Gli strumenti del rock’n’roll non sono molti, anche se di tanto in tanto compare qualche band che tenta di aggiungerne di nuovi. In genere, la formazione classica prevede chitarra, batteria, basso e voce. Così – con qualche leggera variazione – erano composti i Beatles, i Led Zeppelin, gli U2, i Queen e molti altri gruppi.

Il pianoforte, in genere, ha fatto sempre fatica a trovare spazio. Riservato a pezzi più dolci e classici, solo raramente ha rivelato la sua anima rock, grazie a talenti scatenati come quello di Jerry Lee Lewis o Ben Folds. E, soprattutto, di Elton John, l’artista che forse più di tutti ha sdoganato lo strumento, mostrando che poteva essere usato sì per ballate malinconiche, ma anche per pezzi rock trascinanti.

Un uomo da record

Da questo punto di vista, Reginald Dwight (questo il suo nome all’anagrafe) è stato un precursore e un maestro. Capace di vendere più di 400 milioni di dischi in carriera, di piazzare più di 50 singoli nelle top 40 sia americana che inglese, autore di centinaia di canzoni e protagonista di migliaia di concerti, Elton John è un emblema della musica inglese nel mondo e non ha certo bisogno di presentazioni.

Può darsi però che i più giovani non lo conoscano del tutto, visto che negli ultimissimi anni – complice l’età – è stato sulla breccia dell’onda meno di un tempo. Se, quindi, volete saperne di più su un artista che è stato capace di passare dal glam al pop ricadendo sempre in piedi, ecco quelle che sono forse le cinque più famose canzoni di Elton John.


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Your Song (1970)

Il primo grande successo

Come vedrete, tutte le cinque canzoni che abbiamo scelto arrivano dalla prima metà degli anni ’70. Fu infatti in quel periodo che Elton John cominciò non solo a farsi conoscere, ma anche a scalare le classifiche e a lasciare il suo segno su una scena che, dopo l’addio dei Beatles, stentava a trovare un nuovo “padrone”. Mentre da un lato emergevano la psichedelia, il progressive, l’hard rock, Elton John seppe portare avanti la bandiera del rock’n’roll puro, venato talvolta di blues, di pop, di glam.

Your Song fu il suo primo grande successo. E, paradossalmente, quello meno impegnativo: secondo la leggenda, la stesura della parte musicale portò via al pianista britannico appena 10 minuti, nel pomeriggio del 27 ottobre 1969. D’altronde, quella stessa mattina Bernie Taupin, il fedele paroliere, l’aveva scritta in tutta fretta, trascinato dall’ispirazione subito dopo colazione.

Il brano è una classica ballata d’amore, la cui semplicità non le evita però di arrivare dritta al cuore. Si sente, d’altra parte, l’influsso della musica classica, che Elton John aveva studiato per molti anni e che spesso lo influenzerà nei suoi pezzi più intimisti. La canzone fu elogiata immediatamente da John Lennon, che strinse poi con Dwight una solida amicizia, ed è stata ricantata da decine di autori, come Rod Stewart, Mia Martini (che la cantò in italiano), Luciano Pavarotti, Billy Joel, Ben Folds e altri.

 

Tiny Dancer (1971)

La canzone simbolo di quel periodo

Elton John dimostrò presto che il successo del suo secondo album, l’eponimo Elton John, non era un fuoco fatuo. Nel 1972, in un periodo di grande attività, uscì infatti Madman Across the Water, il suo quarto lavoro di studio, anticipato l’anno prima dal singolo Tiny Dancer.

La canzone, scritta come al solito da John assieme a Bernie Taupin e dedicata alla di lui moglie, mostrava un ritmo più sostenuto di Your Song, ma in fondo gli stessi elementi di base. C’era il pianoforte a fare da collante, a dare il tono; c’era un’atmosfera quasi sinfonica; c’era l’amore, declinato in maniera romantica ma non sdolcinata. E la canzone, nonostante un inizio un po’ incerto nelle classifiche, riuscì pian piano a convincere il pubblico e diventare uno dei brani più famosi della produzione di Elton John.

Anche in questo caso numerose sono le cover, ma più importante è forse il suo utilizzo all’interno di colonne sonore. Nel 2000 è diventata infatti la canzone-fulcro di Quasi famosi di Cameron Crowe, il film autobiografico dedicato alla scena rock degli anni ’70. Proprio il successo di quel film riportò in auge il brano, presentandolo alle nuove generazioni.

 

Rocket Man (1972)

Elton John nello spazio

Sempre nel 1972, cavalcando l’ispirazione di quegli anni, uscì anche Honky Château, album tra i più importanti della produzione di Elton John. All’interno trovavano spazio canzoni come Honky Cat, Mona Lisas and Mad Hatters e Hercules. Ma, soprattutto, Rocket Man, un altro pezzo destinato ad entrare nella leggenda.

Sottotitolata I Think It’s Going to Be a Long, Long Time, la canzone si inseriva all’interno del filone dei brani che parlavano di spazio e astronauti. Un filone allora abbastanza corposo, se si considerano anche certe canzoni di David Bowie come Space Oddity o Starman. E proprio Bowie, secondo la leggenda, non digerì mai l’incursione di Elton John in un campo che era in un certo senso suo. D’altronde, c’è da dire però che l’ispirazione del testo venne a Taupin in seguito alla lettura di alcuni racconti di Ray Bradbury, ma il testo potrebbe essere anche una metafora dell’assunzione di droghe.


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Dal punto di vista musicale, la canzone segna un alleggerimento della struttura sinfonica in vista di una maggior orecchiabilità, che pagò molto anche in termini di vendite. In Inghilterra Rocket Man arrivò infatti fino al secondo posto della classifica, ma benissimo andò pure in Italia, dove toccò la sesta posizione.

 

Crocodile Rock (1972)

L’omaggio al rock degli anni ’50

Nei primi anni ’70 Elton John sembrava davvero in grado di sfornare un capolavoro all’anno. Basta scorrere infatti i titoli della nostra cinquina per rendersi conto della vicinanza tra un pezzo e l’altro e di come il pianista londinese abbia cambiato in poco tempo la storia della musica britannica.

Crocodile Rock uscì come singolo sul finire del 1972, mentre l’album di riferimento, Don’t Shoot Me I’m Only the Piano Player, fu pubblicato l’anno dopo. Era un omaggio sentito e trascinante al sound delle origini, che tanta influenza aveva avuto sullo stesso John. «I remember when rock was young» è, non a caso, il primo verso, scritto da Taupin, a cui si accompagna una melodia che richiama volutamente i brani degli anni ’50.

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Qui Elton John seppe condensare non solo il suo talento musicale, ma anche la sua inventiva e il suo istrionismo, che ormai emergeva in maniera sempre più preponderante anche durante i concerti. Il ritmo è scandito da un organo Farfisa suonato dallo stesso artista britannico, mentre il ritornello vede John esibirsi in falsetto. Un tripudio di talento che lo fece arrivare per la prima volta in vetta nelle classifiche di mezzo mondo.

 

Candle in the Wind (1973)

Da Marilyn Monroe a Diana Spencer

Fino a questo momento abbiamo presentato canzoni che pian piano si facevano strada nelle classifiche e nello star system internazionale. Quello che mancava ad Elton John, in quei primi anni di carriera, era un album – e non più tanto un singolo – capace di lasciare profondamente il segno sulla storia della musica, su un decennio che poteva, musicalmente parlando, rivelarsi presto suo.

Questo album arrivò nel 1973 e si intitolava Goodbye Yellow Brick Road, un doppio LP che vendette più di 8 milioni di copie solo negli Stati Uniti, ma che fu allo stesso tempo salutato dai critici come un capolavoro assoluto. All’interno c’erano molti brani destinati a lasciare il segno, come Funeral for a Friend, Bennie & the Jets, la stessa Goodbye Yellow Brick Road o Saturday Night’s Alright (For Fighting). Ma anche Candle in the Wind, un tenero pezzo dedicato alle grandi star morte troppo presto.

Protagonista della canzone era infatti Norma Jean Baker, ovvero Marilyn Monroe, a cui Elton John e Bernie Taupin dedicavano una malinconica elegia. Ma il brano si adattava a molte situazioni, e fu anche per questo che nel 1997, alla morte di lady Diana, il pianista inglese decise di riprenderlo in mano, adattandolo e dedicandolo alla scomparsa ex principessa britannica. Quella sua versione vendette 40 milioni di copie, diventando il singolo più venduto di tutti i tempi.

 

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