Il giornalismo italiano non sta passando, in questi ultimi anni, un grandissimo periodo. Le classifiche sulla libertà di stampa che periodicamente vengono rilasciate dagli osservatori internazionali continuano a rimarcare un deficit informativo piuttosto pesante nel nostro paese.

Un deficit motivato anche da cause strutturali di lungo periodo, che vanno dalla compromissione di alcune testate giornalistiche (e dei gruppi imprenditoriali a cui fanno capo) con partiti politici dell’una o dell’altra parte alle scarse vendite dei quotidiani. Ma riguardano anche un diffuso clientelismo e la sempre maggiore spettacolarizzazione della vita civile del nostro paese.

Cinque voci libere

Ovvio che ogni persona, in cuor suo, abbia un’ideologia, un’area o quantomeno una speranza politica a cui far riferimento, ma è altrettanto ovvio che se questa appartenenza viene usata per far carriera, per trovare spazi o direzioni, il lettore può legittimamente pensare di non aver davanti un giornalista che ha come obiettivo la denuncia dei malaffari della politica, ma un propagandista – che è cosa ben diversa.

E che i quotidiani, le trasmissioni di approfondimento e i telegiornali abbiano fatto per lungo tempo, e in parte continuino a fare, attività di propaganda è innegabile.


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È altrettanto vero, però, che sopravvivono delle coraggiose voci libere, che – vuoi per il loro prestigio personale, vuoi per una fortunata serie di coincidenze – riescono a trovare talvolta spazio anche negli organi più tradizionali, ricordandoci che il nostro giornalismo può anche essere malato, ma in qualche caso sa pure offrire esempi virtuosi.

E proprio parlando di esempi virtuosi, o meglio ancora di giornalisti che hanno fatto la storia della carta stampata e dell’informazione televisiva, abbiamo deciso di dedicare una delle nostre liste ai cinque giornalisti italiani più importanti e famosi della storia. Penne libere che, pur riconoscendosi in un’area politica e pur avendo preso posizioni in certi casi anche estreme, hanno fatto la storia dell’informazione in Italia e a volte anche all’estero.

 

Luigi Barzini sr.

Il primo grande inviato di guerra

Luigi Barzini sr., il primo grande inviatoPer cominciare col nostro elenco rigorosamente cronologico abbiamo deciso di partire da lontano, dagli albori del giornalismo italiano, da un’epoca cioè in cui chi faceva i giornali era un avventuriero più che un presenzialista di conferenze stampa, un esploratore più che un trascrittore di agenzie di stampa.

Il primo giornalista del nostro elenco è infatti il celebre e per certi versi epico Luigi Barzini sr. (sigla, quest’ultima, non ufficiale ma data per distinguerlo dall’omonimo figlio, anch’egli giornalista), vissuto tra il 1874 e il 1947 e prototipo dell’inviato speciale.

Assunto da Albertini

Entrò al Corriere della Sera nel 1899, assunto dal direttore amministrativo Luigi Albertini – un altro colosso del giornalismo di inizio ‘900 – con la qualifica di “redattore viaggiante”, cioè una sorta di inviato sempre in viaggio.

Nel giro di pochissimi anni esplorò praticamente tutto il globo, dall’Esposizione Universale di Parigi del 1900 (uno degli Expo più celebri della storia) alla rivolta dei boxer in Cina, dalla Siberia all’Argentina, dalla San Francisco terremotata del 1906 all’Asia inesplorata e attraversata assieme al principe Scipione Borghese durante la corsa Parigi-Pechino.

Durante la Grande Guerra

Il punto più alto della sua carriera fu probabilmente la Prima guerra mondiale, che raccontò dal fronte con uno stile asciutto ma anche molto documentato, che fece la fortuna sua e del suo giornale. Al termine del conflitto, non a caso, ottenne grandi riconoscimenti internazionali come l’Ordine dell’Impero britannico e la Legion d’Onore francese.

Negli anni ’20 il Corriere lo mandò a fare il corrispondente negli Stati Uniti e qui decise gradualmente di cambiare mestiere, trasformandosi da giornalista in editore. Acquistò infatti il Corriere d’America, un giornale per immigrati, convinto che l’avrebbe portato al benessere economico ma la sua impresa si rivelò un fiasco.

I difficili rapporti col fascismo

Negli anni ’30 tornò in Italia ma faticò molto a reinserirsi. I suoi rapporti con la dittatura fascista erano, d’altro canto, contraddittori. Il regime lo nominò senatore e non mancò di trovargli qualche lavoro, ma i suoi figli erano fermamente antifascisti (Luigi jr. fu mandato al confino) e lui stesso non esitava a scrivere, nei suoi reportage, tutta la verità su quello che incontrava, incappando a volte nella censura.

Ciononostante, dopo l’8 settembre accettò la direzione dell’Agenzia di Stampa Stefani, quella ufficiale della RSI, e questo nel dopoguerra gli costò la condanna a non esercitare più la professione giornalistica. Morì nel 1947, in povertà e quasi completamente dimenticato.

 

Indro Montanelli

Una lunga carriera, da Mussolini a Berlusconi

Indro MontanelliContestato ma anche rispettato, disprezzato ma anche amato, vituperato e offeso ma anche ricordato come un grande uomo: è difficile tracciare un ritratto di Indro Montanelli visto che così contraddittorie sono le parole che normalmente vengono associate al suo nome e alla sua memoria.

Di sicuro, che lo si sia amato od odiato, è stato uno dei più grandi giornalisti italiani del Novecento, sia per la sua abilità di scrittura (cosa che ne fece anche un apprezzato divulgatore di storia), sia per il suo parlare totalmente privo di peli sulla lingua.

Novant’anni di storia italiana

Nato a Fucecchio nel 1909 e scomparso a Milano nel 2001, ha attraversato professionalmente sette decenni della storia d’Italia quasi sempre da protagonista, raccontandone vizi e virtù e litigando con tutti i potenti, da Mussolini a Berlusconi, spesso dopo averli anche amati.

La sua carriera giornalistica cominciò nel 1930, mentre si laureava in giurisprudenza a Firenze e cominciava gli studi per la seconda laurea, che avrebbe ottenuto sempre a Firenze in scienze politiche; all’inizio si occupò principalmente di articoli culturali, venendo comunque notato da Mussolini e cominciando a collaborare con Il Popolo d’Italia.

In Etiopia

Avrebbe però presto lasciato l’Italia, spostandosi in Francia, Norvegia e negli Stati Uniti e iniziando a collaborare con grandi testate ed agenzie di stampa internazionali. Ritornò in Italia nel 1935 per arruolarsi come volontario per la Guerra d’Etiopia. Già un anno dopo, raccontando la Guerra di Spagna, entrò però in contrasto col Minculpop e fu perciò inviato in Estonia e Finlandia, dove rimase fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Dopo una serie di vicissitudini durante la guerra che lo portarono anche alla prigionia e al rischio di fucilazione, riuscì a riparare in Svizzera e a ricominciare ad esercitare la professione nel dopoguerra, nonostante avesse fama di fascista (anche se non certo ortodosso).

Ritornò a collaborare col Corriere della Sera e strinse ancora di più l’amicizia con Leo Longanesi, che divenne l’editore dei suoi libri e col quale collaborò anche per il lancio de Il Borghese. Ma il successo popolare arrivò collaborando con la Domenica del Corriere, rivista su cui cominciò anche a pubblicare, a puntate, prima la Storia di Roma, poi la Storia dei Greci ed infine la Storia d’Italia dal Medioevo a oggi.

L’intervista al papa

Tra le pietre miliari della sua carriera, l’intervista nel 1959 a Giovanni XXIII (la prima intervista che il papa concedeva a un giornalista laico), le inchieste di fine anni ’60 su varie città italiane e sui rischi dell’industrializzazione selvaggia e la serie di botta e risposta tra lui e Piero Ottone quando, all’inizio degli anni ’70, la linea politica del Corriere della Sera virò a sinistra.

Proprio questa lunga polemica portò Montanelli a lasciare il giornale con cui aveva collaborato per vari decenni e fondare Il Giornale Nuovo, nuova realtà che andava ad occupare lo spazio lasciato libero “a destra” dal Corriere. In breve il suo quotidiano prese piede e lui cominciò anche ad apparire in TV, collaborando con la nascente Telemontecarlo.

Gambizzato nel 1977 dalle Brigate Rosse per il suo costante e acceso anticomunismo, proprio in quell’anno Montanelli iniziò il rapporto con Silvio Berlusconi, che nel giro di qualche mese divenne socio di maggioranza del Giornale. Un rapporto concluso nel 1994 con l’entrata in politica dell’imprenditore e il conseguente addio di Montanelli, non intenzionato a seguire Berlusconi nell’impresa.

 

Enzo Biagi

Il testimone del secolo

Enzo BiagiPiù giovane di Montanelli ma altrettanto importante nella storia del giornalismo italiano, anche per la capacità di passare dalla carta stampata alla televisione, è stato Enzo Biagi, nato nei dintorni di Bologna nel 1920 e venuto a mancare a Milano nel 2007.

Iniziò a scrivere, ispirato dalla lettura di Martin Eden di Jack London, già alle superiori, entrando poi all’Avvenire d’Italia e al Resto del Carlino, con compiti in origine modesti. Durante la Resistenza aderì alle brigate di Giustizia e Libertà, occupandosi soprattutto del giornale partigiano. Dopo l’armistizio ritornò al Carlino, ribattezzato per qualche tempo Giornale dell’Emilia, per il quale iniziò a fare l’inviato speciale e diventando testimone dei grandi eventi dell’epoca.

L’approdo in Mondadori

La svolta arrivò nel 1951, quando seguì l’alluvione del Polesine con una serie di articoli che lo fecero notare da Arnoldo Mondadori, che lo chiamò al suo settimanale Epoca. Qui iniziò come semplice caporedattore ma ben presto il direttore, Renzo Segala, gli lasciò il compito di chiudere la rivista durante due settimane di assenza.

Biagi, contravvenendo alle direttive che gli erano state date, decise di dare ampio risalto a un caso di cronaca nera (quello del delitto di Wilma Montesi), incontrando un successo di vendite clamoroso che spinse Mondadori a promuoverlo direttore. Ad Epoca rimase per qualche anno, ma dovette lasciare nel 1960 per via di alcuni articoli contro il governo Tambroni.

Meno politica, più cronaca e sociale

E fu proprio la politica, che a lui interessava tutto sommato poco, a creargli molti dei problemi a cui andò incontro anche successivamente, quando divenne direttore del TG1. La sua direzione fu infatti contrassegnata da una particolare attenzione ai “problemi degli italiani”, anche tramite il lancio dell’approfondimento RT – Rotocalco Televisivo, che fu il primo programma televisivo a parlare di mafia.

Alcune interviste (tra cui quella a Togliatti) e notizie sgradite alla DC provocarono interrogazioni parlamentari, mentre le pressioni da parte dei vari segretari di partito lo indussero a rassegnare le dimissioni nel 1963 e tornare a Milano per lavorare come inviato. Diventò poi direttore del Resto del Carlino – testata che avrebbe poi dovuto di nuovo lasciare per pressioni politiche – mentre continuò a collaborare con la RAI con programmi di approfondimento e interviste seguitissime dal pubblico.

Tra queste interviste, memorabili quelle all’ex brigatista Alberto Franceschini e soprattutto quella a Mu’ammar Gheddafi dopo i fatti di Ustica, che generò quasi un incidente internazionale con gli Stati Uniti.

I programmi in RAI

Negli anni ’80 lavorò prima per il Corriere e poi per Repubblica, ma furono soprattutto i suoi programmi in RAI a segnarne il successo, come Linea Diretta: intervistò Osho Rajneesh, Michail Gorbačëv, un Silvio Berlusconi ancora non entrato in politica e, pochi anni dopo, il pentito Tommaso Buscetta.

All’inizio degli anni Duemila, però, due sue interviste critiche verso Berlusconi all’interno del programma Il Fatto (a Indro Montanelli e a Roberto Benigni) gli costarono gli attacchi del centrodestra e poi l’esclusione dalla RAI in seguito al cosiddetto Editto bulgaro dello stesso Berlusconi. Poté ritornare in video con una sua trasmissione solo cinque anni dopo, poco prima della sua morte.

 

Giorgio Bocca

Il partigiano specialista dei reportage

Giorgio Bocca mentre si appresta ad intervistare Indro Montanelli per la TVAltro ex partigiano classe 1920 poi convertito al giornalismo fu Giorgio Bocca, nato a Cuneo e scomparso nel 2011 a Milano dopo una carriera ricca di soddisfazioni. Studente di giurisprudenza, fu chiamato alle armi nel 1940 combattendo tra gli alpini, ma dopo l’8 settembre passò nelle fila di Giustizia e Libertà.

Nel frattempo, aveva già cominciato a collaborare a varie riviste e quotidiani a diffusione locale, raccontando la terra piemontese a cui sarebbe rimasto sempre legato. Proprio sulla sua esperienza di partigiano avrebbe basato anche una serie di ricerche storiche metodologicamente molto rigorose, che ne hanno fatto, anni dopo, uno dei testimoni e ricercatori più lucidi per quanto riguardava la guerra partigiana nelle langhe.

Il successo de Il Giorno

Nel dopoguerra trovò lavoro prima alla Gazzetta del Popolo e poi all’Europeo, ma fu nella redazione de Il Giorno – un giornale per l’epoca rivoluzionario, finanziato da Enrico Mattei – che riuscì a imporsi come uno degli inviati più importanti e innovativi della scena giornalistica italiana. Qui rimase per più di un quindicennio, legandosi alle istanze più riformistiche della politica italiana, pur non lesinando critiche ai poteri costituiti. Celebri alcuni suoi reportage sul boom economico, come quello del 1962 da Vigevano.

Nel 1976 fu tra i fondatori, assieme ad Eugenio Scalfari e a molti altri fuoriusciti del Giorno, de La Repubblica, alla quale collaborò a lungo, legandosi contemporaneamente anche al settimanale L’Espresso, appartenente allo stesso gruppo editoriale.

Alle reti Fininvest

In quegli anni anche lui fu chiamato dalla TV e in particolare da Silvio Berlusconi, che voleva portare l’informazione all’interno dei suoi canali. Ideò e condusse, quindi, programmi di approfondimento e di cronaca, interessandosi anche di terrorismo. In principio aveva anche accolto positivamente l’ascesa politica di Bettino Craxi, il principale referente politico delle reti Fininvest, salvo poi cambiare radicalmente idea e diventarne uno dei più forti oppositori.

Molti anche i libri, sempre legati all’approfondimento giornalistico, che diede alle stampe soprattutto negli ultimi vent’anni della sua vita: si occupò ancora di terrorismo e del divario economico tra nord e sud, oltre che della nascita della Lega Nord, che nei primi anni salutò con interesse, salvo poi modificare le sue posizioni sul movimento.

 

Oriana Fallaci

La donna che cambiò il giornalismo italiano

Una giovane Oriana Fallaci inviataConcludiamo con quella che è sicuramente la più famosa giornalista italiana all’estero (comprendendo sia gli uomini che le donne), e forse anche una delle più discusse: Oriana Fallaci.

Nata a Firenze nel 1929 e scomparsa, sempre a Firenze, nel 2006, fu un’apripista per le donne non solo nel mondo del giornalismo, oltre che una scrittrice di grandissimo successo e una delle voci più forti dell’Italia del dopoguerra. Nonostante la giovanissima età partecipò – grazie anche alla sua famiglia – alla Resistenza, svolgendo compiti da vedetta e staffetta ad appena 14 anni d’età; e fu proprio uno zio ad avviarla, dopo l’armistizio, alla professione giornalistica.

Dai piccoli quotidiani ai rotocalchi

Esordì nel Mattino dell’Italia Centrale, un piccolo quotidiano dal quale venne però licenziata quando si rifiutò di scrivere un articolo contro Togliatti. Passò poi ai rotocalchi, lavorando per Epoca e L’Europeo e iniziando a seguire la mondanità sia italiana che internazionale, cosa che le avrebbe permesso di scoprire per la prima volta New York e gli Stati Uniti.

A fine anni ’50 anche una dolorosa relazione col collega Alfredo Pieroni la segnò profondamente, spingendola a buttarsi ancora più a capofitto nella professione: celebri, in quegli anni, i suoi reportage sulla donna in Oriente (poi riportati nel libro Il sesso inutile) e sulla NASA che si preparava allo sbarco lunare.

La prima donna-reporter italiana in guerra

A partire dal 1967 iniziò a seguire la guerra del Vietnam, recandosi al fronte ben sette volte e diventando la prima giornalista di guerra italiana. Le sue posizioni sul conflitto furono sempre critiche nei confronti sia dei Vietcong che degli americani, denunciando quel conflitto come un’inutile follia.

In quegli stessi anni seguì le rivolte studentesche negli Stati Uniti e in Messico e proprio nella capitale del paese centroamericano fu coinvolta nella repressione governativa, che sparò tra la folla ferendola gravemente e facendole rischiare la vita.

Negli anni ’70 si legò anche al greco Alexandros Panagulis, leader dell’opposizione al regime dei Colonnelli che però trovò la morte in un misterioso incidente – che la Fallaci riteneva un vero e proprio attentato – nel 1976.

Le celebri interviste

I suoi articoli più famosi sono però, probabilmente, le sue interviste. Non si possono non menzionare quelle a Yasser Arafat, Võ Nguyên Giáp, Henry Kissinger, Lech Walesa, Indira Gandhi, Mu’ammar Gheddafi e soprattutto l’ayatollah Khomeini, che apostrofò come un tiranno e davanti al quale arrivò a togliersi il chador.

Celebri, infine, anche alcuni suoi libri come Lettera a un bambino mai nato e Insciallah, anche se per tutti gli anni ’90 visse piuttosto isolata a New York. Ritornò alla ribalta dopo gli attentati dell’11 settembre per alcune posizioni fortemente critiche nei confronti del mondo islamico.

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