Come forse saprete, qualche mese fa si sono svolte le celebrazioni per il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi. Celebrazioni più che meritate, considerando che Verdi è ritenuto a livello mondiale il miglior compositore italiano di tutti i tempi, primeggiando su una nutrita schiera di grandi artisti che va da Puccini a Rossini, da Donizetti a Mascagni, restando solo nell’ambito dell’Ottocento.

Ma il fatto è che Verdi non fu solo un grande compositore: fu un patriota tra i più lungimiranti e onesti, fu un filantropo, fu un uomo semplice e contemporaneamente uno dei più grandi intellettuali del suo tempo; fu, insomma, una personalità eclettica e intrigante, come ne nascono pochissime nell’ambito di un secolo. Per non far sì che il suo ricordo sia limitato solo ad un anniversario ma perduri nel tempo, rivediamo, nel nostro piccolo, cinque grandi opere composte da Giuseppe Verdi nel corso della sua lunga carriera, raccontandone la genesi e il significato all’interno del corpus verdiano.

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Nabucco

Il dramma del dominio straniero e del Va’, pensiero

La carriera di Giuseppe Verdi fu degna di un crescendo drammatico, e proprio per questo non fu esente da momenti critici e grandi dolori. Nato da una famiglia contadina, riuscì a formarsi alla musica un po’ da autodidatta, un po’ da – come diremmo oggi – “privatista”, non avendo sostanzialmente mai accesso a un percorso di studi tradizionale; ciononostante il talento non gli mancava, e già nel 1839, a ventisei anni d’età, riuscì a far mettere in scena alla Scala di Milano la sua prima opera, l’Oberto, che fu accolta positivamente.

Non altrettanto bene andò il suo secondo lavoro, Un giorno di regno, una commedia in cui Verdi non riuscì a centrare il segno per colpa anche delle tragedie familiari che lo colpirono in quegli anni, con la morte della giovane moglie Margherita e dei due figli Virginia Maria e Icilio Romano, entrambi di un anno, tutti deceduti nello spazio di un paio d’anni.


Per il compositore parmense fu assai difficile riprendersi da quel terribile biennio, e anzi a lungo meditò di abbandonare la carriera musicale; a dargli una scossa fu però un libretto che l’impresario Bartolomeo Merelli gli aveva lasciato, un libretto scritto da Temistocle Solera, il figlio di un carbonaro (ma aderente alla corrente neoguelfa, quella cioè che voleva un’unità d’Italia guidata dal papa) con cui aveva già collaborato per l’Oberto. Narra la leggenda, infatti, che quel libretto gli cadde a terra mentre spostava alcune carte e che l’occhio gli finì proprio sul Va’, pensiero (o Va, pensiero, come veniva scritto all’epoca, senza apostrofo), che gli diede subito l’ispirazione per tornare a comporre.

Nacque così il Nabucco, il suo primo grande successo, un’opera in cui la “cattività” babilonese degli ebrei diventava lo spunto per parlare degli italiani sotto il dominio degli austriaci ma anche per proporre un coro drammatico e pieno di pathos come appunto il Va’, pensiero e alcune virtuose parti affidate in particolare al personaggio di Abigaille, la figlia di Nabucco, un soprano nel cui ruolo si sarebbero poi esibite, nel corso degli anni, alcune delle più importanti cantanti liriche del mondo, tra le quali non si può non ricordare Maria Callas.

 

Rigoletto

L’avvio della trilogia popolare, all’insegna de La donna è mobile

Il Nabucco fu rappresentato per la prima volta nel 1842 e il suo inaspettato e prorompente successo diede il via ad un decennio di intenso lavoro per Verdi, un decennio che lui stesso definì «gli anni di galera»: scrisse infatti dieci opere, al ritmo di una all’anno, consolidando il suo nome in Italia e in Europa ma non riuscendo a far evolvere il proprio stile che, data la fretta con cui gli impresari gli chiedevano nuovi lavori, continuava a rimanere “giovanile”, imbrigliato dalle influenze di altri autori e scarsamente originale.Questo periodo si interruppe all’inizio degli anni Cinquanta, quando, pur mantenendo un ritmo di lavoro impressionante, Giuseppe Verdi riuscì a dare una svolta al proprio stile, abbracciando un’andatura più popolare e contemporaneamente intimista e sfornando uno dopo l’altro tre tra i suoi più grandi capolavori, di cui parleremo in questa stessa cinquina: il Rigoletto, Il trovatore e La traviata.

Rigoletto è un dramma dell’onore tratto da una pièce di Victor Hugo, Il re si diverte, che ricorda da vicino la trama di Notre-Dame de Paris ed era stata rappresentata in Francia solo una volta prima di essere messa alla berlina dalla censura, che non amava si mettessero in mostra i difetti dell’antico sovrano Francesco I e della sua corte; la stessa trama fu ripresa – e adattata, spostando l’ambientazione a Mantova – dal librettista Francesco Maria Piave, col quale Verdi aveva già collaborato negli anni precedenti a varie opere tra cui l’apprezzato Macbeth, ma la capacità del compositore fu quella di valorizzare soprattutto i diversi registri della storia.

Rigoletto
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Rigoletto è infatti il buffone di corte del duca di Mantova, un uomo ingobbito e brutto ma con una splendida figlia; questa ragazza viene rapita e sedotta proprio dal duca, che ama circondarsi di bellezze femminili e poi abbandonarle al loro destino, provocando le ire di Rigoletto, che incarica un sicario di uccidere il suo padrone. Per una serie di circostanze, però, il sicario finisce per assassinare proprio la figlia del buffone, rendendolo vittima della maledizione che gli era stata scagliata, in origine, da un nobile da lui stesso deriso.

Il successo fu clamoroso, soprattutto per l’abilità di Verdi di esprimere con la sua musica il lato grottesco del dramma, come sottolineato anche nel brano più noto dell’opera, quel La donna è mobile che viene prima cantato con tono allegro dal duca per sottolineare il proprio disprezzo per il genere femminile, e poi beffardamente ripetuto, a dramma avvenuto, con lo scopo di far capire a Rigoletto che il cadavere che tiene nel sacco non è quello del regnante, ma proprio della sua amata figlia.

 

Il trovatore

Il celebre caso del do di petto di Manrico

Un anno dopo il successo del Rigoletto, Verdi era già pronto per mandare in giro per l’Europa una sua nuova opera, che forse godette alla prima di ancor maggior successo di tutti i suoi lavori precedenti: Il trovatore, eseguita per la prima volta a Roma nel gennaio del 1853. L’opera sfruttava ancora una volta una trama romanzesca e passionale per permettere a Verdi – che l’aveva scelta sua sponte, affidando la realizzazione del libretto a Salvadore Cammarano – di usare tutto il suo repertorio compositivo.

La trama racconta infatti la storia di Manrico, un trovatore che si scopre fratello del Conte di Luna, dal quale era stato separato in tenera età da una zingara (e ritenuto erroneamente da lei ucciso) per vendetta contro il rogo a cui era stata sottoposta la madre della zingara stessa dal padre del bambino; di Manrico si innamora Leonora, della quale è però innamorato lo stesso Conte, che ingaggia quindi con Manrico, senza sapere della parentela, un terribile scontro. Fatti arrestare sia Manrico che la zingara che gli ha fatto da madre e condannati entrambi a morte, i due vengono apparentemente salvati da Leonora, che accetta di concedersi al conte in cambio della libertà dei prigionieri, salvo poi avvelenarsi. Scoperto il piano, il conte manda quindi tutti a morte, apprendendo però troppo tardi che lo stesso Manrico era suo fratello.


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Il brano più celebre di tutta l’opera è probabilmente il Di quella pira, una cabaletta che viene cantata da Manrico nel terzo atto, quando apprende dell’arresto della madre e del rogo che si sta preparando per lei, mentre corre a cercare di salvarla; il brano, però, è famoso non solo per il suo indubbio appeal sul pubblico, ma anche per alcune modifiche intervenute, per così dire, in corso d’opera: è usanza ormai da più di un secolo, infatti, che il tenore che interpreta Manrico si esibisca in due do di petto che in realtà non sono in partitura, il primo sulla “e” di «o teco» e il secondo nel finale, al terzo «all’armi!».

Il do di petto, com’è risaputo, è un “do” acuto a voce piena e non in falsetto (o, più propriamente, falsettone) ed è probabilmente il pezzo più pregiato del repertorio tenorile, atteso dalla platea a volte anche quando non ci dovrebbe essere; creata proprio in epoca romantica, questa modalità diventò presto celebre e fu introdotta, probabilmente sull’esempio del Guglielmo Tell di Rossini, anche in questa cabaletta, forse dal tenore fiorentino Carlo Baucardé o forse dal romano Enrico Tamberlick. Comunque sia, da quell’epoca in poi è diventato quasi impossibile eseguire questo brano esattamente come Verdi l’aveva scritto, stante le richieste del pubblico; uniche eccezioni di un certo peso, alcune esecuzioni dirette negli ultimi decenni da Riccardo Muti.

 

La traviata

Il dramma tardoromantico alla sua massima potenza

Il più grande successo arrivò però con un fiasco: La traviata, l’opera che conclude la trilogia popolare e che fu messa in scena per la prima volta al teatro La Fenice di Venezia nel 1853, fu infatti inizialmente un flop, dovuto probabilmente alla poca preparazione degli interpreti; da quando fu però riproposta – l’anno dopo, con cantanti diversi e la direzione dello stesso Giuseppe Verdi – l’opera andò incontro a un inarrestabile successo, tanto che è stato calcolato che negli ultimi cinque anni sia stata l’opera lirica più rappresentata al mondo.

La trama fu tratta da La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio e metteva in scena ancora una volta un dramma passionale e tardoromantico, anche se molto più attuale e controverso (tanto è vero che la censura non mancò a più riprese di intervenire, chiedendo in alcune città di modificare dei brani): Francesco Maria Piave infatti adattò il testo di Dumas creando un dramma incentrato sull’amore infelice tra la cortigiana Violetta, soprano, ed il suo giovane ammiratore Alfredo, tenore, un amore destinato a non durare sia a causa della tisi di lei, sia dei problemi che una relazione del genere (senza matrimonio, e con lei famosa per aver avuto molti amanti) procurava in società. Infatti prima il padre di lui e poi una serie di malintesi separano i due amanti, fino a quando Alfredo non scopre che la donna gli è stata in realtà sempre fedele e non accorre al suo capezzale, solo in tempo per vederla spirare.


All’interno dell’opera vari sono i pezzi celebri: già nel primo atto Violetta e Alfredo cantano in coro, assieme a Flora, Gastone ed altri, il Libiamo ne’ lieti calici, un brindisi a tempo di valzer in cui la gioia per la vita e per l’amore prorompe in tutta la sua forza, creando anche un forte contrasto con la fine della felicità e della spensieratezza che arriveranno poi; nel secondo atto, quindi, arriva l’altrettanto famoso Amami, Alfredo, con cui Violetta chiede all’amante di starle accanto e non abbandonarla, con un tono ormai in cui il melodramma ha preso il sopravvento.

E proprio nella capacità di mescolare le più diverse corde dell’animo sta anche la chiave del successo imperituro di un’opera che, oltre ad essere ancora oggi rappresentata in ogni parte del globo, è stata anche il soggetto di numerose riduzioni cinematografiche e adattamenti che, come nel caso del liberissimo Moulin Rouge!, hanno cercato di preservarne il carattere contemporaneamente popolare ed elevato.

 

Aida

L’opera egiziana che doveva chiuderne la carriera

Dramma della maturità, e forse l’ultima opera classica verdiana prima delle aperture alle nuove tendenze che provenivano dal nord Europa, fu invece l’Aida, realizzata nel 1871 per inaugurare il nuovo teatro del Cairo (dopo che tre anni prima Verdi aveva rifiutato di scrivere un inno per l’apertura del canale di Suez, perché non scriveva su commissione).

La trama, imbastita da Antonio Ghislanzoni – all’esordio con Verdi, dopo aver lavorato con Errico Petrella ed altri –, era tratta da un soggetto di Auguste Mariette, il celebre egittologo francese fondatore del Museo del Cairo: in essa si raccontavano le vicende di Aida, figlia del re d’Etiopia, che veniva catturata dagli egiziani e proprio in Egitto si innamorava, ricambiata, del capitano delle guardie Radamès, che veniva però presto promosso a capo di quell’esercito che doveva andare ad affrontare proprio gli etiopi, che stavano marciando sull’Egitto per liberare la principessa.


Mentre anche il padre di Aida veniva catturato e fatto prigioniero e il suo esercito distrutto, l’amore tra la principessa e Radamès trovava un nuovo ostacolo in Amneris, figlia del faraone e a sua volta invaghita di Radamès, che faceva di tutto per rovinare i progetti dei due; il vero dramma scoppiava però, infine, quando Radamès rivelava, inconsapevolmente, la posizione del proprio esercito ad Aida e quindi al re nemico Amonasro, consegnandosi poi, una volta compresa la portata del suo gesto, ai sacerdoti per essere processato per tradimento: condannato ad essere sepolto vivo, una volta esser giunto dentro alla sua tomba si accorgeva però che di nascosto si era fatta inumare pure Aida, desiderosa di morire assieme a lui.

Celebre, tra i vari brani, è soprattutto la romanza Celeste Aida, resa famosa soprattutto nell’incisione di inizio Novecento con la voce di Enrico Caruso. Dopo il successo di quest’ultimo lavoro – poi portato rapidamente in Europa, dove il compositore emiliano era ormai considerato forse il più grande maestro vivente –, Giuseppe Verdi si ritirò per qualche anno a vita privata, sempre più attratto dalla sua villa di campagna e dalle sue coltivazioni e sempre meno desideroso di mischiarsi a quell’ambiente culturale che stava mutando rapidamente; a ridestarlo da questo silenzio sarebbe stato, una decina d’anni dopo, Arrigo Boito, poeta scapigliato che l’aveva in un primo tempo attaccato, accusandolo di provincialismo, e che avrebbe poi scritto il libretto delle sue ultime opere, Otello e Falstaff.

 

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