Negli anni ’70, il punk è stato un movimento di rottura, anarchico e distruttivo. Negli anni ’80 è sopravvissuto lontano dalle scene più importanti, fondendosi spesso con l’underground. Negli anni ’90 è ritornato in auge, spesso svuotato dalla sua carica politica. Negli anni Duemila, infine, si è di nuovo trasformato, assumendosi sulle spalle il compito di tornare alla politica nell’era della lotta al terrorismo. Certo, generalizziamo; ma, almeno per quanto riguarda le band di maggior successo, questo è stato spesso l’iter.

Vari sono stati i gruppi che hanno incarnato queste varie fasi. Quello che però più di tutti ha contraddistinto le ultime due, quella scanzonata degli anni ’90 e quella impegnata degli anni ’00, sono stati i Green Day. Formatosi a Berkeley, in California, nel 1986, il gruppo ha raggiunto la notorietà mondiale nel 1994, grazie alla pubblicazione di Dookie, un album straordinario nella sua esplosività. Dopo qualche anno il loro successo si è parzialmente appannato, ma proprio quando sembravano in fase calante hanno sfornato un album come American Idiot, che ha fatto incetta di premi.


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Da quel disco, uscito nel 2004, sono ormai passati quasi 12 anni. E mentre la band pare da tempo al lavoro sul proprio dodicesimo lavoro, forse è giunto il momento di fare il punto sulla sua carriera. E, soprattutto, sulle sue canzoni migliori. Ecco dunque la lista delle cinque che – a fatica, e con qualche esclusione a malincuore – abbiamo scelto.

 

Basket Case

Da Dookie (1994)

Non si può che partire da qui, da Basket Case. Non che i Green Day non esistessero già prima. Nel 1990 era uscito 39/Smooth, un album promettente. Nel 1992 era stata la volta di Kerplunk, il primo registrato con la formazione definitiva, che aveva permesso loro di strappare un contratto con una major. Entrambi gli album avevano avuto un certo seguito nella scena punk, ma erano ignoti ai più. Dookie cambiò tutto. Prodotto da Rob Cavallo e pubblicato dalla Reprise Records (di proprietà della Warner), il disco scalò improvvisamente le classifiche americane, arrivando fino alla seconda posizione.

Il motivo di tale e inaspettato successo è da ricercare soprattutto nei passaggi televisivi. Dopo i primi due singoli, infatti, nel novembre del 1994 i Green Day realizzarono il video di Basket Case, che venne mandato in onda a ripetizione da MTV, trovando un grandissimo successo. Piuttosto semplice sia dal punto di vista compositivo che nell’esecuzione, il brano presentava però una grande carica e focalizzava le tendenze del punk revival, che era all’epoca ben rappresentato anche da Offspring e NOFX.

 

Good Riddance (Time of Your Life)

Da Nimrod (1997)

Dopo le vendite di Dookie sarebbe stato relativamente facile perdersi. In fondo, di gruppi che abbracciano il successo per un solo, clamoroso album è piena la storia del rock. E in effetti, il lavoro successivo dei Green Day fece storcere il naso a varie persone: Insomniac, questo il suo titolo, era in realtà un buon disco, ma molto meno immediato del precedente, ed ebbe di conseguenza vendite più contenute. In parte interlocutorio fu anche il disco del 1997, Nimrod, non tanto sul versante delle vendite – che furono più che buone –, quanto in quello dello stile.

Anche a risentirlo oggi, l’album è infatti il più variegato della produzione di Billie Joe Armstrong e compagni. Al suo interno il punk rock classico della band viene influenzato dal folk, dal surf rock, dallo ska, dall’hardcore e dal pop, dando vita a canzoni spesso molto diverse tra loro anche se comunque interessanti. C’era insomma, forse, il tentativo di rinnovarsi e maturare, un tentativo che avrebbe dato pienamente i suoi frutti solo qualche anno dopo.

Questo tentativo emerge chiaramente anche dal brano più famoso di tutto il disco, Good Riddance (Time of Your Life), una ballata acustica piena di malinconia. Uno stile completamente diverso da quello delle altre canzoni della band, in cui i sentimenti negativi venivano urlati a gran voce e mai sussurrati. Un’incursione in un campo inesplorato, quindi, che però ha convinto sia i fan del punk che chi quel tipo di musica non l’aveva mai sopportata. Tanto è vero che Good Riddance è stata usata, da allora in poi, in decine di programmi e serie televisive, soprattutto negli episodi finali, che tentano di tirare le somme su una lunga storia e sulla vita dei personaggi.

 

American Idiot

Da American Idiot (2004)

Dopo Nimrod uscì Warning, che non convinse pienamente gli estimatori di vecchia data della band. Ma nel 2004, a dieci anni di distanza dal successo di Dookie, i Green Day tornarono sulla breccia dell’onda. L’album che riuscì magicamente a convincere sia il pubblico di vecchi fan che una generazione di nuovi ammiratori (oltre che la critica) fu American Idiot, l’album più politico e più complesso del gruppo fino a quel momento.

Già il titolo, in piena epoca Bush, era emblematico, ma non si discostava in realtà dai temi già approfonditi da molte band punk americane negli anni precedenti. Quello che lasciò a bocca aperta fu la complessità del lavoro di Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool. American Idiot era infatti non solo un concept album, ma addirittura un’opera rock, come non se ne vedevano da decenni nel panorama mainstream. Brani della durata di 9 minuti convivevano placidamente con altri perfetti per il passaggio radiofonico, e alternavano racconti di vita del giovane Jimmy (il “Jesus of Suburbia”) e analisi degli Stati Uniti degli anni ’00.

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Ad aprire le danze era proprio il pezzo American Idiot, che dava il titolo all’intero album. Un brano in cui il gruppo ritornava prepotentemente alle sonorità punk rock, e allo stesso tempo attaccava – per la prima volta in modo così netto – la politica e lo stile di vita americano. Storpiando il titolo di un noto reality show musicale (American Idol), Armstrong e soci urlavano contro George W. Bush e le sue guerre, contro i media, contro l’isteria e la paranoia che permeavano il tessuto sociale americano del dopo-11 settembre. E fu un successo travolgente, visto che il singolo, da solo, vendette più di 1 milione e 300mila copie solo negli Stati Uniti.

 

Jesus of Suburbia

Da American Idiot (2004)

Il brano più articolato di tutto il disco, e quello musicalmente più interessante, è però Jesus of Suburbia. Quinto e ultimo singolo estratto dall’album, partiva nella tracklist subito dopo la fine delle forsennate note di American Idiot e si spandeva per 9 minuti e 7 secondi, un tempo impensabile nella scena rock contemporanea. Divisa in cinque parti (Jesus of Suburbia, City of the Damned, I Don’t Care, Dearly Beloved e Tales of Another Broken Home), la canzone fu accompagnata anche da un video della durata complessiva di 12 minuti, almeno nella sua versione completa.

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Mentre il video fu censurato da MTV per la presenza di alcuni momenti piuttosto crudi, la canzone divenne un successo inaspettato. Le cinque parti, ognuna piuttosto breve, sono tutte molto fresche e diverse tra loro, pur presentando dei forti punti di contatto e dando comunque l’impressione di un’opera unica. D’altronde, l’intento iniziale di Armstrong – come più volte dichiarato – era quello di creare una sorta di nuova Bohemian Rhapsody. Al centro delle liriche, il già citato Jimmy, il protagonista di tutto il disco, un teenager disadattato della periferia urbana.

 

Boulevard of Broken Dreams

Da American Idiot (2004)

Quarto brano del disco e secondo singolo estratto fu Boulevard of Broken Dreams, il pezzo di maggior successo di tutto l’album. Arrivò infatti al secondo posto della classifica generale USA, conquistando la vetta in una serie di graduatorie specifiche (Pop 100, Hot Mainstream Rock Tracks, Adult Top 40 e tante altre). D’altronde, solo negli Stati Uniti vendette più di 2 milioni di copie, ma andò benissimo anche in Europa e in particolare in Gran Bretagna, Irlanda, Svezia e Belgio.

Lontana dagli stilemi della canzone punk, Boulevard of Broken Dreams si avvicina a un dolente brano alternative, che qualcuno ha definito il contraltare di Holiday. Mentre quest’ultima canzone è infatti caratterizzata da un clima festoso e festaiolo, Boulevard è in un certo senso il risveglio dopo la sbronza, la depressione dopo l’esaltazione, la tristezza che chiude il party. E mostra il lato dolceamaro sia della musica dei Green Day, che di quel particolare momento storico.

 

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