Parlare di filosofi pessimisti è in un certo senso un’impresa. Da un lato, perché nella storia del pensiero il tema del pessimismo è stato declinato in mille forme e nei confronti di mille argomenti. Dall’altro, perché nel corso degli ultimi due o tre secoli questa particolare disposizione d’animo ha incontrato crescenti favori e decine di sostenitori.

È quasi scontato, infatti, individuare in Arthur Schopenhauer il principale esponente di questa scuola di pensiero. Ma lui non è certo il solo. Ed è abbastanza complesso selezionare solo altri quattro filosofi che possano fargli compagnia all’interno della nostra cinquina.

I pensatori che alla fine abbiamo scelto li presenteremo uno per uno di qui a qualche riga. Ci preme però ora citare almeno gli esclusi eccellenti.

Filosofi cioè di grande valore, che abbiamo però deciso di lasciar fuori per motivi diversi. Legati al fatto che magari il loro pessimismo era prettamente settoriale (gnoseologico, politico, etico) o perché solo relativamente influente nella storia del pensiero.

Tra questi, dobbiamo ricordare gli stoici, Thomas Hobbes [1], Karl Robert Eduard von Hartmann, Albert Caraco, Emil Cioran, Michel Foucault e molti altri che avrebbero meritato di finire in questa lista. E non è detto che in futuro non si possa approfondire anche le loro idee sull’argomento.

Ora però concentriamoci su quelli che abbiamo scelto, sui quali c’è già abbastanza da dire. Cominciamo.

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Sul pessimismo
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1. Egesia di Cirene

Nonostante i più grandi filosofi pessimisti siano vissuti a partire dalla metà dell’Ottocento, questo particolare modo di approcciarsi alla vita non era nuovo all’interno della storia della filosofia. Già tra gli antichi, infatti, non era raro imbattersi in un diffuso pessimismo.

Nietzsche, di cui diremo presto qualcosa, riteneva ad esempio che Anassagora, Eraclito e Parmenide appartenessero a questa corrente di pensiero. È innegabile però che anche gli scettici (dal punto di vista gnoseologico) e i cinici (da quello esistenziale) potrebbero essere annoverati in questa lista [2].

I resti di Cirene, in Libia
I resti di Cirene, in Libia

Il più grande dei pessimisti antichi fu però Egesia di Cirene [3], vissuto nel IV secolo a.C. e di solito annoverato, più per ragioni geografiche che di pensiero, tra i cosiddetti cirenaici. Infatti lui era convinto, come i suoi maestri, che il fine della vita umana fosse il piacere, ma era altresì sicuro che questo piacere non fosse raggiungibile.

Molti erano infatti i dolori che si disseminavano lungo la strada, incerte erano le basi su cui fondiamo la nostra esistenza. Tutta la nostra vita era dominata quindi da tyche, il caso.

Il “persuasore di morte”

E allora, come doveva vivere il saggio? Doveva in primo luogo cercare di evitare i mali, cosa che si poteva fare solo assumendo uno stato d’animo di indifferenza verso ciò che ci circonda e anche verso ciò che comunemente provoca piacere.

La morte ci divide dai mali, non dai beni

Proprio questa estrema indifferenza portava il filosofo cirenaico ad affermare che non ci doveva essere differenza tra la vita e la morte. «La morte ci divide dai mali, non dai beni, se badiamo al vero», affermava, enunciando una dottrina che portò al suicidio molti dei suoi discepoli.

Non a caso le teorie di Egesia furono subito avversate. Tolomeo I gli proibì di insegnare nelle scuole di Alessandria e il suo nome è passato alla storia come quello di un “persuasore di morte“.

Forse proprio per questa avversione, nessuna delle sue opere è giunta fino a noi. Le notizie che abbiamo su di lui derivano infatti da resoconti antichi di Diogene Laerzio o Cicerone [4].

 

2. Jean-Jacques Rousseau

Facciamo ora un balzo storico in avanti non indifferente e passiamo a parlare di Jean-Jacques Rousseau, uno degli esponenti più importanti dell’Illuminismo, vissuto tra la Svizzera, l’Italia e la Francia lungo i decenni centrali del ‘700. E proprio la sua appartenenza o meno al movimento illuminista può essere l’argomento giusto da cui partire.

Jean-Jacques Rousseau, uno dei più famosi filosofi pessimistiUna delle caratteristiche fondamentali del secolo dei lumi fu infatti il suo innato ottimismo. L’idea cioè che, pur tra mille difficoltà e momenti negativi, la ragione stesse trovando la sua strada e fosse destinata a trionfare.

Un’opinione che Rousseau – personaggio molto originale sotto diversi punti di vista – non condivideva affatto. Anzi, egli riteneva che la società moderna fosse il prodotto di un progressivo abbruttimento dell’uomo.

Come se quella che chiamiamo civiltà non fosse altro che un cammino intrapreso dall’uomo per allontanarsi dalla sua purezza originaria. Prova di tutto questo è il famoso incipit dell’Emilio, la celebre opera di pedagogia che Rousseau pubblicò nel 1762.

Tutte le cose sono create buone da Dio, tutte degenerano tra le mani dell’uomo. Egli costringe un terreno a nutrire i prodotti di un altro, un albero a portare frutti non suoi; mescola e confonde i climi, gli elementi, le stagioni; mutila il cane, il cavallo, lo schiavo; tutto sconvolge, tutto sfigura, ama la deformità, le anomalie; nulla accetta come natura lo ha fatto, neppure il suo simile: pretende di ammaestrarlo per sé come cavallo da giostra, dargli una sagoma di suo gusto, come ad albero di giardino.
(Jean-Jacques Rousseau – Emilio)

Le virtù perdute

Non molto diversa, d’altro canto, era l’apertura de Il contratto sociale, pubblicato lo stesso anno.

L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene. Anche chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di loro. Come si è prodotto questo cambiamento? Lo ignoro. Cosa può renderlo legittimo? Credo di poter risolvere tale problema.
(Jean-Jacques Rousseau – Il contratto sociale)

L’idea di Rousseau è insomma che l’uomo abbia, per nascita, una serie di virtù apprezzabili. E che la sua vita – se immersa nella natura – possa portarlo verso la felicità.

I vizi e il potere

Ma a questa situazione felice e idilliaca il pensatore ginevrino contrappone la realtà della società moderna. Una realtà in cui l’uomo, preda di vizi, bada solo al proprio interesse personale, al profitto, al potere, alla sottomissione del proprio simile.

Un ritratto impietoso che costò gravi persecuzioni a Rousseau (l’Emilio fu condannato dal Parlamento di Parigi e lui fu costretto a darsi alla fuga). Un’analisi che però non era fine a se stessa.

Rousseau, infatti, era convinto di aver trovato il modo di recuperare quell’innocenza perduta, tramite una rifondazione dello Stato su principi nuovi. La stessa idea di fondo che avrebbe animato, pochi anni dopo, i leader della Rivoluzione francese.

 

3. Arthur Schopenhauer

E arriviamo, seguendo l’ordine cronologico, a quello che è il più famoso filosofo pessimista: Arthur Schopenhauer.

Arthur Schopenhauer e le sue frasi su musica e arteNon è un caso che nel suo pensiero si siano trovati i segni di quello che i critici hanno definito un “pessimismo cosmico“, che non investe cioè solo l’uomo o gli esseri viventi ma ogni cosa che esiste.

Eppure anche il suo pensiero, pienamente romantico, prendeva avvio in fondo dal massimo esponente dell’Illuminismo. Cioè da quell’Immanuel Kant che con le sue opere maggiori aveva analizzato e circoscritto il campo d’azione e d’indagine delle scienze, della metafisica, della morale, dell’estetica.

Il pessimismo gnoseologico di Kant, che – desunto da quello di Hume – cercava i limiti della conoscenza umana, divenne infatti lo spunto per Schopenhauer per affrontare il tema del dolore.

Leggi anche: Cinque frasi di Schopenhauer sulla musica e sull’arte

Per quello che è considerato il corrispettivo filosofico del nostro Leopardi, il punto chiave era infatti la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno.

Il dolore come condizione permanente dell’esistenza

Il fenomeno veniva anzi inteso come una rappresentazione della mia coscienza che, pessimisticamente, limitava la mia visuale e mi impediva di giungere alla piena coscienza delle cose.

Il noumeno, invece, si trasformava in Volontà di vivere, una forza eterna e infinita che permeava tutte le cose. Una forza che, in quanto desiderio e mancanza, implicava il dolore, che diventava, assieme alla noia, la condizione esistenziale dell’uomo.

Il dolore e SchopenhauerDa questo dolore permanente, che veniva solo sporadicamente interrotto da brevi attimi di piacere (che però non facevano altro che permettere al dolore di tornare a tormentarci), non c’era via d’uscita.

Anche l’amore, a cui spesso affidiamo le nostre speranze, era per Schopenhauer pura illusione. Pure il suicidio su cui tanto aveva insistito Egesia non faceva altro che riaffermare la Volontà invece di sconfiggerla.

L’arte e la morale potevano rappresentare una parziale via di fuga dalla sofferenza, ma nemmeno loro potevano risolvere davvero la situazione.

L’unica scappatoia, l’unico modo per uscire da questa spirale di tormento era l’ascesi, che si poteva raggiungere tramite l’annullamento della Volontà e il passaggio alla noluntas. Un passaggio da perseguire rinunciando ai desideri tradizionali e cominciando a desiderare le cose spiacevoli.

 

4. Friedrich Nietzsche

Come abbiamo accennato mentre presentavamo Egesia di Cirene, uno dei primi filosofi a portare avanti una lunga disamina del pessimismo nella storia della filosofia è stato Friedrich Nietzsche.

Friedrich Nietzsche

Non a caso La nascita della tragedia, che aveva come sottotitolo dallo Spirito della Musica, viene a volte ancora oggi pubblicata con un sottotitolo aggiuntivo, Grecità e pessimismo. Questo perché in quel volume si trovano i suoi appunti sul pessimismo nella cultura antica.

È proprio nello Spirito dionisiaco, qui per la prima volta teorizzato e poi ripreso e approfondito nel corso degli anni, che si misura infatti il senso del pessimismo nicciano.

Questo spirito era infatti secondo lui il modo antico dei greci di guardare alla realtà. Esso consisteva in uno sguardo che si rendeva conto della caducità della vita, del caos che domina il mondo. Allo stesso tempo, però, non interpretava questa realtà in senso decadente ma con una sorta di “pessimismo del coraggio”.

Da Schopenhauer allo Spirito apollineo

Nietzsche, infatti, prese avvio dalla riflessione di Schopenhauer, del quale in gioventù era stato un avido lettore. Per lui la realtà caotica e insensata della vita non era neppure in discussione: era un dato di fatto, a cui l’uomo nel corso dei secoli aveva tentato di rispondere in diversi modi.

All’inizio, i greci avevano saputo farsi carico di questa verità, ed usarla per dare sfogo alla loro volontà di potenza. L’avevano usata per “dire sì” alla vita e rispondere al dolore e all’insensatezza con un entusiasmo che ben era rappresentato dal dio Dioniso.

Con l’andare del tempo, però, era emerso anche lo Spirito apollineo, che al contrario scappava da quella realtà. E che cercava rifugio in un ordine creato ad hoc, in cui ogni insensatezza veniva negata e ci si rifugiava nella razionalità.

Il nichilismo

Da queste premesse, Nietzsche sviluppò il proprio pensiero. Un pensiero in cui non c’era spazio per Dio né per alcuna illusione metafisica, che noi stessi avevamo ucciso. Un pensiero che sfociava nel nichilismo, nella negazione cioè di tutti i valori e di tutti i sistemi che erano emersi nella storia per dare significato all’esistenza.

Un nichilismo attivo

Ma il nichilismo di Nietzsche, come ribadiva lo stesso pensatore, non era un nichilismo passivo, bensì attivo. Dalle macerie l’uomo doveva ricostruire, dando egli stesso un senso alla realtà.

Per fare questo e quindi per superare il pessimismo avrebbe dovuto però trasformarsi in Superuomo [5]. Ovvero in un essere cioè che viveva in una prospettiva nuova, un uomo che era padrone finalmente di se stesso e del proprio destino.

 

5. Jean-Paul Sartre

Come abbiamo scritto, avremmo potuto concludere la nostra lista con vari filosofi che nel ‘900 – complici anche i disastri di quel secolo – hanno abbracciato l’impostazione pessimistica.

Uno di quelli che più di tutti è stato in lizza fino all’ultimo è Emil Cioran. Il filosofo rumeno di nascita e francese d’adozione è infatti autore di alcune tra le frasi più cupe della storia del pensiero.

Leggi anche: Cinque romanzi legati alla filosofia e all’esistenzialismo

Jean-Paul Sartre al suo tavolo da lavoroAbbiamo però preferito per vari motivi orientarci su Jean-Paul Sartre. Un pensatore che pure per un certo tempo condivise con il “sesto classificato” gli indirizzi di pensiero a causa della comune militanza all’interno del movimento esistenzialista [6].

Sartre, infatti, ha avuto sulla storia del ‘900 un’influenza ben maggiore di quella di Cioran, filosofo oggi riscoperto e apprezzato [7] ma che in vita ha rappresentato una posizione abbastanza isolata e marginale.

Il padre dell’esistenzialismo francese, invece, fu filosofo “di grido” per molti decenni. I suoi scritti – da La nausea a L’essere e il nulla – sono stati letti per molto tempo da persone tra loro diversissime, come professori universitari e imberbi liceali, appassionati di filosofia e neofiti della materia.

La nausea

Proprio La nausea segna anzi la fase più pessimista della filosofia di Sartre. Una fase in cui l’uomo – davanti alla morte di Dio – scopre il vuoto della sua esistenza, il nichilismo interiore e l’impossibilità di trovare un appiglio neppure negli altri. Che rappresentano anzi, con una celebre espressione, “l’inferno”.

La svolta nel dopoguerra

Sarà solo nel dopoguerra, con l’adesione al marxismo, che la filosofia di Sartre muterà di tono. Abbandonerà infatti gli accenti più cupi e pessimisti ed abbraccerà una morale attiva. Una morale in cui la libertà non è più vissuta come una condanna angosciante, ma come un’occasione per dare un senso all’esistenza.

Sarà, quell’ultima fase, quella in cui lo scopo di tutta la ricerca del filosofo sarà quello di riuscire a conciliare proprio il suo umanismo fondato sulla libertà con il materialismo storico. E in fondo anche l’ottimismo degli adepti di Marx, in Francia come altrove.

 

 

Note e approfondimenti

[1] Su di lui e sul suo pessimismo, qualche anno fa, il sottoscritto ha provato a ironizzare qui.
[2] I primi infatti ritenevano che il mondo fosse essenzialmente inconoscibile. Ogni sforzo per cercare di comprenderlo era quindi vano e destinato alla sconfitta. I secondi, invece, sostenevano che il mondo esterno fosse perenne causa di corruzione, e che solo nella sua interiorità l’uomo potesse trovare pace e felicità.
[3] Qui ne trovate un veloce ritratto stilato da Maurizio Ferraris.
[4] Sappiamo comunque che scrisse almeno un’opera intitolata Quello che si lascia morire, in cui esponeva le sue dottrine tramite un personaggio che cercava di morire di fame. Almeno in quel libro, però, il protagonista veniva alla fine salvato dai suoi amici.
[5] O, come riportano certe traduzioni, Oltreuomo. Qui si analizza la differenza di significato tra le due traduzioni, quella classica e quella più recente.
[6] Fu poi Cioran ad uscire da questa corrente, rifiutando l’impegno politico attivo.
[7] Anche proprio come “anti-Sartre”, come si può leggere qui.
[-] La tomba di Nietzsche nell’immagine di copertina è stata fotografata da Dguendel via Wikimedia Commons.

 

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