Cinque tra le più famose e belle canzoni dei Pink Floyd

I Pink Floyd nel 1973, all'epoca dell'uscita di The Dark Side of the Moon, il loro disco di maggior successo

Non c’è bisogno di elencare i motivi per cui i Pink Floyd sono stati uno dei più grandi gruppi della storia del rock. Dalla loro, i quattro musicisti inglesi hanno avuto sia la critica che il pubblico, oltre che la capacità di influenzare una miriade di band successive. L’anno scorso, dopo molti anni di silenzio, due ex membri hanno dato alle stampe un nuovo album, The Endless River, composto da materiale registrato vent’anni prima. Un disco non di grande valore, che però non ha mancato di suscitare l’interesse dei fan.

D’altronde, per anni i Pink Floyd sono stati in grado di trasformare in oro qualsiasi idea veniva loro in mente, e di riplasmare la forma-canzone com’era allora conosciuta. Anche nei loro dischi minori, o meno riusciti, è quindi possibile rintracciare parte di quel genio che ha fatto la loro fortuna.

Certo è, però, che i maggiori successi del gruppo di David Gilmour e Roger Waters risalgono agli anni ’60 e ’70, quando il loro stile si affinò. Nello spazio di quindici anni uscirono album destinati a rimanere nella storia del rock.


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Il primo era stato The Piper at the Gates of Dawn, scritto sotto la leadership di Syd Barrett e contenente capolavori come Astronomy Domine e Interstellar Overdrive.

Poi, dopo qualche disco interlocutorio, nel 1971 era arrivato Meddle, che aveva aperto al gruppo nuove direzioni. E quindi i grandi capolavori, The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals, The Wall.

Se dovessimo però soffermarci solo sui brani, quali potremmo scegliere come le cinque canzoni più belle dei Pink Floyd?

Non è una domanda a cui è facile rispondere, perché lo stile del gruppo, come sapete, era ben più orientato agli album che alle singole canzoni, all’effetto corale dei brani che non al singolo pezzo. Ciononostante, un tentativo lo si può fare. Ecco le nostre scelte.

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1. Echoes

da Meddle, 1971

Nella storia dei Pink Floyd è possibile individuare varie fasi. Semplificando, si può identificare un’era Barrett, una post-Barrett e una post-Waters. I primi dischi, quelli composti sul finire degli anni ’60, erano infatti influenzati direttamente o indirettamente dal talento di Syd.

I secondi, quelli degli anni ’70, videro l’emergere della figura dominante di Roger Waters, coi suoi pregi e i suoi difetti. Gli ultimi, quelli composti dalla metà degli anni ’80 in poi, videro il gruppo ridotto a un terzetto, con Gilmour come leader.

Meddle, album del 1971, è da molti considerato come il disco di passaggio dalla prima alla seconda fase. Un disco, cioè, in cui lo stile che aveva contraddistinto i primi Pink Floyd cominciava a cedere il passo a quello dei nuovi.

Il brano più rappresentativo e famoso è certamente Echoes. Si tratta di una suite di 23 minuti e mezzo che occupava tutto il lato B del disco. Un brano nato quasi per caso, seguendo un’improvvisazione al piano di Richard Wright, ma diventato emblematico del nuovo suono del gruppo.

 

2. Time

da The Dark Side of the Moon, 1973

Arriviamo ora a The Dark Side of the Moon, l’album che proiettò all’improvviso i Pink Floyd in vetta alla scena rock e prog mondiale. Fino ad allora, il gruppo era stato una buona band di rock psichedelico, tra le migliori del suo genere, ma incerta sulle nuove strade da intraprendere.

Il disco del 1973, invece, divenne uno degli album più venduti di tutti i tempi, rimanendo per 741 settimane (cioè 14 anni) nella classifica dei 200 album più venduti di Billboard. Un successo inarrivabile, soprattutto se si considera che si trattava di un concept album complesso, difficile, in cui mancavano del tutto elementi pop e tradizionali.

Nella tracklist figuravano pietre miliari come Speak to Me/Breathe, The Great Gig in the Sky, Money, Us and Them e Brain Damage. Noi però abbiamo scelto Time per la nostra cinquina.

Un brano speciale da un lato perché è uno dei pochi composti da tutti e quattro i componenti, almeno per la parte musicale; dall’altro, perché alla voce si alternavano sia Gilmour che Wright. Il brano divenne il secondo singolo estratto dall’album e uno dei pezzi più famosi dell’intera carriera della band.

 

3. Shine On You Crazy Diamond

da Wish You Were Here, 1975

The Dark Side of the Moon proiettò i Pink Floyd nell’olimpo e divenne uno degli album più venduti e amati di sempre, ma a nostro avviso il quartetto mise a segno un colpo ancora migliore due anni dopo con Wish You Were Here.

Il tema centrale dell’album era quello dell’assenza. A sceglierlo fu Roger Waters, ormai paroliere ufficiale, che decise di inserirvi vari riferimento a Syd Barrett. Costui, ribattezzato “diamante pazzo”, era l’ex leader del gruppo, da anni assente a causa dei suoi problemi mentali.


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Il brano portante era infatti Shine On You Crazy Diamond, a lui dedicato. Una suite di 26 minuti che la band decise di dividere in due parti, una messa in apertura e una in chiusura dell’album. In mezzo vennero inseriti brani più brevi, tra cui anche quella Wish You Were Here di cui parleremo a breve.

Ma la suite rimase una delle più belle e complesse mai realizzate dalla band. Una curiosità: durante la registrazione agli Abbey Road Studios il gruppo ricevette all’improvviso la visita proprio di Barrett.

Ingrassato e rasato a zero, non fu riconosciuto dagli altri membri per 45 minuti. Sembrò però a tutti incoerente e in difficoltà, e se ne andò presto, lasciando i ragazzi in una situazione di reale sconforto.

 

4. Wish You Were Here

da Wish You Were Here, 1975

Il brano singolo più famoso di tutta la produzione dei Pink Floyd è senza dubbio Wish You Were Here. Una canzone che in poco più di 5 minuti riesce a condensare quei sentimenti per Barrett di cui abbiamo già parlato, ma anche più in generale un senso di straniamento che era tipico delle canzoni del quartetto.

Il brano fu scritto da Waters e Gilmour a partire da un riff di chitarra creato da quest’ultimo. La sua cadenza richiama quasi lo stile folk rock, diverso dalla normale produzione del gruppo.

La voce che canta è quella di Gilmour e questo ha portato, dopo l’uscita di Waters, a un utilizzo sempre più frequente del brano nei concerti. Anche la registrazione, comunque, fu molto particolare. Come si può sentire anche qui di seguito, all’inizio si sentono le note del riff uscire da una radio, in cui si simula di sintonizzarsi.

Poi interviene la chitarra di Gilmour, come se fosse lui stesso l’uomo che stava ascoltando la radio e si fosse messo a suonarci sopra. Da lì parte il brano, che in chiusura, in lontananza, presenta anche un assolo del violinista Stéphane Grappelli.

 

5. Comfortably Numb

da The Wall, 1979

Dopo l’ottimo (ma non amato da tutti) Animals, che conteneva brani importanti come Dogs e Pigs, nel 1979 uscì il doppio The Wall. L’album fu concepito fin dall’inizio come una grande opera rock, a cui si sarebbero dovuti affiancare il tour live e un film.

Protagonista del racconto era la rockstar Pink, capace di costruire attorno a sé una sorta di muro (the wall, appunto) con cui isolarsi dal resto del mondo.

Vari sono i brani che, da questo album, meriterebbero di essere inclusi nella nostra cinquina. I due che si stagliano al di sopra degli altri, comunque, sono Another Brick in the Wall Part 2 e Comfortably Numb.

Quest’ultima canzone è una delle poche dell’album la cui musica fu composta da David Gilmour, che infatti avrebbe all’inizio voluto includerla nel suo album solista. Alla fine invece la presentò a Waters, che ne scrisse il testo ricordando una sua esperienza durante il recente tour.

Durante una data a Philadelphia, infatti, il bassista aveva dovuto suonare imbottito di farmaci per l’epatite. Il brano viene cantato sia da Waters che da Gilmour e si chiude con un celebre assolo di quest’ultimo.

 

 

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