La storia del rock è piena di miti, di personaggi-simbolo, spesso accoppiati tra loro. Paul McCartney e John Lennon come i due poli dei Beatles, Mick Jagger e Keith Richards come l’esempio del rock maledetto, Lou Reed e John Cale come rappresentanti di due diversi modi di intendere il lato alternativo della vita. A volte, però, sono emersi personaggi così complessi che, da soli, erano in grado di diventare delle icone. Una di queste, la prima, è stata Elvis Presley.

Attraverso le diverse fasi della sua carriera, il rocker del Mississippi è riuscito infatti ad entrare nell’immaginario collettivo. Basti pensare a quanti sosia ed imitatori di Elvis continuino ad aggirarsi per l’America, indossando paillettes, abiti vistosi e facendosi crescere i basettoni. E in questo, le sue canzoni sono solo uno dei tanti aspetti da considerare. Perché Elvis fu un fenomeno di costume, un personaggio TV e cinematografico, un innovatore e un rivoluzionario.


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Molto ci sarebbe quindi da dire. Per oggi, però, concentriamoci solo sulla musica, che ci fornisce già fin troppi spunti. E scegliamo cinque tra i prezzi più rappresentativi del re del rock and roll.

 

Heartbreak Hotel

Il primo grande successo, a 21 anni

Cominciamo dal gennaio 1956. Elvis Presley aveva appena compiuto 21 anni. Aveva iniziato a farsi conoscere a livello locale, ottenendo la possibilità di spostarsi a New York per esibirsi all’interno dei primi show televisivi. La puntata più celebre – e una delle più famose della storia della TV americana – fu quella che avrebbe registrato il 12 gennaio del 1957 per l’Ed Sullivan Show, puntata in cui venne ripreso dalla cintola in su per evitare problemi con la censura. Ma già nel 1955 fece qualche comparsata in altri programmi e cominciò a farsi un nome.

Proprio in quegli anni, arrivarono anche i primi, grandissimi successi. Ad aprire le danze fu Heartbreak Hotel, che vendette subito 5 milioni di copie e arrivò in testa alla classifica americana e al secondo posto in quella britannica. Le critiche furono però tremende. Il New Musical Express, una delle bibbie della scena inglese, ci andò giù pesante: «Se apprezzate il bel canto, suppongo che non vi convenga ascoltare questo disco fino alla fine».

La storia, però, ha dato ampiamente ragione a Elvis. E ha premiato la scelta di Mae Axton e Tommy Durden, autori del brano, che, pur di farlo cantare al giovane del Mississippi, accettarono di accreditarlo come coautore. La mossa era abbastanza comune all’epoca, e la si ritrova in tutti i primi successi di Presley; una mossa che gli permise di incassare buone royalties anche per tutte le cover che poi vennero eseguite.

 

Don’t Be Cruel

Una canzone provata fino allo sfinimento

Don’t Be Cruel arrivò appena sei mesi dopo Heartbreak Hotel. E segnò un ulteriore passo avanti nella carriera di Presley, perché vendette ancora più copie (si arrivò a quota 6 milioni) e perché mostrò per la prima volta che il futuro re del rock non era una meteora passeggera. La prova stava, soprattutto, nella meticolosità con cui affrontava il proprio lavoro. Basta guardare le cronache del tempo per rendersene conto. Come riportano le biografie, il brano fu infatti registrato in una sola giornata, il 2 luglio 1956, a New York, ma furono necessarie ben 28 registrazioni diverse prima che Elvis fosse soddisfatto del risultato.

D’altronde, in quella stessa sessione registrò un altro brano-cardine del proprio repertorio, Hound Dog, e per quella canzone le prove furono addirittura 31. Don’t Be Cruel era stata scritta da Otis Blackwell, che ancora una volta rinunciò al 50% dei proventi sul diritto d’autore affinché Elvis la portasse al successo. E fu un successo clamoroso: non è un caso che compaia in praticamente tutte le classifiche americane relative alla miglior canzone di tutti i tempi e che nel 2002 sia stata introdotta addirittura nella Grammy Hall of Fame.

 

Jailhouse Rock

Quando Elvis divenne anche attore

Il successo di Elvis era ormai planetario. Ed erano bastati pochi, pochissimi anni a proiettarlo in orbita. Mai nessuno fino ad allora aveva raggiunto la visibilità del ragazzo del sud in maniera così veloce e capillare. E soprattutto mai nessuno aveva dato origine a scene di isteria collettiva paragonabili a quelle che si vedevano ai suoi concerti. Le ragazze urlavano e si strappavano i capelli, e poi cercavano di salire sul palco per aggredirlo e levargli di dosso i vestiti. Anche i ragazzi, spesso, cercavano di assalirlo, ma per gelosia, visto che si sentivano messi da parte dalle loro dolci metà.

Così, il cinema non ci mise molto ad interessarsi al rocker. E gli propose, già dal 1956, di comparire in un numero crescente di film. Il primo fu Fratelli rivali, che in originale si chiamava come la sua canzone Love Me Tender. Poi, nel 1957, fu la volta di Amami teneramente, ovvero Loving You. Infine, in quello stesso ’57 arrivò quello che probabilmente è il miglior film con Presley protagonista: Il delinquente del rock and roll, il cui titolo originale era Jailhouse Rock.

La canzone che faceva da brano portante della colonna sonora era uscita appena poche settimane prima, e Elvis non esitava ovviamente a cantarla durante la pellicola. Il video che vedete qui sotto, estratto proprio dal film, è anzi considerato da molti come un precursore dei moderni videoclip, ed ebbe un successo clamoroso sul pubblico. La canzone, tra l’altro, era scritta da Jerry Leiber e Mike Stoller, due autori che avevano già firmato Hound Dog e che avrebbero scritto altri pezzi da novanta della storia del rock americano come Stand by Me e Love Potion No. 9.

 

Can’t Help Falling in Love

La canzone che chiudeva i concerti

Come forse saprete, una volta raggiunto il successo Elvis decise di non suonare più all’esterno degli Stati Uniti. A parte qualche esibizione in Canada agli inizi della carriera, non fece quindi mai spettacoli in altre parti del mondo e non si esibì quindi davanti al pubblico europeo. Anche i suoi fan di allora spesso si devono accontentare delle registrazioni, e forse non sanno che, soprattutto negli anni ’70, c’era una canzone con la quale Elvis chiudeva tutti i suoi concerti: Can’t Help Falling in Love.

Riportata al successo negli anni ’80 dagli UB40 e scelta dalla Coca-Cola per un suo spot, la canzone in realtà risaliva al 1961 ed era stata scritta da George Weiss, Hugo Peretti e Luigi Creatore. Alla base della melodia c’era un brano del Settecento, Plaisir d’amour, composto da Jean-Paul-Égide Martini. Il brano fu poi riadattato dallo stesso Presley anche per essere usato all’interno di un altro film che lo vedeva protagonista, Blue Hawaii.

Tra i molti che ne registrarono una cover, bisogna segnalare Perry Como, Doris Day, Bob Dylan, gli Who, gli U2, i Pearl Jam, i Bon Jovi, Michael Bublé e Bruce Springsteen (anche se quest’ultimo solo in versione live). In Italia fu invece portata da Bobby Solo e poi rifatta da Nek e Andrea Bocelli.

 

In the Ghetto

La svolta del ’68 e l’impegno sociale

Dopo aver ottenuto grandissimi successi negli anni ’50, nel decennio successivo la popolarità di Elvis cominciò rapidamente a calare. I gusti del pubblico, d’altronde, andavano mutando, con l’irrompere sulle scene della musica folk e di un impegno politico molto forte dei nuovi rocker; inoltre, la british invasion aveva spostato l’attenzione su un tipo di musica lontana dal country, più spesso affidata a band molto preparate tecnicamente che non al solo cantante carismatico.

Elvis e i suoi manager decisero quindi presto di cercare di rilanciare l’immagine del cantante, rinnovandola. E per far ciò si decise di smettere di comparire in pellicole cinematografiche sempre più scadenti, e di tornare invece ad esibirsi dal vivo (cosa che Presley non faceva da molti anni). Il punto di svolta fu il cosiddetto 68 Comeback Special, uno special televisivo che andò in onda nel dicembre 1968 sulla NBC.


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Poco dopo, il suo rinnovato interesse per la musica fu sancito dall’uscita di nuovi brani di ottimo successo, come Suspicious Mind e In the Ghetto. Quest’ultima canzone uscì nell’aprile del 1969 e scalò la classifica sia negli Stati Uniti (arrivando al terzo posto), sia in Gran Bretagna (entrando nella top ten). La particolarità più decisiva è che questo brano, scritto dal texano Mac Davis, era una canzone impegnata dal forte sfondo sociale. La storia raccontata era infatti quella di un ragazzo di colore che cresceva nel ghetto e che quindi veniva trascinato inevitabilmente nel suo vortice di violenza.

 

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