Cinque tra i migliori film di Mario Monicelli

Mario Monicelli negli anni '70

Il destino dei registi cinematografici è sempre molto particolare, e chi fa un mestiere come il nostro, cioè ne descrive le parabole artistiche e commerciali, se ne accorge subito. Perché ci sono registi che sono ottimi professionisti, autori di grandi film e capaci di mettere in campo delle tematiche personali in ogni pellicola che dirigono che non vengono però assolutamente notati da critica e pubblico, e altri che invece, magari con risultati più bassi che alti, vengono considerati artisti.

È il meccanismo, non sempre logico e coerente, della critica, che però a volte rischia di stritolare autori che meriterebbero ben altra considerazione. Questo è in parte anche quello che è accaduto – in tempi in realtà ormai abbastanza lontani dal nostro – a Mario Monicelli, un regista che non è mai stato troppo apprezzato dalla critica “alta” nonostante abbia scritto alcune pagine importanti del nostro cinema e sia stato invece amatissimo dal pubblico; un regista che ha pagato forse lo scotto di aver fatto quasi sempre cinema di genere e aver nascosto le proprie velleità artistiche in una forma almeno all’apparenza più tradizionale.

A cinque anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita, ripercorriamo quindi il percorso professionale del regista romano attraverso una selezione dei suoi cinque film a nostro modo di vedere più belli e importanti.

 

I soliti ignoti

La nascita della commedia all’italiana

Monicelli iniziò giovanissimo a fare cinema, grazie anche a conoscenze allacciate durante il periodo universitario e a una sua parentela diretta con Arnoldo Mondadori, il proprietario e fondatore della più grande casa editrice italiana. Già prima della Seconda guerra mondiale poté realizzare cortometraggi e lungometraggi semiprofessionali, che furono ben accolti nell’ambiente; il conflitto, per uno della sua età che era tra i richiamati alle armi, però bloccò ovviamente l’evoluzione della sua carriera, e il regista poté tornare dietro alla macchina da presa solo dopo il 1945, quando comunque aveva poco più di trent’anni. In quella stagione avviò anche alcune proficue collaborazioni con Steno, con Totò e con Pietro Germi, soprattutto sul versante della commedia, e diresse varie pellicole; ma il film che ne cambiò la carriera arrivò nel 1958: I soliti ignoti.


Leggi anche: Cinque tra i film più belli e più divertenti di Totò

I soliti ignoti
EUR 11,99 EUR 17,90
Generalmente spedito in 1-2 giorni lavorativi
I Soliti Ignoti
EUR 7,00
Generalmente spedito in 1-2 giorni lavorativi
Audace Colpo Dei Soliti Ignoti
EUR 5,98
Generalmente spedito in 1-2 giorni lavorativi
I Soliti Ignoti Made In Usa
EUR 7,99
Generalmente spedito in 1-2 giorni lavorativi
I Soliti Ignoti
EUR 14,99
Generalmente spedito in 1-2 giorni lavorativi
Il Grande Cinema Di Totò:
EUR 16,90
Generalmente spedito in 1-2 giorni lavorativi

La pellicola – scritta assieme ad Age & Scarpelli e Suso Cecchi D’Amico e vagamente ispirata ad un racconto di Italo Calvino – è considerata la prima vera commedia all’italiana, perché riesce a fondere elementi neorealistici (il ritratto disincantato delle classi più povere, scevro di retorica) ad elementi indubitabilmente comici. Un tentativo che a dir la verità non era inedito nel cinema di Monicelli, visto che anche Guardie e ladri, del 1951, aveva provato ad introdurre quel nuovo stile, anche se l’esito aveva avuto meno successo. Qui, invece, Monicelli poté avvalersi non solo di attori comici tradizionali come Totò, comunque relegato a un ruolo secondario, ma anche di interpreti rubati al cinema ed al teatro drammatico, come Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni; l’intento, infatti, era quello di distaccarsi nettamente dal cinema farsesco precedente, fornendo un ritratto grottesco ma realistico della società. Nonostante le critiche inizialmente non favorevoli, il film si impose tra il pubblico sia italiano che internazionale, conquistando anche una nomination agli Oscar nella categoria dei migliori film stranieri.

 

La grande guerra

Quando Monicelli andò a toccare i santi

Il successo di pubblico de I soliti ignoti convinse Monicelli che la strada intrapresa era quella giusta. Così, già l’anno dopo, decise di rigiocare la stessa carta, puntando però in alto: alla Grande guerra. Un scommessa che poteva anche essere fatale a un regista di belle speranze ma ancora giovane e non ancora pienamente affermato. Bisogna infatti considerare qual era la situazione dell’Italia nel 1959. Dalla Prima guerra mondiale erano ormai passati più di quarant’anni, un tempo che normalmente è sufficiente per ripensare in maniera serena al proprio passato; ma in mezzo a quei quarant’anni ce n’erano stati più di venti di dominio fascista, in cui la Guerra del ’15-’18 era stata esaltata in maniera acritica e iper-retorica. Inoltre, l’Italia era da poco uscita da un’altra guerra disastrosa di cui ci si voleva più che altro dimenticare, e d’altronde anche nel resto d’Europa non era facile affrontare certi temi, se si pensa che Orizzonti di gloria, lo straordinario film che Stanley Kubrick realizzò proprio nel 1957, fu vietato in Francia fino al 1975 per il suo racconto tremendamente onesto della guerra di trincea sul fronte occidentale.

Certo Monicelli aveva intenzioni meno estreme di Kubrick e del suo protagonista Kirk Douglas: l’intento suo e dei suoi sceneggiatori (ancora Age & Scarpelli, affiancati stavolta da Luciano Vincenzoni, il primo ad aver avuto l’idea del film) era infatti quello non tanto di criticare i vertici militari – che comunque non fanno una gran figura – quanto di dipingere l’assurdità di una guerra che mandava a morte dei poveri disgraziati che spesso non avevano nulla a che spartire con essa. Una scommessa ancora più ardita se si considera che, mentre ad Alberto Sordi fu imposta la sua solita “maschera” romana, Gassman fu tramutato in milanese e Silvana Mangano in veneta, cosa che richiedeva un certo impegno in un film che voleva sottolineare i regionalismi d’Italia. Ne uscì comunque quello che probabilmente è uno dei migliori film italiani di ogni epoca, una pellicola onesta e commovente, fatto non da poco trattandosi pur sempre di una commedia, anche se tremendamente amara.

 

L’armata Brancaleone

Viaggio nel vero Medioevo

Squadra vincente non si cambia, almeno negli ingredienti: così il successivo grande successo di Monicelli fu un film che ancora una volta si basava sulla triade di fattori che l’aveva reso grande negli anni ’50, ovvero la collaborazione di Age e Scarpelli in fase di sceneggiatura, la rievocazione storica e l’apporto di Vittorio Gassman, l’attore che, sulla scena italiana, si era dimostrato fino a quel momento il più versatile, capace di passare da Shakespeare alla farsa in un batter d’occhio. Fu così che, nel 1966, vide la luce L’armata Brancaleone, un film molto particolare, che nonostante gli elementi di continuità rappresentava anche una grande innovazione nella poetica del regista romano (ma toscano d’adozione): la commedia all’italiana, infatti, sembrava qui giungere a un punto morto, anche se il primo tentativo che aveva fatto Monicelli per affrancarsi dal genere – I compagni, del 1963 – si era rivelato un clamoroso flop in Italia.

L’armata Brancaleone, in fondo, non era troppo distante da I soliti ignoti: oltre ad avere degli attori in comune con la pellicola in bianco e nero, ne replicava addirittura alcune sequenze, ma anche il tema generale – quello di un’accozzaglia di disperati che tentano la grande impresa, fallendo miseramente – era lo stesso. Ciò che era cambiato, nel frattempo, era forse l’Italia: mentre la prima commedia era figlia del neorealismo del dopoguerra e delle prime conseguenze del boom economico, questa anticipava l’Italia arraffona e disincantata degli anni ’60, che doveva cominciare a confrontarsi con le proprie aspettative e i propri limiti. Farsa grottesca ambientata nell’XI secolo, L’armata Brancaleone aveva però anche altri pregi: in primo luogo, la capacità di dipingere il Medioevo in maniera realistica, libera dalla retorica cavalleresca; in secondo luogo, la grande sequela di invenzioni, linguistiche e non, che hanno reso il film fin da subito un oggetto di culto.

 

Amici miei

La goliardica fine della commedia all’italiana

Le invenzioni – fantasiose e goliardiche – sono anche al centro di Amici miei, uno dei più grandi successi di critica e di pubblico di Monicelli che però, per una volta, non è da ascrivere completamente al suo genio. Il progetto, infatti, era stato messo in piedi da Pietro Germi, vecchio amico di Monicelli, che però non aveva avuto modo di dirigerlo per l’aggravarsi della malattia che l’avrebbe portato alla morte nel 1974; per questo motivo Germi aveva chiesto proprio a Monicelli di mettersi in cabina di regia. Sceneggiato dallo stesso Germi, da Leonardo Benvenuti, da Piero De Bernardi e da Tullio Pinelli, il film d’altro canto riprendeva alcuni temi cari all’estetica di Monicelli, come quelli dell’amicizia, della goliardia, dello sberleffo di fronte alle ingiustizie della vita.


Leggi anche: Cinque memorabili film con Ugo Tognazzi

Amici Miei La Trilogia
EUR 31,99
Generalmente spedito in 24 ore
Amici Miei Atto 1
EUR 10,82
Generalmente spedito in 4-5 giorni lavorativi
Amici Miei La Trilogia
EUR 28,79
Generalmente spedito in 1-2 giorni lavorativi

Quello che è nuovo, in Amici miei, e ne costituisce in parte anche la fortuna, è il retrogusto amaro che domina tutta la pellicola: al centro della scena ci sono infatti quattro amici fiorentini di mezza età, che si divertono ad organizzare scherzi molto fantasiosi ai danni dei loro concittadini. Ma, sarà per l’età ormai avanzata, sarà per il finale che si chiude con la morte di uno dei quattro (il Perozzi interpretato da Philippe Noiret), questi scherzi non strappano solo risate, segnando metaforicamente anche la morte, ormai definitiva, della stessa commedia all’italiana, invecchiata e non più capace di graffiare a causa non di mancanze proprie, ma di un cambiamento della società da cui non si può tornare indietro. Il film ebbe due seguiti abbastanza ravvicinati (il primo diretto ancora da Monicelli e il secondo da Nanni Loy, che tra l’altro aveva diretto, vent’anni prima, anche il seguito de I soliti ignoti), mentre nel 2011 Neri Parenti ne ha realizzato una sorta di prequel rinascimentale, che però ha ricevuto critiche feroci.

 

Il marchese del Grillo

Roma, Sordi e il disincanto

Concludiamo con Il marchese del Grillo, pellicola del 1981 che rappresenta forse l’ultimo grande contributo di Monicelli alla commedia, anche se non più “all’italiana”. Ormai completamente preda del disincanto, il film – sceneggiato grossomodo dallo stesso gruppo che aveva lavorato ad Amici miei – infatti si sposta indietro nella storia, come amava fare Monicelli, ma non per parlare dell’Italia di oggi, né per dipingere il carattere fiero e contraddittorio dei suoi abitanti, quanto piuttosto per strappare una risata completamente amara. Il marchese protagonista del racconto, infatti, è un nobile che si diverte sì ad organizzare burle continue nei confronti del potere costituito e della sua famiglia, ma che non ha nessuna intenzione di sognare un mondo migliore o di sovvertire l’ordine, quanto piuttosto di conservarlo, consapevole che il mondo non si può cambiare.

Emblematico, da questo punto di vista, lo scambio di battute che potete vedere anche nella scena qui di seguito, che è probabilmente la più celebre di tutto il film (seguita a ruota da quella sulla pajata): il marchese, com’era solito fare, si mescola ai popolani per giocare in una bettola, finendo per essere arrestato dalla polizia papalina, prima di venir riconosciuto e di conseguenza liberato; la frase che rivolge agli ex compagni di sventura – «Io so’ io, e voi non siete un cazzo» – deriva dal tradizionale spirito romanesco (ed è tratta, non a caso, da un verso di Giuseppe Gioacchino Belli), ma ben rappresenta anche l’impossibilità di alterare l’ordine sociale, al di là di qualche risata e di un po’ di divertimento che servono solo ad allentare la situazione. Ottima l’interpretazione di un Sordi ormai maturo, che avrebbe lavorato di nuovo con Monicelli anche nel successivo – ma meno convincente – Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

 

Segnala altri ottimi film di Mario Monicelli nei commenti.