Cinque tra le canzoni più belle di Louis Armstrong

Louis Armstrong con la sua inseparabile tromba (e le sue canzoni più belle)

Louis Armstrong è stato non solo uno dei più importanti cantanti e musicisti jazz del Novecento, ma anche il più famoso. Le sue apparizioni al cinema e le sue tournée – sia in città americane che europee – l’hanno reso forse il più popolare interprete della sua generazione, anche per la sua voce e il suo carisma inconfondibili.

Da When the Saints Go Marching In a C’est si bon

Molte sono le sue canzoni che, negli ultimi anni, sono state incluse nelle varie Hall of Fame americane, anche se il pubblico pare essere rimasto affezionato a What a Wonderful World, uno dei suoi pezzi più tardi. Anche per descriverne l’altissima parabola artistica, presentiamo quindi oggi le cinque canzoni più belle di Louis Armstrong, almeno a nostro avviso. Forse vi accorgerete che mancano alcuni brani memorabili come All of Me, When the Saints Go Marching In, Blueberry Hill, When You’re Smiling e C’est si bon, ma non ci poteva essere spazio per tutti.

 

Ain’t Misbehavin’

Il primo grande successo, datato 1929

Cominciamo con una canzone che arriva dagli anni d’oro del ragtime, Ain’t Misbehavin’. Negli anni ’20 Louis Armstrong aveva cominciato faticosamente a costruirsi una carriera, prima a New Orleans, dov’era nato, e poi a Chicago, dove il jazz era diventato di casa (anche nei locali di proprietà di gangster come Al Capone). Nel ’24 aveva anche fatto il suo esordio a New York, intrattenendo i primi rapporti con quella scena jazzistica di cui sarebbe diventato, negli anni successivi, uno dei dominatori, salvo poi tornare nuovamente a Chicago.

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Nella Grande Mela il trombettista si stabilì solo nel 1929, l’anno del crollo di Wall Street. Lì gli venne offerto di incidere Ain’t Misbehavin’, una canzone scritta e registrata, in quello stesso anno, dal pianista Fats Waller. La versione di Armstrong, che aveva già cominciato ad affinare il proprio stile anche se tendeva a suonare più di quanto non cantasse, rimase negli anni, imponendosi su quella dello stesso Waller, anche perché questi venne a mancare nel 1943.

 

La vie en rose

Il capolavoro di Edith Piaf reinciso nel 1952

Anche La vie en rose non è un brano che fu portato al successo per la prima volta da Louis Armstrong, ed è anzi famoso soprattutto per la versione di Édith Piaf, che tra l’altro l’aveva pure scritta assieme a Louis Guglielmi. Se l’originale francese è del 1945 ed è diventato simbolo della Francia che usciva dalla Seconda guerra mondiale, l’incisione di Louis Armstrong risale al 1952 e presenta un testo in inglese (adattato da Mack David), anche se la frase La vie en rose è stata lasciata in francese per sfruttarne la fama.


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Certo, la cover in inglese di Armstrong non è l’unica degna di nota. Sempre nell’ambito jazzistico sono da ricordare quelle di Bing Crosby, Marlene Dietrich, Aretha Franklin, Liza Minnelli, Tony Bennett, Michael Bublé e Diana Krall. In contesti più moderni si collocano invece le versioni di B.B. King, Iggy Pop, Jeff Buckley e Lady Gaga.

 

Mack the Knife

Il brano scritto da Bertolt Brecht e inciso nel 1956

Nel 1928 la fama di Louis Armstrong era limitata ai circoli jazzistici delle grandi città americane. I suoi dischi erano pochi e per il momento non varcavano ancora l’oceano. Quel genere musicale, però, aveva cominciato a conquistare anche le platee del vecchio continente e proprio in quell’anno, a Berlino, il drammaturgo Bertolt Brecht decise di mettere in scena un’opera che aveva, a suo modo, qualcosa di jazzistico. Nacque così l’Opera da tre soldi, uno spettacolo anticonformista e provocatorio in cui si respirava l’aria del cabaret e che aveva al centro della scena un piccolo delinquente londinese, Mackie Messer.

All’interno dello spettacolo erano presenti anche canzoni, musicate da Kurt Weill. Una di queste, e anzi la più famosa, era Die Moritat von Mackie Messer, che più di vent’anni dopo, nel 1954, sarebbe stata tradotta in inglese da Marc Blitzstein – assieme a tutta la commedia brechtiana, che fu portata in scena con successo a Broadway – col titolo di Mack the Knife. A inciderla pochi anni dopo furono chiamati prima Louis Armstrong, che ne fornì una versione tipica del suo stile jazz, e poi Bobby Darin, che invece virò la sua interpretazione sullo swing.

 

Hello, Dolly!

La versione del 1964 che lanciò l’omonimo musical

Era legata a un musical anche Hello, Dolly!, canzone che rappresentò uno degli ultimi ma anche dei più grandi successi di Louis Armstrong, ormai piuttosto anziano, nel 1964. Autore del brano era Jerry Herman, che aveva composto tutto il musical che proprio nel 1964 fece il suo esordio a Broadway, incontrando subito un grande successo. Un successo che fu motivato anche da una grossa campagna promozionale, cosa abbastanza inedita per l’epoca. Fu anzi proprio a scopi pubblicitari che Armstrong si avvicinò al pezzo. Il suo manager fu infatti contattato già nel dicembre del 1963 dai produttori dello show affinché Louis incidesse una sua versione del brano prima che il musical andasse in scena, in modo da “trainare” la vendita dei biglietti.


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Il risultato però andò ben oltre le aspettative dei pubblicitari. La canzone infatti raggiunse la vetta della classifica americana, spodestando addirittura i Beatles, che dominavano – con tre singoli successivi – la posizione numero 1 da 14 settimane consecutive. Fu il più grande successo commerciale di Armstrong in tutta la sua carriera e, dato che allora aveva già 63 anni, con quella hit il jazzista divenne il cantante più anziano di sempre a salire in vetta alla classifica americana. Armstrong ottenne così due Grammy a fine anno e si poté togliere pure la soddisfazione, qualche tempo dopo, di cantare la canzone in duetto con Barbra Streisand all’interno della versione cinematografica del musical.

 

What a Wonderful World

La canzone più bella e più famosa, datata 1967

E siamo arrivati al pezzo più celebre, quello che conoscete tutti: What a Wonderful World. La canzone fu scritta da Bob Thiele e George David Weiss e incisa da Louis Armstrong nel 1967, appena quattro anni prima della sua morte. Non è però il classico pezzo della maturità, visto che si tratta di uno dei brani più strani e particolari della carriera del trombettista di New Orleans. Si tratta infatti di una ballata lenta, che ben poco concede al jazz o allo swing. Non a caso, la leggenda vuole che sia costata il posto alla ABC Records a Thiele, cacciato – prima che il brano incontrasse un inatteso successo – per non aver voluto replicare lo stile di Hello, Dolly! che tante soddisfazioni aveva dato alla casa discografica.

È da notare, però, che il brano aveva in un certo senso un significato politico: pur parlando di cieli azzurri e paesaggi rasserenanti, uscì nel 1967, in un periodo di grandi tensioni razziali. L’intento degli autori era infatti quello di offrire una visione ottimistica del futuro in un periodo in cui tutte le certezze sembravano crollare. D’altro canto, Armstrong, che almeno pubblicamente si teneva ben lontano dalla politica, non aveva mancato in quegli anni di sovvenzionare Martin Luther King e altri movimenti di rivendicazione di diritti per gli afroamericani.

 

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