. Oggi le cose sono in parte cambiate, sia perché i protagonisti di questi film non sono più gli eroi senza macchia e senza paura d’un tempo, ma persone normali che si trovano loro malgrado catapultate tra le atrocità della guerra, sia perché sempre più spesso queste pellicole utilizzano anche delle sottotrame romantiche, che appunto rendono più “umani” i protagonisti. L’ultimo vero regista “duro” del settore è forse Clint Eastwood, come dimostra il suo recente American Sniper; e forse proprio per questo ha sorpreso molti, una decina d’anni fa, l’uscita di Lettere da Iwo Jima, un film in cui Eastwood dipinse la battaglia di Iwo Jima dal punto di vista dei giapponesi, con toccante sensibilità.


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Coprodotto assieme a Steven Spielberg – uno che è riuscito a mettere lo zampino in molti dei migliori film di guerra degli ultimi anni –, il film fa il paio con Flags of Our Fathers, pellicola sempre firmata da Eastwood che raccontava gli stessi eventi bellici dal punto di vista statunitense; ma qui l’operazione è ancora più matura, in parte perché il film è tutto girato in giapponese (e in America è arrivato coi sottotitoli, cosa alquanto inusuale), in parte perché il ritratto dei soldati nipponici è molto vero e molto umano, abbracciando le varie diverse sensibilità che componevano quell’esercito. Un’operazione che è stata apprezzata anche dal pubblico del Sol Levante, dove il film ha avuto più successo che non in America, perché per la prima volta una pellicola pensata ad Hollywood (anche se realizzata altrove) rappresentava la società giapponese dell’epoca in modo non stereotipato ma realistico.

 

The Hurt Locker

L’azione si sposta in Iraq

Tutti i film che abbiamo presentato finora sono ambientati durante la Seconda guerra mondiale: se infatti gli anni ’70 e ’80 erano stati caratterizzati dal fiorire di pellicole sul Vietnam (pensiamo anche solo, tra le più famose, a Apocalypse Now, Il cacciatore, Rambo, Platoon, Good Morning, Vietnam, Nato il 4 luglio, Full Metal Jacket e, a modo suo, pure Forrest Gump), dagli anni ’90 in poi il tema è stato progressivamente messo da parte, preferendo un ritorno al secondo conflitto planetario e a tutto quello che ancora non era stato raccontato di quegli anni. Nonostante, dopo gli attacchi dell’11 settembre, gli Stati Uniti siano stati impegnati in due guerre, in Afghanistan e in Iraq, sono non a caso ancora pochi i film che hanno provato a raccontare questi eventi, considerati troppo vicini nel tempo e, soprattutto, troppo controversi. Un’eccezione degna di essere segnalata in questa cinquina è però The Hurt Locker.

Premiato, a sorpresa, con ben sei premi Oscar nel 2010 (tra cui quelli per il miglior film, la miglior regia e la miglior sceneggiatura originale), la pellicola racconta la missione in Iraq di tre artificieri dell’esercito statunitense, tra attentati, mine da sminare, fratellanza ma anche dissidi interni alla squadra. Diretto da Kathryn Bigelow (già regista di Point Break, Strange Days e Il mistero dell’acqua ed ex moglie di James Cameron) a partire da una sceneggiatura di Mark Boal, il film trova forza anche dalla recitazione quasi perfetta dei tre protagonisti, tutti attori allora di secondo piano, tra i quali spicca Jeremy Renner, poi reso noto dalla partecipazione a The Town, The Bourne Legacy, un paio di Mission: Impossible e soprattutto i due Avengers, in cui ha interpretato il ruolo di Occhio di Falco.

 

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