Il Canal Grande e la chiesa di Santa Maria della Salute, quadro di Canaletto, uno dei pittori più importanti del '700

 
La pittura è sempre stata considerata la regina delle arti. Quando pensiamo al Rinascimento, al Romanticismo o alle avanguardie di inizio ‘900, pensiamo infatti in primo luogo ai dipinti più rappresentativi di quelle epoche, e solo poi ci vengono in mente le sculture, le architetture, le decorazioni. È così per mille motivi, che riguardano anche la maggior diffusione dei quadri, la loro più facile mobilità che li rende elementi imprescindibili di mostre e allestimenti e mille altre ragioni storiche.

Ci sono epoche, però, in cui a ben pensarci facciamo più fatica ad individuare i pittori di riferimento. Pensiamo ad esempio al Rococò e al Neoclassicismo, due stili che hanno segnato il XVIII secolo: è (relativamente) facile ricordarne i dettami principali e, soprattutto nel secondo caso, qualche esempio architettonico, ma è più complicato farsi venire in mente il nome dei pittori principali di quel secolo.

Rococò e Neoclassicismo

D’altronde, il Rococò è stato uno stile prettamente decorativo, che lasciava poco spazio all’estro dei pittori. Il Neoclassicismo, da parte sua, era impegnato in un recupero dell’antichità che si dispiegava in particolar modo in altre forme – quelle architettoniche e scultoree –, trascurando almeno in parte le tele e gli affreschi.

Eppure, qualche nome importante, a ben guardare, si trova anche nel ‘700, sia in Italia che all’estero. Li abbiamo radunati in una delle nostre solite liste e ora ve li presentiamo, partendo dai primi decenni del secolo, e in particolare da Venezia, per poi spostarci verso i caldissimi anni finali. Anni in cui cominciavano a farsi strada nuove idee, sia in campo artistico che soprattutto politico.


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Giambattista Tiepolo

Il maestro del Rococò veneziano

Cominciamo come detto da Venezia. Sul finire del ‘600 la città aveva ormai perso il suo ruolo di potenza commerciale e si accingeva, esattamente un secolo dopo, a perdere anche la propria autonomia politica. Ma economicamente la Serenissima brillava ancora e i pittori trovavano lì protezione e commissioni. Non è un caso che i due principali artisti italiani del ‘700 fossero veneziani, nati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro: Giambattista Tiepolo nel marzo 1696, il Canaletto nell’ottobre 1697.

Cominciamo dal Tiepolo. Influenzato, all’inizio della carriera, dai toni scuri appresi presso la bottega di Gregorio Lazzarini, incontrò una crescente fortuna quando si ispirò in maniera più netta alle opere di Paolo Veronese, riprendendone lo stile e il gusto sfarzoso. Già sul fine degli anni ’20 arrivarono così le prime commissioni importanti, legate in particolare alla decorazione di palazzi, com’era d’uso durante il Rococò.

Oltre che a Venezia, lavorò a lungo ad Udine e a Milano, mentre in età più matura sarebbe stato presente sia a Bergamo che a Vicenza. Il suo lavoro, comunque, travalicò i confini nazionali e la sua fama lo impose come uno dei principali pittori della sua epoca. Fu non a caso chiamato in Germania, a Würzburg, dove lavorò tra il 1751 e il 1753, e infine in Spagna. Proprio a Madrid sarebbe morto, dopo aver realizzato vari lavori per il sovrano.

Le sue opere più maestose sono spesso le volte dei palazzi e delle cappelle, che realizzava con colori chiari, permeati di luce. Le composizioni erano ariose, con grande spazio che veniva lasciato al cielo e a monumenti e scenografie, dipinte con particolare attenzione alla tridimensionalità. Non mancava, nelle sue opere, anche un certo gusto ironico figlio del suo tempo, in cui l’idea del progresso e della razionalità – non ancora visti come elemento di rottura troppo forte col passato – cominciavano a farsi largo.

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Canaletto

Il più abile vedutista d’Europa

L’altro grande pittore veneziano del ‘700 è indubbiamente Giovanni Antonio Canal, meglio noto come il Canaletto. Nonostante fosse praticamente coetaneo del Tiepolo e provenisse dal medesimo ambiente, molto diversi furono però i suoi soggetti. A lui non interessò più di tanto decorare pareti e soffitti, alla maniera del Rococò, ma cercò per tutta la vita di ritrarre la vita della sua natia città, che rimane così immortalata in una serie di celebri vedute.

Il padre Bernardo era anch’egli pittore, e fu lui il suo primo maestro. Si formò poi fuori dalla Serenissima, a Roma, ma tornò in patria molto presto e, influenzato da Gaspare Vanvitelli – padre dell’architetto che avrebbe poi progettato la Reggia di Caserta –, si dedicò alla pittura di paesaggio. Proprio a Roma, infatti, operavano una serie di vedutisti non necessariamente di origine italiana (Vanvitelli si chiamava in realtà van Wittel, ed era olandese) che gli insegnarono a cogliere la bellezza del paesaggio urbano.


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Le sue vedute di Venezia trovarono subito un gran numero di compratori, non tanto in città quanto all’estero. Era il periodo in cui stava diventando di moda il cosiddetto Grand Tour, cioè il lungo giro turistico che i rampolli dell’aristocrazia inglese, francese e tedesca compivano in Italia. All’epoca, ovviamente, non c’erano le macchine fotografiche e l’unico modo per portare a casa un souvenir del lungo e impegnativo viaggio era proprio una veduta delle zone più interessanti della città.

Canaletto si specializzò così nel genere, aggiungendovi però un tocco personale. Nonostante fosse il mercato a chiedergli quel tipo di opere, l’artista veneziano seppe introdurre un gusto molto originale sia nella scelta del colore che, soprattutto, delle prospettive. Nel suo periodo di massimo successo, attorno alla metà del secolo, fu anche invitato a Londra, dove realizzò una serie di vedute del Tamigi. Verso la fine della sua vita, complice il cambio della moda, vide però la sua fortuna affievolirsi e morì quasi dimenticato.

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William Hogarth

La pittura borghese in Inghilterra

Il ‘700 fu indubbiamente il secolo in cui la borghesia si affacciò definitivamente sulla scena. L’Illuminismo prima e la Rivoluzione francese poi la resero classe dominante e le permisero di abbattere quello che allora veniva chiamato ancien régime. E assieme a una nuova filosofia e a una nuova politica, il ceto borghese portò con sé dei valori che avrebbero plasmato la società per almeno un secolo e mezzo.

In campo pittorico questi nuovi valori, nel ‘700, si videro solo fino a un certo punto. Il Neoclassicismo venne sicuramente alimentato dall’epopea napoleonica, ma era comunque uno stile legato più al passato che al futuro, mentre il Rococò che l’aveva preceduto era figlio della mentalità aristocratica. Per trovare pittori tipicamente borghesi bisogna insomma spostarsi in Gran Bretagna, dove le innovazioni di un governo liberale erano arrivate già alla fine del ‘600.

Il più interessante interprete di questa nuova tendenza ci pare essere William Hogarth, incisore e pittore che in vita non ebbe troppo successo tra i critici ma che è stato ampiamente rivalutato nel tempo. I suoi lavori sono perlopiù ritratti di varie scene di vita borghese, spesso venati da una profonda ironia. Celebre, in questo senso, la serie Marriage à-la-mode, in cui mostra le contrattazioni anche economiche tra le varie famiglie, i vezzi e le ipocrisie che precedono un matrimonio.

Interessanti, inoltre, i suoi quadri di tema politico. In Inghilterra, infatti, il Parlamento era all’epoca già elettivo – per quanto il diritto di voto fosse limitato in base al censo – ma il voto alle elezioni era palese, e questo alimentava corruzione e soprusi. Hogarth immortalò tutto questo, manifestando anche una certa ansia di rinnovamento della società. Fu anche un abile ritrattista e, per tutte queste sue caratteristiche, è considerato un precursore della vignetta satirica moderna.

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Francisco Goya

Figlio del suo secolo e anticipatore del successivo

Tutti i pittori che presentiamo in questa lista ebbero un buon successo, in vita o dopo la morte, e sono oggi giustamente considerati dei maestri. Il più grande artista del secolo, però, dobbiamo ancora presentarlo: si tratta probabilmente di Francisco Goya, pittore spagnolo che dagli inizi Rococò si orientò verso un nuovo modo di intendere la pittura e l’arte che può essere già considerato romantico.

Nato nei dintorni di Saragozza nel 1746, conobbe giovanissimo Tiepolo a Madrid e da lui ricavò la convinzione di doversi recare in Italia per formarsi compiutamente alla pittura. Passò così da Roma e da Venezia prima di ritornare in patria, dove avrebbe subito fortissima l’influenza anche di Diego Velázquez, il grande pittore vissuto un secolo prima. Così le sue prime opere importanti furono affreschi e decorazioni, realizzate anche per la corte spagnola.

Abile ritrattista, acuto osservatore, toccò il suo periodo di massimo successo durante il regno di Carlo IV, negli ultimi anni del secolo. La Rivoluzione francese e la successiva invasione della Spagna ne frenarono però la fortuna, sia perché gli fecero mancare le commissioni dei nobili e dei reali, sia perché parteggiò apertamente per la resistenza spagnola, che rifiutava l’arrivo dei francesi.

I suoi lavori si fecero così più cupi e sognanti, ma anche più interessanti per l’occhio del moderno. È proprio in questa fase, anzi, che nella sua pittura cominciarono a scorgersi i segni delle scuole che si sarebbero sviluppate nei decenni successivi, dal Romanticismo all’Impressionismo. Emerse anche un certo gusto macabro, sviluppato parallelamente a certe tristi vicende personali. Vedovo, quasi completamente sordo, si trasferì a Bordeaux, dove passò gli ultimi anni della sua vita.

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Jacques-Louis David

Il Neoclassicismo al servizio della Rivoluzione e di Napoleone

La fine del secolo fu dominata, a livello artistico, dal Neoclassicismo. E il massimo esponente della pittura neoclassica fu probabilmente il francese Jacques-Louis David, che seppe interpretarne i valori e sposarli con l’evoluzione politica della Francia del tempo. Nato a Parigi nel 1748, David visse infatti da protagonista tutti i principali eventi che attraversarono la capitale francese nella seconda metà del secolo.

Dopo essersi formato, come tutta la sua generazione, con lo studio dei maestri del Barocco, riuscì a modificare il proprio stile dopo un fruttuoso viaggio a Roma. Abbracciò come detto il Neoclassicismo, ma virato in un’interpretazione personale. Quello che interessava al pittore non era infatti tanto la riproposizione delle forme classiche, quanto piuttosto il riuscire a cogliere ed esaltare le virtù antiche. Da qui i quadri sugli Orazi o su Socrate, nuovi eroi esemplari a cui ispirarsi.

La sua pittura era, insomma, già prettamente politica, e quando nel 1789 scoppiò la Rivoluzione, David ne divenne uno dei protagonisti. Partecipò attivamente ai vari sommovimenti e finì anche in carcere, durante i frequenti cambiamenti di potere che mandavano in rovina ora l’una, ora l’altra fazione. Celebre, di questa fase, il suo ritratto di Marat morente, assurto a simbolo di tutto quel periodo.

Godette di grande fama e fortuna soprattutto quando salì al potere Napoleone, di cui divenne il ritrattista ufficiale e in un certo senso il pittore di corte (anche se fu una corte ben diversa da quelle dell’antico regime). Le grandi tele che realizzò in questo periodo sono tra le più famose della storia dell’arte. Con la caduta dell’imperatore, però, anche la sua fortuna e la sua ispirazione si affievolirono, e fu costretto a riparare a Bruxelles.

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