Cinque tra i migliori film italiani di sempre

L'ingresso del cinema in Nuovo Cinema Paradiso

Prima o poi, per un sito di liste come il nostro, arriva il momento della verità. Il momento cioè in cui ti chiedono di scegliere la lista dei migliori assoluti di una certa categoria; quelle liste che abbracciano centinaia se non migliaia di possibili candidati, e in cui sai che sbaglierai in ogni caso, lasciando fuori qualcosa che non avrebbe meritato di essere lasciato fuori.

Così è anche per la lista di oggi, dedicata ai cinque migliori film italiani di sempre. Una lista da far tremare i polsi: perché il nostro cinema, per quanto neppur lontanamente paragonabile – per dimensioni – a quello americano, ha avuto i suoi bei momenti di gloria, e ancora oggi, nonostante la crisi economica, continua a sfornare film di buono e spesso ottimo livello.

Abbiamo pertanto cercato di essere il più equilibrati possibile, e di dar conto delle varie epoche storiche, pur senza diventare schiavi di quest’impostazione: troverete così un film neorealista, un film che può essere ricondotto in qualche modo alla commedia all’italiana (anche se molto originale e particolare), uno spaghetti western e due pellicole più recenti.

Molti, però, sono gli esclusi eccellenti, e ce ne dispiace, ma in casi di questo genere non si può fare altrimenti: non c’è, ad esempio, nessuna pellicola di Federico Fellini, che pure avrebbe meritato; ma mancano anche Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Pietro Germi, Dino Risi, Ettore Scola e film importanti diretti da altri registi come I pugni in tasca, Il conformista, L’avventura, Il Vangelo secondo Matteo, L’albero degli zoccoli o La meglio gioventù. Anche se non li abbiamo inclusi tra i migliori film italiani di sempre, vedremo di dedicar loro spazio altrove.

 

Ladri di biciclette

Il capolavoro del neorealismo firmato De Sica e Zavattini

Si può dire che in un certo senso il cinema italiano sia nato con la Seconda guerra mondiale. Prima del conflitto, infatti, c’erano stati dei tentativi interessanti all’epoca del muto (su tutti, il celebre Cabiria), ma l’avvento del fascismo aveva reso innocuo uno strumento che pure il regime voleva utilizzare a proprio vantaggio. Fu quindi solo negli anni ’40, con l’Italia che si liberava dai tedeschi e dai fascisti, che poté decollare un cinema nuovo, capace di stupire il mondo e di costituire per qualche anno la più importante avanguardia del settore: il neorealismo.

Al vertice di questa nuova corrente – che si riallacciava certo al naturalismo e al verismo di fine Ottocento, ma li caricava di temi politici decisamente nuovi – c’era la figura di Cesare Zavattini, giornalista emiliano che durante il fascismo era stato molto attivo nel filone della satira sociale, e che si era avvicinato anche al mondo del cinema, che ora intendeva rinnovare.

Ladri di biciclette nacque nel 1948 dalla collaborazione proprio tra Zavattini e il regista Vittorio De Sica, che durante il fascismo si era costruito una solida carriera come interprete di commedie sentimentali ma ora sentiva giunto il momento di passare (anche) dietro alla macchina da presa, mettendo da parte le convenzioni del vecchio cinema dei telefoni bianchi e abbracciando un nuovo realismo. Il primo tentativo della coppia era stato Sciuscià, bel film che però fece flop al botteghino, ma De Sica decise di non rinunciare alla sua idea e, investendo anche denaro proprio, realizzò questa seconda pellicola.

Ladri di biciclette è ancora oggi considerato non solo il capolavoro, ma anche il film-simbolo dell’intero neorealismo: utilizzando attori presi letteralmente dalla strada, De Sica e Zavattini (con l’aiuto anche di Luigi Bartolini, Suso Cecchi D’Amico, Oreste Biancoli, Adolfo Franci, Gerardo Guerrieri e Gherardo Gherardi) raccontavano infatti la storia di un umile attacchino a cui rubavano la bicicletta e dei suoi tentativi per recuperarla. All’interno di una Roma ridotta in miseria dalla guerra, le storie di varia umanità, raccontate con piglio popolano ma senza cedere al melodramma, stupirono l’Europa e il mondo, tanto è vero che questo film è ancora oggi spesso incluso, alle primissime posizioni, nelle classifiche internazionali sul migliore della storia.

Ladri di Biciclette – Vittorio De Sica

 

La grande guerra

Dal neorealismo alla commedia all’italiana

L’ultimo scorcio degli anni ’40 e i primi anni ’50 furono dominati, a livello cinematografico, dal neorealismo, che aveva dato per la prima volta linfa e dignità artistica alle produzioni nostrane; ma già dalla metà di quel secondo decennio il genere cominciò a far vedere segni di debolezza, cedendo il passo a film più visionari o grotteschi; si andavano delineando, infatti, due nuovi filoni, derivati dal neorealismo ma pronti, alla prima occasione, a rinnovare i dettami stabiliti dal loro “padre”: il film d’autore e la commedia all’italiana.

Nel primo caso, registi formatisi all’interno della corrente neorealista come Federico Fellini o, in misura diversa, Luchino Visconti iniziarono a produrre film che avevano sempre meno in comune con la realtà, virando rapidamente verso la direzione esattamente opposta, cioè verso una messa in scena elaborata e programmaticamente falsa; dall’altro, il dramma cominciava ad essere messo da parte – complice il boom economico – per una visione più allegra, ma non meno caustica, della società italiana.

Proprio a questa seconda tendenza appartiene La grande guerra, straordinaria pellicola del 1959 diretta da Mario Monicelli e scritta da lui stesso assieme a Age & Scarpelli e Luciano Vincenzoni. Una pellicola che è importante sotto diversi punti di vista: da un lato, indubbiamente, per la sua qualità artistica, che si fonda sul lavoro di alcuni tra i più grandi professionisti dell’epoca (non si può non menzionare Vittorio Gassman e Alberto Sordi nei ruoli dei protagonisti, ma anche Silvana Mangano, Romolo Valli e Ferruccio Amendola tra gli attori e il compositore Nino Rota alle musiche); dall’altro, per il coraggio di raccontare un evento storico drammatico come la Prima guerra mondiale da una prospettiva completamente anti-retorica, in un’epoca in cui la censura su certi temi era ancora molto forte.


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La storia è quella di due soldati impegnati sul fronte austriaco, il romano Oreste Jacovacci (Sordi) e il lombardo Giovanni Busacca (Gassman), come molti loro commilitoni tutt’altro che eroici nonostante la retorica di chi, in patria e al sicuro, dipinge la guerra. Codardi, vigliacchi e furbi, finiranno però per riscattarsi in un finale che, se non volete rovinarvi il colpo di scena, potete vedere qui di seguito.

La Grande Guerra – Scena finale

 

Il buono, il brutto, il cattivo

Lo spaghetti western per antonomasia

Facciamo ora un balzo avanti e passiamo ai film a colori, e in particolare Il buono, il brutto, il cattivo, forse il più famoso e più bello esempio di spaghetti western. Il genere, nato nei primi anni Sessanta e caratterizzato da una certa povertà di mezzi economici (almeno rispetto al western classico americano) e per lungo tempo dal dispregio della critica, era una sorta di versione italiana del mito della frontiera, in cui poca importanza aveva la verità storica e scenografica (spesso questi film venivano girati nell’economica Spagna) ma molta l’aveva l’aspetto mitico.

Alberto Moravia, non a caso, per criticare Sergio Leone e l’intero genere sottolineò come il western classico partisse dal mito, mentre quello italiano dalla mitizzazione del mito, e quindi fosse in un certo senso autoreferenziale e manieristico. Una critica in verità fondata, ma che non tiene conto che proprio il manierismo – spinto all’estremo – è stato ciò che ha fatto la forza di questo genere.

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Il buono, il brutto, il cattivo – uscito in tutto il mondo nel 1966 e divenuto rapidamente un campione d’incassi – concludeva la trilogia del dollaro di Sergio Leone, iniziata con Per un pugno di dollari nel 1964 (in assoluto il suo secondo film da regista) e proseguita con Per qualche dollaro in più nel 1965; un film in cui veniva cavalcata ancora di più l’epica western, con tre personaggi principali (interpretati dagli ottimi Clint Eastwood, Lee Van Cleef e Eli Wallach) e una lentezza che snervò i critici ma rese la pellicola immortale.

La storia, che il mito vuole sia stata inventata sul momento dal co-sceneggiatore Luciano Vincenzoni (lo stesso de La grande guerra) davanti alle richieste dell’americana United Artists per un nuovo film, è quella di tre personaggi che, durante la Guerra di Secessione, si rincorrono, si imbrogliano e tentano di uccidersi a vicenda per raggiungere un tesoro sepolto in un cimitero: si tratta dell’uomo senza nome, qui chiamato il Biondo, del farabutto Tuco e dello spietato Sentenza. I tre si misureranno varie volte, ma sarà nel celebre triello finale – reso epico anche dalle musiche di Ennio Morricone – che la storia troverà il suo epilogo.

La scena più bella della storia del cinema.

 

Nuovo Cinema Paradiso

Un’elegia per la fine delle illusioni

Se Il buono, il brutto, il cattivo è l’esaltazione dell’epica western – un’epica nata nei cinema americani prima della Seconda guerra mondiale e arrivato in Italia, a causa delle censure fasciste, solo nel dopoguerra –, Nuovo Cinema Paradiso, realizzato poco più di una ventina d’anni più tardi, esalta il cinema tout court e la sua capacità di trasformare la vita degli spettatori.

Scritto e diretto da Giuseppe Tornatore, che vi riversò ricordi di infanzia propri e di molte altre persone conosciute nella natia Sicilia, il film ebbe un successo clamoroso sia in Italia che all’estero, vincendo l’Oscar e il Golden Globe come miglior film straniero ed ottenendo anche il Gran Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes; un successo inatteso se si considera da un lato che il regista di Bagheria era appena al suo secondo film, dopo l’interessante Il camorrista (sulla vita di Raffaele Cutolo), e che all’esordio la pellicola incassò una serie di flop in tutta Italia, prima di essere improvvisamente riscoperta.


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La storia si dipana su due livelli diversi: da un lato c’è l’oggi, col regista Salvatore che riceve, a Roma, la notizia che un certo Alfredo, suo vecchio amico dei tempi della Sicilia, è morto; dall’altro, ci sono i ricordi dello stesso regista, che si dipanano dall’immediato dopoguerra, quando era un piccolo bambino e faceva in un certo senso da assistente ad un proiezionista del cinema locale – appunto quell’Alfredo appena venuto a mancare – fino alla sua partenza per la leva militare.

Così, la crescita del personaggio principale – che è interpretato dal bravissimo Salvatore Cascio nelle scene dell’infanzia e da Jacques Perrin in quelle da adulto – scorre parallela alla storia del cinema, intendendo con questa parola sia l’edificio in cui i film vengono proiettati (prima il “Paradiso”, poi, dopo un incendio e la ricostruzione, il “Nuovo Cinema Paradiso”), sia l’insieme dei film; e la perdita dell’infanzia e delle illusioni diventa in un certo senso la perdita del mito cinematografico.

Unforgettable – Nuovo Cinema Paradiso (Scena Finale, 1988) HD

 

La vita è bella

Roberto Benigni e l’Olocausto

Concludiamo con uno degli ultimi grandi successi del cinema italiano, l’ultimo anzi prima del recente La grande bellezza, film sul quale il giudizio, per l’inclusione in una lista del genere, ha bisogno di maggior meditazione per il troppo poco tempo passato dalla sua uscita; da La vita è bella, il capolavoro di Roberto Benigni, sono invece trascorsi ormai quasi vent’anni, e quindi ci si può sbilanciare con maggior cognizione di causa.

Realizzato nel 1997, il film ha rappresentato una svolta nella carriera di Benigni e, assieme ad altre pellicole, anche nel modo di raccontare una pagina tragica della nostra storia come l’Olocausto. L’attore e regista toscano, infatti, si era fatto una fama e un certo seguito come attore irriverente e fuori dagli schemi, prima di passare dietro alla macchina da presa negli anni ’80, non distaccandosi mai dal genere comico anche se avvicinandosi a temi “caldi” e d’attualità come in Johnny Stecchino e Il mostro.


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Scritto assieme a Vincenzo Cerami, con cui Benigni collaborava ormai da anni, il film affronta infatti il drammatico tema della persecuzione degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale: il protagonista, Guido Orefice, è infatti un giovane ebreo che, arrivato ad Arezzo dalla campagna, riesce a conquistare e sposare una maestra, Dora (Nicoletta Braschi), da cui avrà anche un figlio, Giosuè (Giorgio Cantarini).

Deportati nelle fasi finali della guerra, Guido inventerà uno stratagemma per tenere suo figlio lontano dagli orrori del campo di concentramento, convincendolo che in realtà i due sono coinvolti in un gioco a premi che mette in palio, per i più meritevoli, addirittura un carro armato vero. La storia così si snoda tra la finzione gioiosa messa in campo dal padre e la realtà orribile del campo, fino a quando non si arriva al tragico – ma anche ricco di speranza – epilogo.

La vita è bella (Benigni traduce a modo suo l'ufficiale tedesco)

 

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