Cinque tra le migliori canzoni dei Blink-182

I Blink-182

Dal punto di vista musicale, gli anni ’90 sono stati un decennio contemporaneamente ruvido e leggero, raffinato e drammatico: si erano aperti col fenomeno Nirvana, col grunge e col suicidio di Kurt Cobain, e si conclusero con i Backstreet Boys, con la colonna sonora di Titanic, con Britney Spears e Christina Aguilera, contenendo insomma al loro interno tutto e il contrario di tutto.

Anche il punk fu attraversato da questa contraddittorietà: mentre negli anni ’70 era stato un fenomeno di protesta limitato, dal punto di vista commerciale, a vendite tutto sommato modeste, negli anni ’90 divenne uno dei generi capofila dell’industria, capace di rivaleggiare con l’R&B e col pop.

Green Day, Offspring, Rancid

Causa di questo netto cambiamento di prospettiva furono alcune nuove band – spesso californiane – che si affacciarono all’orizzonte proponendo una musica più leggera e scanzonata, sempre arrabbiata ma non priva di una forte componente ironica, capace di esaltare più la bravata adolescenziale che non l’attacco al cuore del sistema: si trattava dei Green Day, che nel 1994 aprirono la strada con Dookie, ma anche degli Offspring, dei Rancid e, con solo una manciata d’anni di ritardo, del Blink-182.

Questi ultimi in particolare cominciarono a farsi conoscere nel 1997 grazie a Dude Ranch, il loro secondo album, ma fu soprattutto due anni più tardi che riscossero un inatteso successo planetario: Enema of the State, infatti, vendette più di 15 milioni di copie, facendo conoscere il trio (Mark Hoppus, Tom DeLonge e Travis Barker, che aveva appena sostituito il precedente batterista Scott Raynor) in tutto il mondo.

La lunga pausa

Da allora le vicissitudini della band sono state altalenanti: dopo il periodo d’oro a cavallo tra i due decenni, dal 2005 al 2009 i componenti si sono “messi in pausa”, sfiorando quasi la rottura definitiva; oggi, dopo l’album Neighborhoods del 2011, suonano invece ancora insieme, ma il grande successo sembra in qualche senso aver appagato i ragazzi di San Diego, che si sono dedicati nel frattempo a trasmissioni televisive, linee di abbigliamento ed altro ancora, senza manifestare una fretta particolare nel voler tornare a far musica.

Noi però, nell’attesa di buone nuove da parte loro, abbiamo deciso di selezionare i cinque brani che ci sembrano più belli e significativi della loro produzione, in modo anche da fornire una guida di partenza a chi, perché magari troppo giovane per conoscere la musica che andava per la maggiore quindici anni fa, abbia voglia di riscoprirli.

 

Dammit (Growing Up)

da Dude Ranch, 1997

Che l’obiettivo principale dei Blink-182 fosse, dall’inizio, quello di parlare ai giovani liceali e alle loro contraddizioni era chiaro fin dal loro primo singolo di successo, Dammit, e soprattutto dal relativo video che li mostrò al mondo intero in pantaloncini corti e atteggiamenti tipicamente adolescenziali.

L’aspetto dolceamaro dell’adolescenza

La canzone, scritta dal bassista Mark Hoppus, in realtà era tutt’altro che leggera, e a una melodia trascinante associava un testo dolceamaro: la storia, raccontata dal punto di vista di un giovane ragazzo lasciato dalla propria partner, si concentrava sulla bisogno del protagonista di superare il dolore, appoggiandosi su un qualche amico fedele e concedendo, nel ritornello, che probabilmente quel dolore era quello che solitamente chiamano “crescere”.

Il video, invece, buttava tutto il discorso in farsa: prendendo spunto da un verso della canzone, spostava il trio californiano in un cinema dove effettivamente Hoppus vedeva l’ex fidanzata in un compagnia di un nuovo ragazzo. Da lì partivano prima un’operazione di disturbo e poi un inseguimento all’interno del cinema, con scene da slapstick comedy d’altri tempi.

Il singolo raggiunse l’undicesimo posto della classifica rock di Billboard e fu utilizzato anche nella colonna sonora del film Giovani, pazzi e svitati con Jennifer Love Hewitt.

 

What’s My Age Again?

da Enema of the State, 1999

Ancora firmato da Mark Hoppus, sia in fase di scrittura che nell’esecuzione canora, è What’s My Age Again, il primo singolo estratto da Enema of the State, l’album che consacrò i Blink-182 a livello planetario nel 1999.

Nudi alla meta

Se Dammit era una canzone in fondo venata di tristezza e poi resa dissacrante dal video, qui eravamo di fronte invece ad un brano che giocava tutto sul desiderio di non crescere, esaltato alla massima potenza: mentre il testo di Hoppus rivelava infatti come lui stesso, a ventotto anni d’età, continuasse a comportarsi come un ragazzino al primo anno di liceo – con le inevitabili rotture con fidanzate e litigi con le madri delle stesse –, le immagini del videoclip che fece il giro del mondo mostravano i tre componenti della band correre completamente nudi per le strade di Los Angeles, suscitando lo scandalo dei passanti.

Il brano colpì immediatamente le orecchie e gli occhi dei ragazzini: già era di per sé rara, allora come oggi, la nudità maschile in tv, ma vedersela davanti agli occhi per tutta la durata di un videoclip – seppure pixellata – era in effetti una cosa da lasciar sbalorditi; se poi si aggiunge l’ammiccamento costante ai fanatici della tv, agli scherzi telefonici e a quelli che «a 23 anni non piacciono a nessuno», si ottiene inevitabilmente l’effetto di farsi notare, e parecchio.

La canzone raggiunse il secondo posto della classifica rock di Billboard e si piazzò benissimo anche in Italia (al numero 3 della graduatoria generale), dove la band è tradizionalmente molto amata; inoltre molti furono gli elogi dalla critica per l’immediatezza del brano e per il fatto di essere diventato in breve tempo un vero e proprio inno punk energetico e adolescenziale.

 

Adam’s Song

da Enema of the State, 1999

L’abbiamo detto all’inizio: gli anni ’90 sono stati anni ambivalenti e contraddittori. Si voleva spaccare il mondo e spesso si finiva per essere spaccati dal mondo; si voleva ridere e scherzare, ma si cantava la tristezza e la solitudine.

Entra in gioco la tragedia

Se i Blink-182 – come abbiamo in fondo mostrato finora – erano infatti una band solare, vitale, perfino un po’ ruffiana nel suo voler divertirsi e divertire, non mancavano però anche dei momenti tragici nelle loro canzoni. Adam’s Song, scritta e cantata ancora una volta da Mark Hoppus, in un tono punk da un lato più sommesso del solito, ma dall’altro ugualmente potente, cerca proprio di raccontare senza alcuna ironia lo straziante dolore di molte adolescenze, condannate loro malgrado alla solitudine e a vagheggiare ipotesi di suicidio.

Il tema della morte entra in gioco subito, appena dopo il riff iniziale, con il verso I never thought I’d die alone che si ripete lungo tutta la canzone, quasi come un monito; poi si passa a illustrare la vuota esistenza che il protagonista del brano intende lasciare, non dimenticando però qua e là gli amici, la madre ed altre persone care. La durezza dei sedici anni, perciò, si trasforma pian piano in speranza. Il passato remoto di sixteen just held such better days si tramuta nel presente proiettato al futuro di tomorrow holds such better days, e la canzone infatti si conclude con una nota di speranza.

Ispirata in parte dal senso di solitudine patito dallo stesso Hoppus quando tornava a casa dai tour e in parte dalla lettera di addio di un ragazzo (Adam, presumiamo) lasciata ai suoi genitori prima di suicidarsi, la canzone ha permesso di far conoscere un lato più maturo e profondo della band, che ha contribuito a farne crescere il seguito; il brano si piazzò al secondo posto della Hot 100 Modern Rock di Billboard.

 

All the Small Things

da Enema of the State, 1999

Di Enema of the State abbiamo già detto quasi tutto quello che c’era da dire; rimane fuori solo All the Small Things, che ne rappresenta il lato più pop e di maggior successo commerciale.

Una canzone per le radio

Scritta e cantata dal chitarrista Tom DeLonge e dedicata alla sua fidanzata di lungo corso (e poi moglie), Jennifer Jenkins, la canzone fu elaborata quando gli altri brani dell’album erano già quasi tutti pronti, ma la band si era accorta che ancora mancava un pezzo veramente orientato al passaggio radiofonico, un singolo semplice ma efficace che avrebbe permesso loro di promuovere adeguatamente l’album; sulla base di quest’esigenza, DeLonge si mise prontamente al lavoro e tirò fuori una canzone che, sia nel giro di accordi che nel testo, è estremamente elementare, ridotta proprio all’essenziale, ma che suonata coi suoi compagni finiva per assumere una trascinante sonorità pop punk.

Il brano raggiunse così posizioni più che ragguardevoli in vari paesi: negli Stati Uniti arrivò in vetta alla classifica Alternative, in Gran Bretagna si piazzò al secondo posto di quella generale, in Italia raggiunse la sesta posizione. Parte del merito, però, è da ascrivere pure in questo caso al video musicale che fu lanciato su MTV e sugli altri canali tematici; un video che, slegandosi dal testo della canzone (che effettivamente dava ben pochi spunti), si trasforma in una colossale parodia di tutto quanto andava di moda in quegli anni.

I tre ragazzi californiani si mettono infatti a prendere in giro in maniera anche grossolana e sguaiata boy band come i Backstreet Boys e gli ‘N Sync o giovani popstar come Christina Aguilera e Britney Spears, in un generale clima di divertimento e provocazione che è sottolineato ancora di più dal ritornello in cui si ripete svariate volte la sillaba “na”, in omaggio ai Ramones, gruppo fondamentale per la formazione di DeLonge.

 

I Miss You

da blink-182, 2003

Al successo clamoroso di Enema of the State era seguito Take Off Your Pants and Jacket, un disco che aveva confermato il trio come una delle band di maggior successo della nuova scena punk, vendendo addirittura meglio del precedente nonostante mancassero singoli di grandissimo richiamo. Quando si trattò di registrare l’album successivo, il quinto della loro carriera, molte cose erano però cambiate nella vita dei componenti dei Blink-182.

Un nuovo stile

Tutti e tre gli ex ragazzi erano infatti ormai diventati padri, e si avvicinavano a superare (o avevano già superato, come nel caso di Hoppus) la fatidica soglia dei trent’anni; inoltre, dopo Take Off si erano dedicati ad alcuni progetti paralleli, che facevano sentire loro l’esigenza di cambiare almeno in parte il loro stile.

Per questo si misero al lavoro su un album che fosse sicuramente in continuità coi precedenti, ma che presentasse anche contemporaneamente dei tratti più maturi, sia a livello di arrangiamenti che di tematiche affrontate. Ne uscì blink-182, un disco volutamente senza titolo che lasciò interdetti alcuni fan, ma che piacque molto ai critici, che lo ritennero il miglior lavoro della loro produzione, coraggioso nelle sperimentazioni ma anche semplice ed immediato nei testi.

Il brano più significativo di questo nuovo corso è probabilmente I Miss You, una canzone volutamente dark ispirata agli amati Cure e alla loro The Love Cats, ma registrata in acustico, usando semplicemente pianoforte, spazzole per batteria, chitarra acustica e basso acustico; la classica canzone d’amore diventava quindi un’opera romanticamente dark, in cui si rincorrevano riferimenti al Nightmare Before Christmas di Tim Burton, agli stessi Cure o, come nel videoclip, alle case stregate dai fantasmi degli anni ’30.

 

Segnala altre belle canzoni dei Blink-182 nei commenti.

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