Cinque tra le migliori interpretazioni di Robert De Niro

Robert De Niro alias Travis Bickle in Taxi Driver

Se vi chiedessimo di stilare un elenco con i migliori attori della storia del cinema, probabilmente molti di voi includerebbero tra i primi cinque della lista il nome di Robert De Niro, lo straordinario interprete italoamericano che, soprattutto a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, ha saputo lasciare un’impronta decisiva sul cinema hollywoodiano e non solo.

Nato a Manhattan nel 1943 e cresciuto a Little Italy, nel corso della sua quasi cinquantennale carriera ha accumulato sette candidature all’Oscar, ma soprattutto ha saputo dar vita a personaggi che sono entrati di diritto nell’immaginario collettivo.

Basti pensare che certe sue battute, sequenze o anche solo primi piani vengono ancora oggi ampiamente citati e riutilizzati dal punto di vista visivo e non solo (su tutte, basti citare la sua performance in Taxi Driver).

Ripercorriamo quindi le tappe principali della sua carriera tramite una guida speriamo il più possibile completa alle migliori interpretazioni di Robert De Niro.

 

Il padrino – parte II

Un giovane don Vito Corleone che parlava in siciliano

La carriera di Robert De Niro era iniziata attorno alla metà degli anni ’60, trovando i primi ruoli importanti in tre film per la verità non propriamente riusciti di un giovane Brian De Palma (Ciao America! del ’68, Oggi sposi del ’69 e Hi, Mom! del ’70).

Dopo una buona performance in Batte il tamburo lentamente, il salto di qualità arrivò nel 1973 con Mean Streets, prima collaborazione con quello che sarebbe diventato per molti anni il suo principale regista, Martin Scorsese.

Proprio quel film e un provino sostenuto un paio d’anni prima, infatti, convinsero Francis Ford Coppola a scritturarlo per Il padrino – parte II, nel quale avrebbe dovuto interpretare il ruolo di don Vito Corleone da giovane, negli anni ’10, dipingendone gli esordi nella malavita e la scalata verso il potere.

De Niro si calò perfettamente nella parte, trasferendosi prima delle riprese per sei mesi in Sicilia, proprio nella zona di Corleone, per impararne il dialetto e la parlata che poi avrebbe utilizzato nel film, visto che nella versione originale della pellicola l’attore parla direttamente in siciliano, senza doppiaggio.

Una tale immersione nel personaggio, secondo una tecnica che tra l’altro contraddistinse tutta la sua carriera, portò i suoi frutti.

Il film ottenne sei premi Oscar e uno di questi fu proprio assegnato a De Niro come miglior attore non protagonista, facendo sì che il personaggio di Vito Corleone diventasse l’unico della storia del cinema ad aver fruttato due Oscar a due attori diversi (due anni prima il premio come miglior attore protagonista era infatti andato a Marlon Brando per il primo capitolo della serie).

Inoltre De Niro ottenne anche le nomination ai BAFTA e al New York Film Critics Circle Award.

 

Taxi Driver

Il tassista psicotico Travis Bickle e il suo monologo allo specchio

L’Oscar nel secondo capitolo de Il padrino lanciò immediatamente alle stelle le quotazioni di De Niro, che d’improvviso si trovò richiesto su più fronti: tra il 1975 e il 1976 lavorò così a tre pellicole, tutte di grandi registi, cioè Taxi Driver di Martin Scorsese, Novecento di Bernardo Bertolucci e Gli ultimi fuochi di Elia Kazan.

Ma se tutti e tre si rivelarono degli ottimi film, fu soprattutto la produzione di Scorsese a permettergli di fornire una prova d’attore indimenticabile che, anche se non premiata agli Oscar (De Niro, in un’annata in cui erano candidati anche William Holden per Quinto potere, Sylvester Stallone per Rocky e Giancarlo Giannini per Pasqualino Settebellezze, fu inspiegabilmente superato da Peter Finch), è sempre citata dalla stampa specializzata come una delle migliori della storia del cinema.


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Il film racconta la vita di Travis Bickle, reduce del Vietnam che non riesce a reinserirsi nella società, soffrendo d’insonnia – e per questo lavorando come tassista notturno – e quasi impossibilitato dalle sue manie e perversioni ad instaurare relazioni di una certa rilevanza con l’altro sesso.

De Niro, per calarsi nella parte, passò anche in questo caso sei mesi lavorando come tassista nelle strade di New York e studiò a lungo le malattie psichiche.

Ma è soprattutto nella scena del monologo allo specchio, in cui provava a sfoderare le armi che aveva nascosto su di sé e ripeteva «Ma dici a me? Ma dici a me?», che vengono fuori tutte le sue qualità recitative, anche perché la scena fu completamente improvvisata visto che il copione lasciava ampia discrezionalità all’attore.

Come detto, agli Oscar arrivarono solo nomination (oltre che per De Niro, anche per i produttori, per l’autore della colonna sonora e per Jodie Foster, mentre ci si scordò completamente di Scorsese), e lo stesso avvenne ai Golden Globe e ai BAFTA.

Ci si consolò, però, con la Palma d’Oro a Cannes e, per quanto riguarda De Niro, con i premi dell’associazione dei critici di Los Angeles e di New York.

 

Toro scatenato

Il pugile Jake LaMotta, da giovane e da vecchio

Se l’assalto agli Oscar era fallito con Taxi Driver, meglio andò qualche anno dopo, nel 1980, con Toro scatenato, che fece vincere a De Niro la sua prima e finora unica statuetta come miglior attore protagonista.

Nell’intervallo tra i due film erano successe varie cose, sia all’attore che al regista: De Niro aveva recitato nel bel film di Michael Cimino Il cacciatore, che gli aveva fruttato un’altra nomination ma che l’aveva visto superato da Jon Voight, per un film, Tornando a casa, sempre legato al Vietnam.

Di nuovo con Scorsese, poi, aveva recitato nel musical New York, New York, che però si era rivelato un clamoroso flop sia al botteghino che di critica, rischiando seriamente di interrompere la carriera del regista italoamericano.

Quando De Niro stesso gli si presentò con in mano l’autobiografia del pugile degli anni ’40 Jake LaMotta, Scorsese era infatti convinto che, se anche avesse accettato di trarne un film, quella sarebbe stata la sua ultima pellicola, a causa del suo insuccesso e di vari problemi di salute (si stava infatti in quel periodo disintossicando dalla cocaina).

Ad ogni modo l’insistenza di De Niro, che si era immaginato fin da subito nei panni del pugile paranoico, portò alla realizzazione della pellicola, le cui riprese furono divise in due fasi.

Prima si registrò la parte più corposa del film, ambientata negli anni ’40 e ’50, in cui De Niro metteva in mostra un fisico atletico e muscoloso, da vero pugile; poi ci si interruppe per qualche mese, dando il tempo all’attore di ingrassare per interpretare il LaMotta invecchiato, aumentando il proprio peso di addirittura 30 chili in pochi mesi.

Per questa performance, come detto, l’interprete conquistò la sua seconda statuetta e la prima come protagonista, vedendo riconosciuti i suoi sforzi per immedesimarsi nel personaggio, oltre al Golden Globe e a svariati altri premi minori; per Scorsese, invece, secondo una tradizione che sarebbe durata ancora molti anni, solo nomination.

 

C’era una volta in America

Il gangster Noodles e il fallimento del suo sogno

Non pensiate che l’abbiamo fatto apposta, però a guardare i film che abbiamo scelto per la nostra cinquina ci siamo resi conto che sono accomunati da un’altra cosa oltre alla presenza di Robert De Niro nel ruolo di protagonista: il fatto che, da Francis Ford Coppola a Martin Scorsese, siano tutti diretti da registi italoamericani.

Tutti tranne uno: C’era una volta in America è infatti forse il più americano dei film di Robert De Niro, ma è paradossalmente diretto dal più italiano dei suoi registi, Sergio Leone, che con questo capolavoro chiuse la sua carriera cinematografica nel 1984, ad appena 55 anni.

La trama è quella di un tipico gangster movie, genere che il cinema italoamericano ha sempre frequentato con assiduità (come dimostra questa stessa cinquina).

Ambientato principalmente nel 1932 ma con flashback nel 1922 e flashforward nel 1968, racconta la storia d’amicizia tra due giovani gangster newyorkesi (Robert De Niro e James Woods), intervallata da uccisioni, tradimenti, problemi di donne e ambizioni personali.

Lungo addirittura 3 ore e 40 minuti nella versione approvata da Leone (ma solo 2 ore e 19 in quella lanciata dal produttore negli Stati Uniti, con conseguente flop al botteghino), fu un film fortemente ambizioso sia nell’intento di raccontare l’epopea malata e fallimentare del sogno americano, sia nel tracciare una storia d’amicizia tradita, di sogno e di redenzione.

De Niro interpretava il protagonista Noodles sia nella versione matura degli anni ’30 che in quella invecchiata degli anni ’60 (mentre per la sua versione da ragazzo fu ingaggiato l’ignoto Scott Schutzman Tiler), dandogli umanità ed epicità.

Tra l’altro, il film era tratto da un romanzo scritto negli anni ’50 da Harry Grey, che si ritiene sia fortemente autobiografico visto che Grey, il cui vero nome era Herschel Goldberg, nella New York degli anni ’30 era stato in realtà un piccolo gangster soprannominato proprio Noodles.

 

Quei bravi ragazzi

Jimmy Conway, per una volta un irlandese

Concludiamo il nostro percorso con Quei bravi ragazzi, film del 1990 che è una delle ultime grandi prove d’attore di Robert De Niro, visto che sul finire di quello stesso decennio passerà armi e bagagli sul versante della commedia di consumo.

Diretto ancora una volta da Martin Scorsese – per il quale avrebbe poi recitato altre due volte, in Cape Fear e Casinò –, De Niro interpreta qui il ruolo del gangster irlandese Jimmy Conway che, assieme all’amico italoamericano Tommy DeVito (interpretato da Joe Pesci), prende sotto la sua ala protettiva il giovane Henry Hill (Ray Liotta), con l’intenzione di farne un provetto mafioso.

Girato quasi come un documentario sullo stile di vita della mafia newyorkese, giocando molto anche sui rapporti di forza all’interno delle varie cosche, sulle iniziative autonome degli “associati” e sui vari regolamenti di conti, il film è considerato oggi uno dei capolavori del suo genere.

Questa considerazione deriva non solo dall’ottima interpretazione di De Niro, qui più maturo (e invecchiato anche dal trucco) rispetto ad altre pellicole di tematica simile, ma anche di Joe Pesci, premio Oscar come migliore attore non protagonista.

Con il coetaneo e amico attore italoamericano, Pesci aveva già lavorato in Toro scatenato e C’era una volta in America, esperienza che avrebbe poi ripetuto in Casinò e, con un cameo, in entrambe le prove da regista di De Niro, Bronx e The Good Shepherd.

Per quest’interpretazione, offuscato per una volta proprio da Pesci, il protagonista della nostra cinquina non ottenne candidature né agli Oscar né ai Golden Globe.

La sua interpretazione rimane comunque memorabile soprattutto nel finale, quando l’attività criminosa della banda viene gettata in buona parte alle ortiche a causa del carattere eccessivamente violento di DeVito e dell’ambizione scriteriata di Hill.

 

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