Cinque tra i registi italiani più famosi all’estero

Cinque tra i registi italiani più famosi all'estero

L’Italia vanta, da decenni, una tradizione registica di prim’ordine: la nostra scuola è l’unica che può annoverare ben quattordici premi come miglior film straniero agli Oscar (a parte la Francia, che ci tallona a dodici, gli altri sono tutti a distanze abissali), ma siamo di casa anche a Cannes e a Berlino, dove spesso siamo riusciti a conquistare riconoscimenti prestigiosi.

Tempo fa, non a caso, abbiamo parlato dei più talentuosi registi della nuova generazione, che già hanno iniziato a riscuotere consensi all’estero; ma quali sono i nostri film-maker più celebri a livello internazionale? Incrociando i premi vinti con le citazioni nei testi, siamo riusciti a stilare una lista: eccola, in ordine di anzianità.

 

1. Vittorio De Sica

Il regista dal tocco umano

Vincitore di ben quattro premi Oscar, Vittorio De Sica è – assieme a Fellini – probabilmente il più noto regista della storia del nostro cinema.

In lui gli americani in primis, ma poi anche i francesi e gli appassionati di cinema di tutto il mondo, hanno infatti sempre trovato un artista attento alle storie umane, capace di avvicinarsi alle tendenze registiche del periodo senza farsene mai troppo catturare, e dotato di una rara sensibilità.

Nato a Sora nel 1901, aveva esordito come attore teatrale, soprattutto lavorando nelle riviste o comunque in ruoli spiccatamente comici; al cinema, a parte un paio di brevi apparizioni all’epoca del muto, era arrivato quindi dopo i trent’anni, inizialmente come attore, diventando un divo delle garbate commedie degli anni ’30 dirette da Mario Camerini.

I capolavori neorealisti

Il passaggio dietro alla macchina da presa era avvenuto proprio sul finire di quel decennio, forse anche come naturale evoluzione data dall’età; i primi film erano stati però riproposizioni dello stesso modello cameriniano, a cui De Sica aggiungeva ben poco di suo.

Tutto cambiò però con l’incontro con Cesare Zavattini, probabilmente il padre ideologico del neorealismo: lo sceneggiatore emiliano, infatti, lavorò con lui prima a I bambini ci guardano, e poi ai grandi capolavori del dopoguerra.

In stretta sequenza, tra il 1946 e il 1952, uscirono infatti SciusciàLadri di bicicletteMiracolo a MilanoUmberto D., i primi due premiati con l’Oscar, il terzo vincitore a Cannes.

Conclusa la stagione neorealistica, il De Sica regista continuò comunque a mietere successi. Nel 1960 diresse La ciociara, che consentì a Sophia Loren di conquistare tutti i premi disponibili nel settore (Oscar, Palma d’Oro, David di Donatello e Nastro d’Argento).

Nel 1963 – sempre con la Loren, più Marcello Mastroianni – fu la volta di Ieri, oggi, domani, vincitore di un altro Oscar. Del 1970 è infine l’ultimo Oscar (a cui va aggiunto l’Orso d’Oro conquistato a Berlino) per Il giardino dei Finzi-Contini, adattamento del celebre romanzo di Giorgio Bassani.

Oltre a questa importantissima carriera da regista, De Sica va ricordato però anche per tutta una serie di altri contributi al mondo del cinema e non solo. Fu attore tra i più incisivi anche nel dopoguerra, spesso in commedie all’italiana.

Leggi anche: Tutti i migliori registi per numero di Oscar

Fu perfino un grande cantante, tanto è vero che a lui va ascritto il successo di uno dei più importanti brani degli anni ’30, Parlami d’amore, Mariù.

Fu, più in generale, un uomo molto amato per i suoi modi affabili e il suo buon carattere, tanto è vero che il pubblico gli perdonò – cosa piuttosto rara, a quei tempi – sia il vizio per il gioco, sia la doppia famiglia. Morì nel 1974.

 

2. Roberto Rossellini

Dal neorealismo a Ingrid Bergman

Oltre a De Sica – che comunque vi arrivò per il tramite di Zavattini –, l’altro padre del neorealismo italiano fu senza dubbio Roberto Rossellini, che per certi versi ne fu anzi l’interprete più puro, non foss’altro per la predilezione per interpreti non professionisti e per le storie che si creavano quasi da sole davanti alla cinepresa.

Nato a Roma nel 1906 da una famiglia borghese, si avvicinò prestissimo ai film: il padre aveva infatti aperto il primo cinema della capitale, il Barberini, in cui lui aveva accesso illimitato e dove, in seguito alla morte del genitore, lavorò a lungo anche come montatore.

Molto amico di Vittorio Mussolini, figlio del duce e appassionato di cinema, riuscì grazie a questo contatto importante a diventare assistente di affermati registi a Cinecittà, come Goffredo Alessandrini in Luciano Serra pilota.

La trilogia di guerra

Durante i primi anni della guerra aveva diretto tre film di propaganda a sfondo bellico, ma appena liberata Roma si mise al lavoro su Roma città aperta, quello che sarebbe divenuto il suo capolavoro, tratto da un soggetto di Sergio Amidei (con la collaborazione di un giovanissimo Federico Fellini).

Il successo – all’inizio soprattutto internazionale, più che italiano – di quella pellicola gli permise di approfondire il tema girando, negli anni immediatamente successivi, anche Paisà, con attori non professionisti, e Germania Anno Zero, realizzato nel settore francese di Berlino.

In quegli anni Rossellini divenne l’autore di riferimento di tutte le avanguardie cinematografiche non solo europee, tanto è vero che la sua fama giunse fino a Hollywood.

Celeberrima è infatti la lettera che il regista ricevette nel 1948 da Ingrid Bergman, forse la diva più affermata del cinema di allora: in essa l’attrice svedese gli rivelava la sua ammirazione per i suoi capolavori e gli offriva il suo talento e la sua fama.

I due iniziarono a collaborare in Stromboli terra di Dio, seguito poi da Europa ’51 Viaggio in Italia; ma quello che interessava di più al grande pubblico era il loro rapporto sentimentale (e doppiamente adulterino) che sfociò anche nella nascita di tre figli, tra cui la futura attrice Isabella Rossellini.

Dopo la rottura con la Bergman, lasciò il cinema e passò alla televisione, per la quale produsse una lunga serie di film didattici; uno dei pochi ritorni al grande schermo fu il premiatissimo Il generale Della Rovere, su soggetto di Indro Montanelli e interpretato proprio da Vittorio De Sica.

Morì nel 1977, non prima di aver lasciato, a mo’ di eredità intellettuale, una pesante influenza sui giovani critici della rivista francese dei Cahiers du cinéma, che lo elessero a uno dei loro più importanti modelli e punti di riferimento.

 

3. Michelangelo Antonioni

Il regista dell’incomunicabilità

Il neorealismo fu una corrente importantissima nella storia del cinema italiano e mondiale non solo per quello che effettivamente produsse – che fu comunque di grande rilievo – ma anche per quelle carriere che contribuì a lanciare, carriere che poi a volte si orientarono verso lidi ben distanti a livello teorico da quello di partenza.

Uno dei grandi registi che col neorealismo si fecero le ossa, salvo poi abbandonarlo praticamente subito, fu il ferrarese Michelangelo Antonioni, una delle nostre firme più note a livello internazionale soprattutto per alcune pellicole dirette tra gli anni ’60 e ’70.

Nato nel 1912, si iniziò a interessare prima al teatro e poi al cinema solo all’università, mentre studiava Economia e commercio a Bologna, grazie a una compagnia studentesca; il successivo trasferimento a Roma, nel 1940, lo fece poi entrare in contatto con un gruppo di intellettuali tra i quali spiccava il già citato Zavattini, vero nume tutelare del cinema italiano di quegli anni.

Dall’insuccesso ai premi

Durante il periodo bellico fu così soprattutto sceneggiatore ed aiuto regista, collaborando con Rossellini, Marcel Carné, Luchino Visconti e ancora Zavattini e mettendo la firma, anche se ancora nell’ombra, su alcuni dei capolavori del neorealismo.

Con il suo esordio dietro alla macchina da presa, Cronaca di un amore, del 1950, chiuse però di fatto quella stagione, anche se senza incontrare il successo sperato. Tutti i suoi primi film furono infatti importanti drammi borghesi lontani dalle atmosfere popolari delle pellicole che andavano allora per la maggiore, e si rivelarono anche per questo dei flop commerciali.

Le cose cambiarono tra il 1960 e 1962, quando diresse la sua allora compagna, la giovanissima Monica Vitti, nella celebre trilogia dell’incomunicabilità composta da L’avventura, La notte e L’eclissi, una trilogia che gli permise di presentarsi come il primo cineasta in grado di rappresentare il disagio esistenziale che veniva sempre più messo su carta dalla corrente esistenzialista.

I riconoscimenti, dopo tante fatiche, non tardarono quindi ad arrivare: nel 1964 vinse il Leone d’Oro con Il deserto rosso, mentre tre anni dopo si aggiudicò la Palma d’Oro a Cannes con Blow-Up, primo film diretto all’estero e con attori stranieri, a cui sarebbero seguiti poi negli anni ’70 autentici capolavori come Zabriskie PointProfessione: reporter.

La sua attività si ridusse enormemente, però, all’inizio degli anni ’80, quando fu colpito da un ictus che lo lasciò paralizzato nel lato destro del corpo e quasi privo dell’uso della parola; calò di conseguenza i suoi impegni dietro alla macchina da presa, anche se diresse il videoclip di Fotoromanza di Gianna Nannini e alcuni spot TV.

Tornò al cinema solo nel 1995, a causa anche del pressante invito di Wim Wenders, suo grande ammiratore, che con lui collaborò alla realizzazione della pellicola Al di là delle nuvole, tratta da alcuni suoi racconti contenuti nel libro Quel bowling sul Tevere. Morì nel 2007, dopo essersi dedicato negli ultimi anni alla pittura.

 

4. Federico Fellini

Onirico, visionario e vincente

Quattro Oscar (più uno alla carriera), una Palma d’Oro, un Leone d’Oro alla carriera più una miriade di altri premi: oltre a essere probabilmente il più famoso regista italiano della storia, Federico Fellini è stato sicuramente il più premiato.

Non solo: è stato forse l’unico in grado di far diventare il proprio nome un aggettivo (felliniano, riportato anche nei più accreditati dizionari) e trasformare i titoli dei propri film in frasi capaci di entrare nel linguaggio comune di numerose lingue straniere (la strada, la dolce vita, amarcord, senza contare paparazzo ed altro ancora).

Nato a Rimini nel 1920 da una famiglia relativamente agiata, si trasferì a Roma – dove la madre aveva dei parenti – nel 1939 per frequentare l’università, anche se quella era solo la scusa da esibire ai genitori: il suo obiettivo era infatti quello di trovare lavoro come giornalista satirico, professione che aveva già in parte svolto negli anni del liceo.

Nel giro di pochi mesi entrò nella redazione del prestigioso Marc’Aurelio e poi iniziò a collaborare, perlopiù come battutista, a spettacoli teatrali e sceneggiature cinematografiche.

«Un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo»

Dal 1941 iniziò poi a collaborare con la radio – dove conobbe la giovane attrice Giulietta Masina, poi sua inseparabile compagna e attrice –, per passare successivamente al cinema, dove firmò sceneggiature per Rossellini, Pietro Germi e Alberto Lattuada.

Proprio con quest’ultimo esordì alla regia, nel 1950, in Luci del varietà, che però si rivelò un disastro al botteghino; non meglio andò due anni più tardi quando, a partire da un soggetto di Antonioni, diresse Lo sceicco bianco, che fu addirittura stroncato dalla critica.

L’andamento negativo si capovolse a partire dal 1953, quando l’autobiografico I vitelloni riscosse grande successo sia in Italia (a Venezia conquistò il Leone d’Argento), sia all’estero, successo poi confermato l’anno successivo da La strada, che si aggiudicò addirittura l’Oscar.

Il premio dell’Academy ritornò poi anche per Le notti di Cabiria, sempre incentrato sul talento di Giulietta Masina e sulle figure degli umili e degli emarginati.

Già apprezzatissimo ad Hollywood ma ancora accolto tiepidamente in patria e più in generale in Europa, Fellini ebbe modo di rifarsi a partire dal 1960, quando sfornò in sequenza i suoi più grandi capolavori.

Con La dolce vita conquistò la Palma d’Oro a Cannes, inaugurò la proficua collaborazione con Marcello Mastroianni e dipinse in Anita Ekberg un nuovo modello di donna, totalmente distante dalla Masina dei primi film.

Con il successivo 8 e 1/2, nato in realtà da una grossa crisi creativa, fu addirittura l’apoteosi, tanto che ancora oggi il film è considerato una pietra miliare della storia del cinema.

Dopo qualche mezzo passo falso, tornò al grande successo negli anni ’70, soprattutto con Amarcord, ancora una volta premiato con l’Oscar e in cui arrivava alla massima espressione il suo stile onirico e visionario, con la malinconia che si legava alla satira e uno strisciante erotismo che non mancava di generare esiti grotteschi.

Poi altre pellicole e idee non realizzate, fino a La voce della luna, il film del 1990 con Roberto Benigni e Paolo Villaggio che chiuse la sua carriera. È scomparso nel 1993.

 

5. Bernardo Bertolucci

Da Pasolini ad Ammaniti, passando per Marlon Brando

In un modo o nell’altro, tutti e quattro i registi che abbiamo presentato finora ebbero a che fare con il neorealismo, certi in gioventù e certi altri in età più avanzata. Così non è però per l’ultimo regista della nostra cinquina, Bernardo Bertolucci.

Nato a Parma nel 1941, primogenito del poeta Attilio Bertolucci, Bernardo entrò nel mondo del cinema quasi per caso. Iscrittosi a Lettere e Filosofia per seguire le orme del padre, aveva però per vicino di casa Pier Paolo Pasolini, allora sceneggiatore che stava per esordire alla regia.

Ne divenne immediatamente collaboratore, aiutandolo nella realizzazione di Accattone e poi passando a dirigere, ad appena 21 anni, il suo primo film (su soggetto proprio di Pasolini), La commare secca.

Lo scandalo di Ultimo tango a Parigi

La sua poetica si approfondì e si staccò da quella pasoliniana con i film successivi, e in particolare con Prima della rivoluzione del 1964 e Il conformista del 1970, che però riscossero un successo modesto.

A far decollare la sua carriera fu il successivo Ultimo tango a Parigi, del 1972, il cui contenuto fortemente scabroso gli provocò decine di cause e di sequestri ma anche grandi incassi e una ancor maggiore attenzione mediatica.

Con Novecento, datato 1976, gli fu così concesso di ingaggiare un cast internazionale di prim’ordine per un grande affresco dell’Emilia contadina, a cui fecero seguito altre pellicole di buon riscontro.

Ma la sua fama internazionale si deve soprattutto ai film che diresse all’estero: nel 1987 il suo L’ultimo imperatore si aggiudicò nove premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e la miglior regia, ma grande successo ebbero anche Il tè nel desertoIl piccolo Buddha.

A partire dal 1996 tornò a lavorare in Italia, con risultati alterni: le critiche migliori le ottenne con Io ballo da sola The Dreamers, aggiudicandosi poi nel giro di pochi anni sia il Leone d’Oro alla carriera (nel 2007) che la Palma d’Oro alla carriera (nel 2011).

In ogni caso, dopo l’esperienza delle grandi produzioni in cui un peso fortissimo era dato alla ricerca di immagini potenti, in questa seconda fase della sua carriera Bertolucci è sembrato concentrarsi sulla gioventù, le sue speranze e i suoi problemi.

Unico ancora in vita dei registi che abbiamo presentato finora – e anche relativamente giovane –, ha diretto quello che è attualmente il suo ultimo film nel 2012, traendolo da un romanzo di Niccolò Ammaniti: si tratta di Io e te, accolto discretamente dalla critica.

 

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