I R.E.M. sono stati, senza ombra di dubbio, una delle band più importanti degli ultimi trent’anni. Negli anni ’80 hanno inventato l’alternative, negli anni ’90 hanno dimostrato di poter diventare una band planetaria senza cedere nulla sul versante della qualità, negli anni ’00 hanno cercato nuove strade, pur senza il loro batterista storico. Infine negli anni ’10 hanno sorpreso tutti dimostrando che ci si può ritirare anche quando si continuano a vendere milioni di dischi ad ogni uscita.

Insomma, la band di Athens, formata da Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills e, fino al 1997, Bill Berry, ha plasmato la musica come la ascoltiamo oggi. Basta pensarci un attimo, per rendersene conto.

Ad esempio, hanno usato per la prima volta in pezzi rock liriche introverse, ritornelli che sembravano tutto fuorché ritornelli, riff di chitarra ben integrati nel sound complessivo e cori costanti, in cui spesso la seconda voce, invece di rafforzare la prima, seguiva linee melodiche proprie.

Visto che ormai sono passati molti anni dal loro esordio e, purtroppo, anche dal loro scioglimento, ripercorriamo i loro maggiori successi con la nostra selezione delle canzoni più belle dei R.E.M.

 

1. Gardening at Night

Partiamo da uno dei brani forse meno noti del gruppo, anche perché non è mai stato incluso in alcun disco ufficiale, almeno fino ai recenti best che hanno chiuso la carriera della band.

Stiamo parlando di Gardening at Night, che comparve infatti solo nel primo EP, Chronic Town, pubblicato nel 1982 dalla I.R.S., la prima vera casa discografica a metterli sotto contratto.

E se anche il pezzo è stato eseguito spesso dal vivo ed inserito, in varie versioni, in raccolte di rarità, b-sides ed inediti, la sua fama è aumentata esponenzialmente tra i fan più agguerriti della band, che l’hanno reso in un certo senso il simbolo dello stile un po’ timido e un po’ pronto ad esplodere dei R.E.M. di quegli anni.

La prima vera canzone, da Chronic Town

La copertina dell'E.P. Chronic Town
Considerata da Stipe e soci come la loro prima vera canzone – tanto è vero che l’hanno suonata anche quando sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame, nel 20071 –, Gardening at Night nacque, secondo la testimonianza del batterista Bill Berry, durante un viaggio di ritorno dopo uno dei loro primi concerti.

Mentre lui guidava, uno degli altri componenti del gruppo gli chiese di accostare, perché doveva mettersi a fare “giardinaggio notturno“, cioè liberare la vescica.

 
Da lì venne lo spunto iniziale, che fu poi completato, secondo la leggenda, su un materasso posto davanti alla chiesa di Oconee Street ad Athens, in compagnia di tre accordi e una confezione da sei di birra (secondo quanto riportato questa volta da Peter Buck).

   

 

2. Driver 8

Se il 1982 era stato l’anno in cui i R.E.M. avevano iniziato a farsi conoscere, il 1983 e il 1984 sono stati gli anni in cui sono diventati, improvvisamente, i capofila del college rock, una nuova ondata di musica che non si poteva più nemmeno definire solo post-punk, ma che proponeva qualcosa di veramente alternativo rispetto alla tradizione pop e rock consolidata.

Murmur e Reckoning furono infatti due grandi successi di critica, ma gli entusiasmi vennero in parte raffreddati nel 1985, quando uscì Fables of the Reconstruction.

Quello si rivelò essere un album atipico, che metteva da parte la ritmica jangle pop dei primi dischi per una virata quasi folk e intimista (e che per la prima e unica volta non veniva registrato negli States, ma a Londra).

Col suo tipico riff di chitarra, da Fables of the Reconstruction

Fables of the Reconstruction, album dei R.E.M.
Il disco vendette molto bene e non fu affatto stroncato dalla critica, ma furono gli stessi membri della band, per molto tempo, a ritenerlo un disco non riuscito. Ciononostante, al suo interno si trova uno dei pezzi più rimarchevoli di quella fase della carriera dei R.E.M., Driver 8.

È un brano che parla dei paesaggi del sud degli Stati Uniti visti da un treno, un brano in cui ha un peso notevole il riff di chitarra, che crea un’atmosfera e un ritmo molto particolari.

 
Tra l’altro, per stessa ammissione di Peter Buck il giro di accordi della strofa di Imitation of Life, singolo sempre dei R.E.M. del 2001, è involontariamente ripreso da quello di Driver 8, segno che il brano ha lasciato a lungo il segno sui componenti della band.

   

 

3. It’s the End of the World As We Know It (And I Feel Fine)

L’ultima canzone del “periodo I.R.S.” che abbiamo scelto è anche la più strana e, forse, più famosa: It’s the End of the World As We Know It (And I Feel Fine), pubblicata all’interno di Document, straordinario album uscito nel 1987 e maggior successo commerciale fino a quel momento della band della Georgia.

Primo disco prodotto assieme a Scott Litt, che sarebbe diventato il compagno in cabina di regia di tutti i loro maggiori successi (fino a New Adventures in Hi-Fi), l’album presentava un suono più decisamente rock rispetto ai precedenti. E fu di fatto il lavoro che preparò la strada a molti dei cambiamenti che avrebbero poi permesso ai quattro di sfondare.

Il flusso di coscienza da Document

Document dei R.E.M.
Canzone dal testo straordinario che non a caso è stato ripreso più e più volte (anche nel titolo di un episodio di Grey’s Anatomy e nella celebre cover di Ligabue), It’s the End of the World As We Know It (And I Feel Fine) è una specie di versione moderna della famosa Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan.

Nacque come evoluzione da una canzone molto simile per tempo e ritmica, a quel tempo intitolata PSA e pubblicata molti anni dopo col titolo di Bad Day.

 
Proprio questo testo, quasi un flusso di coscienza in cui emergono alcuni elementi ricorrenti (come le persone che hanno per iniziali le lettere L. e B., come Leonard Bernstein, Leonid Brežnev, Lenny Bruce e Lester Bangs), è probabilmente il più studiato tra le sempre criptiche composizioni di Michael Stipe.

   

 

4. Losing My Religion

E ora arriviamo ai pezzi forti, ai brani che hanno catapultato i R.E.M. sulla vetta delle classifiche e per i quali sono ancora oggi maggiormente ricordati.

Losing My Religion è probabilmente il più celebre tra questi, primo singolo del disco Out of Time, il secondo pubblicato dalla band – nel 1991 – per la Warner Bros.

Una canzone che nacque abbastanza casualmente, visto che il tema musicale fu scritto da Peter Buck mentre riascoltava alcune registrazioni casalinghe effettuate mentre strimpellava un mandolino appena comprato. Un brano anche spesso frainteso, almeno a livello di testo.

Una canzone di difficile interpretazione, da Out of Time

Il titolo e il videoclip diretto da Tarsem Singh, infatti, lasciano pensare che la canzone abbia un tema religioso, ma in realtà l’espressione losing my religion è un modo di dire tipico del sud degli Stati Uniti, ed equivale a “sto perdendo la pazienza“.

Nelle intenzioni di Michael Stipe, infatti, il brano sarebbe una canzone sull’amore non corrisposto, ma c’è anche da dire che le liriche del frontman raramente risultano comprensibili senza una adeguata spiegazione.

Un fotogramma del video di Losing My Religion dei R.E.M.
La canzone – che la Warner non voleva assolutamente lanciare come primo singolo e uscì solo grazie alle insistenze della band – divenne il maggior successo di sempre dei R.E.M., arrivando alla posizione numero 4 della classifica USA e venendo nominata da varie riviste come una delle migliori canzoni dell’anno, spesso appena dietro Smells Like Teen Spirit dei Nirvana.

   

 

5. Nightswimming

La ballata di Automatic for the People

Concludiamo questa prima parte con una canzone tratta da quello che è probabilmente l’album più bello dei R.E.M., Automatic for the People. Vari sono infatti i brani che avremmo potuto estrarre dal disco del 1992, come Everybody Hurts, Man on the Moon o Drive.

Nightswimming dei R.E.M.
Alla fine però abbiamo optato per una ballata romantica e malinconica come Nightswimming, che ci sembra completi bene il quadro su una band capace di passare dalla nostalgia all’aggressività, dalla delusione al romanticismo (mai troppo melenso) nello spazio di poche note.

La canzone nacque da un riff suonato al pianoforte dal bassista Mike Mills durante le sessioni di registrazione di Out of Time, un riff che attrasse l’attenzione di Michael Stipe. Lui decise di accompagnarlo con un testo carico di rimpianto che ricorda un’epoca giovanile in cui si andava a nuotare nudi di notte assieme agli amici.

 


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La canzone ha una struttura piuttosto semplice ma allo stesso tempo suggestiva. Nella prima parte la voce di Stipe è accompagnata solo dal piano di Mills. Poi si introducono un oboe – suonato da Deborah Workman – e degli archi, secondo un arrangiamento scritto da John Paul Jones, l’ex bassista dei Led Zeppelin.

   

 

Altre 7 canzoni dei R.E.M., oltre alle 5 già segnalate

La carriera dei R.E.M. è stata lunga e prolifica. In circa trent’anni di attività hanno rilasciato 15 album di inediti, pieni zeppi di canzoni di ottimo livello. Per questo pensiamo che fermarsi a segnalare solo cinque brani sia abbastanza limitante, e abbiamo quindi ampliato il discorso, includendo altre sette canzoni.

 

Man on the Moon

Man on the Moon comparve nel 1992, all’interno del già citato Automatic for the People, di cui costituiva il secondo singolo. È un brano che, per vari motivi, ha avuto un notevole impatto, tanto è vero che qualche anno più tardi il regista Milos Forman diresse un film che aveva, volutamente, lo stesso titolo.

La canzone parla di Andy Kaufman, un celebre comico americano scomparso prematuramente nel 1984. Kaufman divenne famoso creando delle situazioni paradossali, in cui non si sapeva mai se stesse recitando o parlando sul serio (inscenò litigi in TV, morti e resurrezioni). E, oltre che un omaggio, Man on the Moon è quindi anche una riflessione sulla fede e la credenza.

Radio Free Europe

Facciamo un passo indietro ed andiamo alle origini dei R.E.M. Radio Free Europe fu infatti il loro primo singolo, pubblicato la prima volta nel 1981 e poi incluso, due anni più tardi, nell’album di debutto Murmur. Un singolo che iniziò a creare il mito di questa band originale, diversa da tutte le altre.

I critici ritengono infatti che proprio questo brano pose le basi della musica alternative e del college rock, anche per via delle sue liriche indecifrabili. I R.E.M. non ne hanno d’altronde mai pubblicato il testo e, volutamente, Stipe nelle strofe rendeva la sua parlata incomprensibile.

 

The One I Love

Come abbiamo già detto, nel 1987 i R.E.M. pubblicarono Document, un disco dal grande successo. Lì erano contenute It’s the End of the World as We Know It (And I Feel Fine) ma anche The One I Love, che anzi venne lanciata come il primo singolo a supporto dell’album.

La canzone viene spesso interpretata come un pezzo d’amore, per via del suo titolo (“Quella che amo”). In realtà i versi – pochissimi, per una canzone dei R.E.M., e ripetuti più volte – disegnano un quadro più cupo, e lo stesso Stipe ha ammesso che si tratta in realtà di una canzone sulla manipolazione.

Fall on Me

Lifes Rich Pageant, uscito nel 1986, è un disco di cui non abbiamo ancora parlato. Fu anch’esso un buon successo di critica e segnò un cambiamento nelle sonorità delle canzoni, maggiormente orientate verso il rock. Fu anche un disco per certi versi politico, con vari temi d’attualità.

Il più frequente fu quello ambientale, ben rappresentato da Fall on Me, che parla di spazi rubati alla natura con i grattacieli e, tra le righe, di capitalismo e piogge acide. C’è anche un riferimento a Galileo, e alla leggenda secondo cui lanciava piume e palline di piombo dalla Torre di Pisa.

 

Drive

Abbiamo parlato di Automatic for the People, ma non abbiamo ancora parlato di Drive, che di quell’album fu il primo singolo. La canzone è molto particolare dal punto di vista musicale, e infatti può stupire il fatto che sia diventato un singolo; ma i R.E.M. erano soliti sorprendere il pubblico (e la loro casa discografica).

Gustoso è anche un aneddoto relativo al videoclip: durante le registrazioni, nel 1992, Stipe ricevette la visita di Oliver Stone (con cui al tempo collaborava per la produzione di un film) e dell’amico River Phoenix. I due, un po’ alticci, finirono per litigare, arrivando quasi alle mani, e questo secondo il cantante diede ancora più energia al video.

E-Bow the Letter

Anche E-Bow the Letter fu un singolo che non andò particolarmente bene. Doveva trainare New Adventures in Hi-Fi, l’album del 1996, ma finì per far registrare il peggior risultato dei R.E.M. a livello di classifica negli Stati Uniti nei dieci anni precedenti, con un misero 49° posto.

Eppure quella canzone – certo non facile – è una delle più significative e belle della produzione della band. Il testo, quasi incomprensibile, è in realtà tratto da una lettera che Stipe aveva scritto proprio a River Phoenix (scomparso nel 1993) e poi non spedita. E nei cori c’è la particolarissima magica di Patti Smith.

 

Überlin

In questa nostra selezione è evidente che sono stati privilegiati i brani dei R.E.M. composti quando il gruppo era ancora nella formazione originaria, con Bill Berry alla batteria. Non che in realtà manchino le grandi canzoni anche successive, come The Great Beyond, Why Not Smile, Imitation of Life o Supernatural Superserious.

Abbiamo però scelto di chiudere con un brano che proviene dall’ultimo album della band, Collapse Into Now. Il pezzo è Überlin, una canzone che celebra la città di Berlino ma che è anche un mezzo addio della band, tra sonorità vecchie e nuove. Bello anche il video, con un giovane Aaron Taylor-Johnson.

 

L’infografica col riassunto finale

L'infografica sulle migliori canzoni dei R.E.M.

 

E voi, quale canzone dei R.E.M. preferite?

Note e approfondimenti

  • 1 Potete rivedere quell’esecuzione speciale cliccando qui.

 

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