Cinque tra le migliori canzoni dei Led Zeppelin

I Led Zeppelin e le loro canzoni più belle

Nelle ultime settimane abbiamo cominciato a presentarvi i pezzi più importanti e famosi di alcuni gruppi che hanno fatto la storia del rock: dai Doors agli U2, passando per gli Arctic Monkeys, giusto per cominciare toccando periodi storici diversi.

Oggi vogliamo continuare in quella stessa direzione con cinque tra le migliori canzoni dei Led Zeppelin, una band di cui abbiamo comunque già detto qualcosa nei mesi scorsi sia parlando dell’assolo di chitarra elettrica di Stairway to Heaven, sia della sensualità di Whole Lotta Love; ora però vogliamo riprendere in mano tutto il discorso e ricapitolare più in generale la loro breve ma straordinaria carriera, una carriera che nel giro di soli dodici anni – tra il 1968 e il 1980 – li ha portati a diventare una delle band più influenti della storia del rock e sicuramente quella capofila dell’hard rock mondiale.

 

Dazed and Confused

da Led Zeppelin, 1969

È raro che un disco ed un gruppo compaiano dal nulla e, in quattro e quattr’otto, rivoluzionino l’industria musicale. È raro ma può accadere, come dimostra Led Zeppelin, l’album d’esordio dell’omonima band che giunse nei negozi di dischi nel 1969. I quattro componenti della formazione – Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham, rispettivamente chitarrista, voce, bassista e batterista – avevano iniziato a collaborare l’anno precedente, venendo da esperienze diverse e spesso secondarie, con lo scopo di concludere una tournée che gli Yardbirds (nei quali era appena entrato Page) si erano impegnati a sostenere ma che non avevano più alcuna intenzione di fare.

La band si trovò così bene insieme che decise di incidere qualcosa di nuovo, lavorando però su un suono più duro, hard, e soprattutto incidendo l’album con una diversa idea di registrazione, una sorta di live in studio in cui emergesse soprattutto l’atmosfera creata dai singoli componenti più che non i suoni uno ad uno.

Il brano-cardine dell’album era Dazed and Confused, scritto e inciso dal folk singer Jake Holmes appena due anni prima ma dagli Zeppelin completamente stravolto: basti pensare che la versione di Holmes durava notevolmente di meno, aveva un testo in larga misura diverso e non presentava l’uso delle percussioni.

Come divenne sua abitudine, Page trasse solo ispirazione dal brano musicale, modificandolo notevolmente e di conseguenza non accreditandolo a Holmes, che tra l’altro non ha mai ricevuto royalties dagli Zeppelin; d’altro canto, la canzone presentava delle innovazioni non da poco, come il fatto che Page suonasse la sua chitarra con un archetto da violino, cosa ripetuta anche in brani successivi come How Many More Times e In the Light, in un assolo di chitarra che dal vivo era capace di dilatarsi fino anche a mezz’ora.

 

Whole Lotta Love

da Led Zeppelin II, 1969

A soli pochi mesi di distanza dal primo album, i Led Zeppelin tornarono in sala di registrazione, spinti dalla casa discografica che voleva immediatamente un nuovo disco da immettere sul mercato.

Nacque così Led Zeppelin II, ancora più del precedente legato alla rielaborazione di pezzi di altri artisti, tanto che la band fu costretta ad affrontare varie cause con l’accusa di plagio; ma, al di là di questo, il disco confermò la grande capacità strumentale dei quattro inglesi e lanciò alcuni dei loro più grandi successi come Heartbreaker, il cui assolo di chitarra sarebbe stato decisivo per la formazione di decine di chitarristi (tra cui anche Eddie Van Halen), Ramble On e Moby Dick.

Il brano che apriva l’album e che ne divenne immediatamente il simbolo era però un altro, Whole Lotta Love, una vibrante richiesta sessuale in cui un memorabile riff di chitarra – tra l’altro secondo alcuni elaborato da Page durante un’improvvisazione sul palco nell’esecuzione proprio di Dazed and Confused – introduceva gli orgasmi simulati di Robert Plant.

Il brano, come scrivevamo altrove, è una rielaborazione di You Need Love di Muddy Waters e fruttò alla band il primo successo nella classifica dei singoli, arrivando a vendere un milione di copie in poco più di cinque mesi, nonostante fosse uscito solo in alcuni paesi (Stati Uniti, Giappone, Germania, Olanda, Belgio e Francia, ma non in Gran Bretagna, dove la band aveva imposto un approccio commerciale privo di singoli); d’altro canto, anche l’album riuscì per la prima volta a raggiungere la posizione numero 1 negli Stati Uniti, scalzando tra l’altro una pietra miliare come Abbey Road dei Beatles.

 

Black Dog

da Led Zeppelin IV, 1971

Nel 1970, dopo essere stati in tour ininterrottamente per più di un anno, gli Zeppelin decisero di prendersi una pausa, pausa da cui uscirono le canzoni di Led Zeppelin III, altro album epocale in cui però – a parte Immigrant Song e Since I’ve Been Loving You – non emergono brani destinati a sfondare come singoli.

Diverso è invece il discorso per quanto riguarda Led Zeppelin IV, pubblicato nel 1971, che fu probabilmente l’album di maggior successo sia commerciale che di critica del gruppo e forse di tutti gli anni ’70: al suo interno, infatti, si affastellavano una serie di canzoni con le quali avremmo potuto riempire, se avessimo voluto, tutta questa cinquina, da Rock and Roll alla vichinga The Battle of Evermore, dalla Misty Mountain Hop che apriva il lato B fino alla memorabile When the Levee Breaks che lo chiudeva. Ma i due pezzi che alla fin fine abbiamo scelto per la nostra cinquina sono altri: Black Dog e l’immancabile Stairway to Heaven.

Partiamo dal primo: nata attorno a un riff costruito da John Paul Jones, la canzone aveva inizialmente una ritmica molto complicata che comportò qualche difficoltà anche in fase di registrazione, tanto è vero che prima dei riff nell’incisione originale si sentono le bacchette del batterista John Bonham che danno costantemente il tempo agli altri componenti del gruppo; in ogni caso l’iniziale tempo di 3/16 fu modificato in modo da rendere più agevole l’esibizione dal vivo, visto anche che Black Dog divenne rapidamente uno dei pezzi preferiti dai fan durante i concerti.

Dal punto di vista del testo, infine, la canzone gioca, come spesso accadeva agli Zeppelin, sull’eccitazione per una donna, e il titolo di “cane nero” si deve semplicemente a un labrador scuro che vagava attorno agli studi di registrazione nei giorni dell’incisione, ma che non compare minimamente nel brano.

 

Stairway to Heaven

da Led Zeppelin IV, 1971

L’unico pezzo veramente immancabile di questa cinquina, il primo che abbiamo inserito nella lista quando ancora dovevamo riprendere in mano le varie tracklist per paura di dimenticarci qualcosa, è stato, senza nessun tentennamento, Stairaway to Heaven, sicuramente il più celebre della band.

Sul brano si è già scritto tutto e il contrario di tutto, quindi è difficile darvi informazioni che già non conoscete: di sicuro saprete che il suo assolo di chitarra è ormai proibito in molti negozi di strumenti musicali, dato che i negozianti non ne possono più di ragazzini che strimpellano sempre quell’identica sequenza di note, ma forse non saprete che la partitura della canzone è probabilmente la più venduta della storia del rock, con più di un milione di copie distribuite; probabilmente saprete che Jimmy Page va molto orgoglioso del brano e che ha continuato ad eseguirlo per anni in versione strumentale anche dopo lo scioglimento della band, ma forse non saprete che Robert Plant invece non lo sopporta; sicuramente avrete sentito la storia dei messaggi satanici registrati al contrario, ma probabilmente non saprete che tale ipotesi è stata risolutamente negata sia dal tecnico che eseguì la registrazione, sia da Plant, che invece ha spiegato di aver scritto il brano animato dalle migliori intenzioni riguardo a una possibile redenzione mistica dell’umanità.

D’altronde le polemiche, i premi e i riconoscimenti, com’è inevitabile davanti a pezzi di così grande impatto, sono stati nel corso degli anni numerosissimi: mentre la canzone veniva giudicata da Rolling Stone la trentunesima più importante della storia del rock e la rivista Guitar World sceglieva il suo assolo come il migliore di sempre, la band americana Spirit ha proprio nei mesi scorsi intentato una causa per plagio contro gli Zeppelin, visto che l’inizio di Stairway sembra ricordare quello della loro Taurus, che i quattro inglesi conoscevano di certo visto che furono la loro band d’apertura durante il primo tour negli States.

 

Kashmir

da Physical Graffiti, 1975

Concludiamo, dopo tutti questi pezzi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta che hanno di fatto posto le basi dell’hard rock, con un pezzo uscito qualche anno dopo, nel 1975: stiamo parlando di Kashmir, il brano che chiudeva il primo disco di Physical Graffiti, l’album doppio che segnò anche l’esordio della loro nuova personale etichetta discografica.

Se Stairway to Heaven è unanimemente considerata la canzone-simbolo della band, nonostante il cantante Robert Plant abbia finito per trovarla irritante, Kashmir è l’altra faccia della medaglia del repertorio dei Led Zeppelin, cioè la canzone che proprio Plant voleva diventasse la principale della loro discografia. Ed in fondo il cantante non aveva tutti i torti: il brano, meno ambiguo dal punto di vista testuale rispetto a Stairway, presentava comunque una grande complessità strumentale ed era lungo praticamente quanto il pezzo di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente, sfidando così apertamente l’idea del singolo radiofonico ma senza dare alle radio la possibilità di tirarsi indietro di fronte alla potenza e al successo degli Zeppelin.

La canzone fu scritta da Page con l’aiuto di Bonham per quanto riguarda la parte musicale, lavorando su una progressione di accordi che il chitarrista aveva già provato in altri brani come Black Mountain Side o White Summer (che non a caso vennero poi utilizzati, nei concerti, per introdurre Kashmir), mentre il testo fu elaborato da Plant durante un periodo in cui stava viaggiando in auto lungo il deserto del Marocco e si sentiva quindi particolarmente ispirato a parlare di lande desolate (anche se il Kashmir si trova da tutt’altra parte del mondo, in Asia).

Il successo del brano fu strepitoso non solo per l’apprezzamento del pubblico, ma anche degli altri musicisti: sia i Queen (con Innuendo) che Phil Collins (per la parte di batteria di Squonk, brano dei Genesis) hanno infatti rivelato in più occasioni di essersi ispirati a Kashmir per le loro composizioni.

 

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