Il Rinascimento è stata un’epoca fondamentale della storia dell’arte non solo italiana, ma mondiale. Ed è ciò che, assieme alle bellezze naturalistiche e ai fasti delle antiche civiltà, spesso ci dà da vivere tramite il turismo. Pensate a Firenze, città rinascimentale per eccellenza, ma anche a Roma, al resto della Toscana e alle grandi chiese quattrocentesche e cinquecentesche, abbellite magari dal lavoro di grandi scultori italiani.

Il Rinascimento, infatti, ha mostrato il suo lato più imponente nell’architettura, ma ha saputo donarci anche a livello di scultura delle opere memorabili, entrate a pieno titolo tra i capolavori dell’umanità.

La tradizione italiana in questo campo, però, non si è fermata solo al ‘400 e al ‘500, ma è proseguita arrivando fino ai giorni nostri. E ovviamente si è anche trasformata nel tempo, seguendo i nuovi dettami dell’arte e dell’estetica internazionale.

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Visto che nel mondo gli artisti italiani che hanno lavorato con marmo e scalpello sono piuttosto famosi, conviene forse cominciare a mettere un po’ d’ordine.

Quali sono, quindi, gli scultori più importanti e famosi nati in Italia? Quelli che con le loro opere hanno influenzato il gusto e gli stilemi dell’arte plastica? Abbiamo scelto cinque nomi che non si possono non conoscere, e ora ve li presentiamo.

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1. Donatello

Il grande rinnovatore

Nato come Donato di Niccolò di Betto Bardi a Firenze nel 1386, Donatello è considerato il padre della scultura rinascimentale. Ovvero l’artista che – assieme ai colleghi Filippo Brunelleschi, specializzato maggiormente nell’architettura, anche se pure egli raffinato scultore, e Masaccio, pittore – rinnovò le arti nel capoluogo toscano.

Nelle sue opere [1] Donatello seppe sempre imprimere una certa dose di drammaticità, di forza, di vigore, ma soprattutto anche di espressione. Tutte forze che si sentono come trattenute all’interno delle forme armoniose, ma dalle quali comunque traspare introspezione e umanità.

Di famiglia modesta e dal temperamento piuttosto passionale [2], lo scultore fu inizialmente allievo e compagno del Brunelleschi, col quale studiò l’arte antica a Roma.

Iniziò a scolpire a Firenze nei primi anni del ‘400, lavorando soprattutto alle statue che dovevano decorare il Duomo e Orsanmichele.

I bassorilievi

Tra i capolavori di questo periodo si ricordano il San Giovanni Evangelista oggi nel Museo dell’Opera del Duomo, San Marco e San Giorgio a Orsanmichele e la serie dei Profeti per il Campanile di Giotto a Santa Maria del Fiore. Ma presto avrebbe ampliato le tecniche e le tipologie delle sue opere.

Negli anni della maturità si concentrò infatti sui bassorilievi (come il San Giorgio e la principessa a Orsanmichele), di fatto inventando la nuova tecnica dello stiacciato [3]. Tecnica con cui decorò battisteri e pulpiti in varie città della Toscana.

Le sue sculture più celebri sono però probabilmente il David, conservato al Museo Nazionale del Bargello, a Firenze, e le statue e il crocifisso della Basilica del Santo a Padova. Inoltre meritano di essere ricordate la Giuditta e Oloferne che, collocato un tempo in Piazza della Signoria, oggi si trova all’interno del Palazzo Vecchio.

 

2. Michelangelo Buonarroti

Scultore, pittore, architetto tra i più grandi di sempre

Michelangelo non ha certo bisogno di presentazioni: non fu solo uno dei più grandi e famosi scultori italiani, ma di tutto il mondo. E non fu solo scultore, ma anche pittore, architetto e poeta, toccando in ogni campo i vertici della sua epoca.

E, nonostante questa sua straordinaria poliedricità, fu proprio nella scultura che l’artista aretino seppe mostrare forse in maniera più ampia e variegata il suo talento.

Nacque nel 1475 da un padre fiorentino che in quei mesi viveva vicino ad Arezzo. Ed era destinato – in quanto esponente di una famiglia patrizia, seppure in decadenza – alla carriera ecclesiastica o militare, ma manifestò fin dalla più tenera età una certa propensione all’arte.

Mandato a bottega a Firenze, imparò giovanissimo le tecniche pittoriche sia lavorando direttamente, sia copiando Giotto e Masaccio. Notato da Lorenzo il Magnifico, fu ospitato nella sua casa, in cui poté avvicinare i più importanti intellettuali dell’epoca e scoprire la filosofia neoplatonica.

La storia de La pietà

Dopo la morte di Lorenzo e l’avvento della Repubblica si spostò prima a Bologna e poi a Roma. Fu soprattutto in quest’ultima città che le influenze della cultura classica – ma anche delle varie forme rinascimentali che aveva avuto modo di conoscere – iniziarono finalmente a sedimentare in lui.

Il suo primo capolavoro fu la Pietà, scolpita inizialmente per la chiesa di Santa Petronilla e oggi conservata a San Pietro. Michelangelo che completò a soli 24 anni, utilizzando per la prima volta il marmo di Carrara.

Un paio di anni dopo cominciò poi a lavorare al David che, pensato per il Duomo, fu ritenuto troppo bello per essere messo in una posizione defilata. Grazie anche all’opinione di una commissione di cui facevano parte Filippino Lippi, Sandro Botticelli e Leonardo da Vinci [4], la statua fu spostata in Piazza della Signoria.

Successivamente, se si escludono gli anni al lavoro nella Cappella Sistina, Michelangelo lavorò molto alla grandiosa tomba di Giulio II, che fu realizzata solo in parte, e a nuovi progetti architettonici ed urbanistici. Questi progetti finirono per distoglierlo spesso e volentieri dalla scultura, la sua arte preferita.

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3. Benvenuto Cellini

Scultore, orefice ma anche assassino

Contemporaneo di Michelangelo e più giovane di appena venticinque anni fu Benvenuto Cellini. Anch’egli fiorentino, è considerato il più grande erede del maestro, oltre che uno dei fondatori del Manierismo.

Nato in una famiglia di costruttori di strumenti musicali, fu inizialmente avviato verso il canto e il flauto. Emerse però presto il suo talento come scultore e in particolare come orafo, attività che lo impegnò nei primi anni della sua carriera.

Anche lui era, come Donatello, di temperamento piuttosto forte. Già a sedici anni venne infatti allontanato da Firenze per aver partecipato a una rissa, circostanza che si sarebbe poi ripetuta anche in anni successivi. Rifugiatosi a Roma, difese la città durante il sacco del 1527.

L’autobiografia e le opere

Per tutta la vita continuò le peregrinazioni tra Firenze, Roma e la Francia, spesso dovute a minacce di morte e uccisioni da lui stesso compiute. Tutti questi fatti, tra l’altro, finì per raccontarli con una certa schiettezza in una celebre autobiografia, La vita, completata nel 1566.

Le sue opere principali sono il Perseo che decapita la Medusa, conservato alla Loggia dei Lanzi di Firenze, il Crocefisso per il Monastero dell’Escorial e l’Apollo e Giacinto oggi esposto al Museo del Bargello.

Per quanto riguarda i lavori di oreficeria, non si può non segnalare la Saliera realizzata per re Francesco I di Francia in ebano, oro e smalti. Oggi è conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

 

4. Gian Lorenzo Bernini

Il maestro della Roma barocca

Spostiamoci ora avanti di un secolo, abbandonando definitivamente i modi rinascimentali con Gian Lorenzo Bernini. Il grande scultore (ma anche architetto e pittore) nacque a Napoli nel 1598, figlio di un pittore e scultore fiorentino, che per primo lo avrebbe avviato alla carriera artistica.

Seguì poi a lungo il padre durante gli anni in cui questi operava in vari cantieri a Roma: lo si ricorda attivo, in particolare, nella Fontana della Barcaccia a Piazza di Spagna. Apprese così i primi rudimenti sia della tecnica scultorea, sia di come si dirigeva un gruppo nutrito e composito di artisti.

Dopo aver studiato a lungo la scultura ellenistica e quella michelangiolesca, cominciò a realizzare le prime opere autonome negli anni ’20 del Seicento. In questo modo riuscì a recepire e inglobare, nel proprio stile, anche i nuovi dettami del barocco.

Nacquero così i primi capolavori, tra i quali spiccano il Ratto di Proserpina, il David e l’Apollo e Dafne, tutti realizzati per il cardinale Scipione Borghese e oggi conservati proprio nella Galleria Borghese.

Il rapporto con Urbano VIII

Già queste prime statue colpirono – e molto – i contemporanei. Quello che veniva rimarcato era soprattutto la capacità del Bernini di presentare i personaggi in un naturalismo estremo, colti realisticamente nell’attimo più intenso delle loro storie.

Inoltre, dal punto di vista tecnico Bernini era già uno scultore assai affinato, capace di modellare anche i più piccoli dettagli. Da quel momento in poi divenne artista “di grido” e cominciò a lavorare a busti che dovevano ritrarre le personalità più importanti dell’epoca, genere in cui arrivò presto vicino alla perfezione.

Con l’elezione a papa di Urbano VIII – suo grande estimatore – i progetti divennero poi più imponenti. Suo fu ad esempio il baldacchino bronzeo dell’altare a San Pietro, come anche il monumento sepolcrale proprio di Urbano VIII.

Col successivo pontefice, Innocenzo X, poté realizzare la Transverberazione di santa Teresa d’Avila (forse il suo capolavoro, nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria) e la Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona.

Infine, negli ultimi anni si dedicò a prestigiosi progetti scultorei, architettonici e urbanistici. Tra i tanti, bisogna assolutamente menzionare il colonnato ovale a piazza San Pietro e il progetto di Palazzo Montecitorio.

 

5. Antonio Canova

La quieta grandezza del Neoclassicismo italiano

Erede del Bernini fu in un certo senso il veneto Antonio Canova. Nato non distante da Venezia – dove si sarebbe poi formato – nel 1757, per tutta la prima parte della sua vita fu un ammiratore dello stile barocco del maestro seicentesco, che poi avrebbe però superato per abbracciare l’equilibrio tipico del Neoclassicismo.

Dopo un lusinghiero esordio in laguna, si trasferì a Roma. Lì poté studiare le sculture classiche e si avvicinò all’idea di “quieta grandezza” che era alla base dello stile imperante in quel tempo.

Proprio a Roma, poco più che trentenne, poté realizzare le opere che lo resero famoso nell’ambiente della scultura: il Teseo sul Minotauro, le Tre Grazie (oggi conservate al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo), la celeberrima Amore e Psiche e la Maddalena penitente.

Con Napoleone

Apprezzato dai papi e dai regnanti di mezzo mondo, fu scelto da Napoleone in un certo senso come suo scultore ufficiale, anche se Canova non accettò mai formalmente tale carica.

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Ciononostante, realizzò vari ritratti dell’imperatore, come la statua conservata all’Accademia di Brera. E si dedicò anche ai suoi familiari, ritraendo ad esempio Paolina Bonaparte nei panni di Venere vincitrice.

Parte del suo successo si deve anche alla particolare tecnica che seppe utilizzare nelle sue opere, che prevedeva una levigatura raffinatissima che dava un prodigioso effetto di lucentezza alle statue.

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Note e approfondimenti

[1] Opere che, stilisticamente, superavano gli stilemi del tardogotico e si riallacciavano alla classicità, interpretandola però in maniera completamente nuova. A questo link trovate un interessante saggio (in lingua inglese) che studia il classicismo e l’umanismo impresso nelle opere dello scultore toscano.
[2] Le prime notizie che abbiamo su di lui non sono affatto lusinghiere: riguardano infatti un suo pestaggio operato ai danni di un tedesco.
[3] Questa tecnica permette di realizzare un rilievo di dimensioni minime rispetto al fondo, addirittura nell’ordine dei millimetri. Il nome probabilmente si deve a Giorgio Vasari, che così ne parlava: «La terza spezie si chiamano bassi e stacciati rilievi, i quali non hanno altro in sé che ‘l disegno della figura con ammaccato e stiacciato rilievo. Sono difficili assai, atteso ché è ci bisogna disegno grande e invenzione, avvenga ché questi sono faticosi a dargli grazia per amor de’ contorni».
[4] La statua, alta più di 5 metri, doveva celebrare la forza della repubblica fiorentina, piccola ma orgogliosa come David contro Golia. Nella commissione che ne dovette decidere la collocazione c’erano tutti i principali nomi dell’arte toscana e rinascimentale del tempo: oltre ai già citati, bisogna ricordare Pietro Perugino, Simone del Pollaiolo, Andrea Sansovino e altri. Tra l’altro proprio Leonardo si espresse a favore di una collocazione secondaria e defilata della statua del collega. La sua idea rimase minoritaria, ma molti critici vi hanno letto lo specchio dei contrasti e dell’antipatia che esisteva tra i due.

 

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