Cinque tra i migliori film sul baseball

I migliori film sul baseball

Il baseball, per noi europei, è sicuramente un gioco complicato, ma ricco di fascino. Raramente ne vediamo delle partite in TV o, men che meno, allo stadio, ma film, serial e fumetti ci hanno abituato ad apprezzare la tensione che regge la sfida tra lanciatore e battitore, a ridere dei curiosi e fantasiosi segnali che dalla panchina vengono lanciati ai giocatori, a godere dei fantastici home run e delle partite rovesciate con una giocata spettacolare.

Proprio il cinema hollywoodiano, anzi, ha spesso e volentieri raccontato al resto del mondo la passione che gli americani hanno per questo sport, dipingendoci le imprese sia di grandi campioni del passato che di giocatori delle leghe minori, passando attraverso il baseball giovanile, ancora oggi lo sport più diffuso tra i ragazzini americani nonostante la crescita del calcio. Quali sono però i migliori film sull’argomento? Ne abbiamo selezionati cinque; tra gli esclusi eccellenti, che si sono piazzati subito fuori dalla cinquina, vi segnaliamo comunque L’uomo dei sogni con Kevin Costner, Otto uomini fuori con John Cusack e Charlie Sheen e L’arte di vincere con Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman e Robin Wright.

 

L’idolo delle folle

La vita e il dramma di Lou Gehrig

Il periodo d’oro del baseball, in America, fu probabilmente quello a cavallo tra le due guerre: furono anni di stadi sempre pieni, di tifosi attaccati alle radio per sentire le cronache delle partite, di grandi miti come Babe Ruth o Joe DiMaggio. E proprio uno di questi miti fu Lou Gehrig, che oggi in Italia è forse noto non tanto per essere stato uno dei più grandi giocatori di baseball di ogni epoca, quanto per aver dato il proprio nome a una letale malattia, la Sclerosi Laterale Amiotrofica, meglio nota come SLA o, appunto, Morbo di Gehrig.

Gehrig giocò in Major League per 17 stagioni, sempre con la casacca dei New York Yankees, tra il 1923 e il 1939; in quegli anni disputò tutte le partite a disposizione, 2.130 consecutive, stabilendo un record che sarebbe rimasto imbattuto fino al 1995. Soprannominato “Cavallo di Ferro” per via della sua potenza alla battuta e della sua incredibile resistenza, vinse sei volte le World Series in un periodo di grandi soddisfazioni per gli Yankees, ma nel 1939 gli fu diagnosticata la malattia e dovette ritirarsi. Il suo discorso d’addio allo Yankee Stadium divenne memorabile: «Fans – iniziava –, for the past two weeks you have been reading about the bad break I got. Yet today I consider myself the luckiest man on the face of this Earth. I have been in ballparks for seventeen years and have never received anything but kindness and encouragement from you fans. Look at these grand men. Which of you wouldn’t consider it the highlight of his career just to associate with them for even one day? Sure, I’m lucky».

Scomparso nel 1941, appena due anni dopo il ritiro, Gehrig fu subito ritratto in una pellicola diretta da Sam Wood – regista con una solida carriera alle spalle che variava dal dramma alla farsa (soprattutto coi fratelli Marx) – e interpretata da Gary Cooper, con anche una piccola parte per Babe Ruth e per altri compagni di squadra degli Yankees: il film, che si concentra più sulla vita di Gehrig che sulle sue imprese sportive, voleva essere un omaggio alla figura di uno sportivo onesto e leale, la cui dipartita aveva scosso l’intero paese. Memorabile, anche qui, il discorso d’addio, tanto che la battuta “Oggi mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della Terra” è stata nominata dall’American Film Institute la 38esima più emblematica della storia del cinema.

 

Batte il tamburo lentamente

Robert De Niro e il legame tra un lanciatore e il suo ricevitore

Roger Ebert – sicuramente il più famoso e influente tra i critici cinematografici americani – l’ha definito “il film di baseball definitivo”, e forse non ha avuto torto: Batte il tamburo lentamente, del 1973, è un film forse poco noto e quasi certamente dimenticato qui da noi, che però ha il pregio di mettere in mostra tutte le migliori qualità del baseball, partendo anche in questo caso da una storia drammatica legata alla morte.

I protagonisti del film sono infatti due giocatori della fittizia squadra dei New York Mammoths: il lanciatore Henry Wiggen, stella della squadra, e il ricevitore Bruce Pearson, giocatore di scarso talento e intelletto. I due sono amici, col primo che sta contrattando con la società un nuovo accordo più redditizio e il secondo che invece rischia di essere tagliato e di finire a giocare nelle leghe minori; all’improvviso, tutto cambia quando Bruce scopre di essere malato terminale e lo comunica solo al suo lanciatore, che si prende a cuore il suo destino e decide di firmare un nuovo contratto in cui rinuncia a molti soldi garantendosi però che il ricevitore non venga tagliato. Nel giro di qualche tempo, la notizia della malattia di Bruce si sparge però all’interno della squadra, e i giocatori – dopo le difficoltà e i litigi di inizio stagione – si ritrovano uniti davanti al dolore, tanto che riusciranno ad aggiudicarsi le World Series poche settimane prima della morte di Bruce.

Tratto da un romanzo scritto negli anni ’50 da Mark Harris e già portato in TV nel 1956 da un gruppo di giovanissimi attori tra cui figuravano Paul Newman e George Peppard, il film era diretto dall’esordiente John D. Hancock e presentava, nel ruolo di Bruce, l’allora poco noto Robert De Niro, che proprio grazie a quest’interpretazione e a quella in Mean Streets di Martin Scorsese, uscito pochi mesi dopo, si propose come l’astro nascente di Hollywood.

 

Che botte se incontri gli “Orsi”

I ragazzini terribili di Walter Matthau

Dopo due drammi in cui il baseball si deve confrontare con la morte, passiamo ad un film decisamente più leggero, Che botte se incontri gli “Orsi”, pellicola del 1976 che ebbe un buon successo e che nel corso degli anni ha dato origine a due sequel (Gli Orsi interrompono gli allenamenti e Gli Orsi vanno in Giappone), una serie TV (La gang degli Orsi) e un remake nel 2005, Bad News Bears – Che botte se incontri gli Orsi, con Billy Bob Thornton e Greg Kinnear.

Il film racconta di un ex giocatore di baseball, l’ubriacone Morris Buttermaker, che viene convinto da un consigliere comunale ad allenare una squadra di ragazzini scartati da tutte le società tradizionali, gli “Orsi”, iscritti al torneo della Little League. I ragazzini – sia quelli che formano la squadra originale che quelli che vengono ingaggiati nel corso della stagione da Buttermaker – sono all’inizio qualcosa di inguardabile: il lanciatore è miope e il ricevitore in sovrappeso, oltre a ragazzini messicani che non capiscono l’inglese, giocatori timidissimi ed altri esageratamente appassionati di statistiche. Ad ogni modo, coi suoi modi burberi Buttermaker riesce a plasmare la squadra e a condurla fino alla finale contro gli Yankees, team con un allenatore e dei genitori-tifosi particolarmente ossessivi e duri. La partita termina con la vittoria di questi ultimi, ma gli Orsi sfiorano l’impresa; Buttermaker fa festeggiare i suoi ragazzi addirittura con la birra e, durante la premiazione, i bimbi non mancheranno di prendersi una rivincita sugli spocchiosi avversari.

La pellicola ha il suo punto di forza, oltre che nell’esaltazione del baseball come passione, anche nell’interpretazione degli attori: mattatore assoluto è Walter Matthau, al quale il personaggio di Buttermaker pare cucito addosso; ma tra i ragazzini brilla anche la stella della piccola Tatum O’Neal, all’epoca al suo secondo film dopo l’exploit con cui, tre anni prima, aveva vinto addirittura un Oscar e due Golden Globe per Paper Moon.

 

Il migliore

Robert Redford e il mito del successo

Se volete un film che vi racconti i sacrifici che stanno dietro a una carriera nel baseball, la gloria, la sconfitta e le difficoltà non solo di una partita sicuramente dovete recuperare Il migliore, bella pellicola del 1984 diretta da Barry Levinson (famoso anche per blockbuster come Good Morning, Vietnam, Rain Man e Rivelazioni) e interpretata da un cast di prim’ordine formato da Robert Redford, Robert Duvall, Glenn Close e Kim Basinger.

La storia è quella, inventata, di Roy Hobbs, un giocatore che ha un talento naturale per il baseball e che, dopo la morte improvvisa del padre, decide, non ancora ventenne, di partire per Chicago per sostenere un provino per i Cubs, prestigiosa squadra della città. Durante il viaggio, però, viene avvicinato da una donna che si rivela una sorta di serial killer delle giovani speranze dello sport che lo ferisce e ne mina le possibilità di carriera. Il film salta quindi avanti di una quindicina d’anni e ci mostra di nuovo Hobbs che, dopo una carriera mediocre nelle leghe minori, ha finalmente la possibilità – questa volta l’ultima – di giocare tra i grandi: il suo talento emergerà dopo mille peripezie e, per tentare di arrivare al titolo, dovrà però sopravvivere alle sempre più insistenti offerte di corruzione e al riacutizzarsi della sua vecchia ferita.

Il film, tratto ancora una volta da un romanzo – scritto dal talentuoso scrittore ebreo Bernard Malamud nel 1952 – che è stato anche pubblicato in Italia, conquistò quattro nomination agli Oscar e fu un successo economico, tra l’altro il primo della TriStar, fondata in quello stesso anno grazie a un accordo tra Columbia, HBO e CBS.

 

Bull Durham – Un gioco a tre mani

Quando il regista viene dalle Minor Leagues

Concludiamo con una commedia che è allo stesso tempo uno dei film sportivi più divertenti mai prodotti dal cinema americano ma anche una approfondita disamina dei meccanismi che reggono le leghe minori – professionistiche ma ben lontane dai salari della MLB – del baseball statunitense. Il film di cui stiamo parlando è Bull Durham – Un gioco a tre mani, prodotto nel 1988 dalla Orion Pictures dopo essere stato rifiutato da praticamente tutte le case di produzione perché “era passato il tempo dei film sul baseball” e capace di incassare più di 50 milioni di dollari solo negli Stati Uniti a fronte di un budget di 9.

La storia è quella di Crash Davis, un esperto ricevitore che viene ingaggiato dai Bulls di Durham per fare in un certo senso da chioccia a un giovane e talentuoso lanciatore, Ebby LaLoosh, dotato di un braccio formidabile quanto sregolato e inesperto. Il rapporto tra i due non è dei più facili, sia perché quest’ultimo non è sempre disponibile a farsi guidare, sia perché ci si mette in mezzo un’insegnante, Annie Savoy, devota del gioco del baseball – tanto da averlo eletto a propria religione personale – e decisa a svezzare il giovane lanciatore sia culturalmente che sessualmente. Quando poi, dopo molto lavoro, LaLoosh verrà ingaggiato in Major League, i Bulls finiranno per rilasciare Crash; questi troverà un ultimo ingaggio in un’altra squadra che gli darà l’occasione di battere il record di home run in carriera per le Minor Leagues prima di ritornare a Durham e iniziare una nuova vita con Annie.

La pellicola fu scritta e diretta da Ron Shelton, a sua volta ex giocatore di baseball professionista che utilizzò come fonti di ispirazione varie storie che aveva racimolato durante la sua carriera nella Major e nelle Minor Leagues e in particolare la figura mitica di Steve Dalkowski, forse il più grande lanciatore che abbia mai calcato i campi del baseball minore; la sua sceneggiatura e la sua regia furono così incisive che dopo quel successo seppe costruirsi una solida carriera a Hollywood, segnata da altri film sportivi – come Chi non salta bianco è, sul basket, o Tin Cup – e non (Hollywood Homicide). Parte del merito del successo, però, è da attribuire anche all’affiatato trio di protagonisti: Tim Robbins era qui alla sua prima importante performance; Susan Sarandon, che proprio con Robbins avrebbe dato vita a una lunga relazione sentimentale, si guadagnò una nomination ai Golden Globe; Kevin Costner, infine, fu scelto per il suo naturale atletismo (durante le riprese segnò vari home run senza bisogno di controfigure) e sarebbe diventato un idolo degli appassionati di baseball confermando la sua passione anche col successivo L’uomo dei sogni.

 

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