Ogni strumento, nel rock, è importante; l’unica differenza è che alcuni sono più visibili di altri. Prendete la chitarra e il basso: la prima è diventata il simbolo stesso del rock’n’roll, mentre il secondo l’emblema dello strumento che passa inosservato; eppure non si dà band che non utilizzi entrambi e che possa pensare di poter presentare l’una senza l’altro.

Così anche la batteria, per quanto stia sempre sullo sfondo delle formazioni nei vari concerti e non abbia a disposizione quasi mai degli assolo (che sono invece la prerogativa di chitarra e, quando c’è, del pianoforte), ha però un ruolo fondamentale in ogni gruppo. Ci sono state formazioni senza chitarrista, senza cantante, senza basso, ma quelle senza batteria sono davvero rarissime.

I nomi dimenticati

Eppure è relativamente difficile conoscere i nomi dei batteristi, che vengono sempre oscurati dal front-man o da altre personalità dominanti. Se vi facessi pensare ai Rolling Stones vi verrebbero sicuramente in mente i nomi di Mick Jagger e Keith Richards, ma solo alcuni di voi citerebbero Charlie Watts; se vi proponessi invece i Pink Floyd, almeno nella loro formazione classica, ricordereste Dave Gilmour e Roger Waters, ma raramente Nick Mason. E gli esempi potrebbero essere innumerevoli, solo mitigati da alcune eccezioni (Ringo Starr, Dave Grohl, Phil Collins), tutte spiegabili da un lato con l’immenso successo della band, dall’altro con le successive carriere da cantanti di quei percussionisti.

Ma quali sono, insomma, i migliori batteristi rock di ogni epoca? Noi abbiamo provato a individuarne cinque, alcuni dei quali purtroppo prematuramente scomparsi; scopriamoli assieme.

 

Ginger Baker

Il batterista dei Cream

Come detto, per molto tempo – e in parte ancora oggi – il batterista è stato considerato, almeno dal grande pubblico, come un elemento di contorno, che serve a dare il ritmo e a tenere in riga gli altri componenti della band. Il primo però che ha fatto comprendere che chi stava alla batteria di una rock band era qualcosa di più di un semplice “tecnico del tempo” fu il britannico Ginger Baker, che non a caso era cresciuto alla scuola del jazz e del blues.

Nato nei sobborghi di Londra nel 1939, Peter Baker (ribattezzato Ginger a causa dei suoi capelli rossi) era stato una sorta di ragazzo prodigio, capace di avvicinarsi alla batteria solo a quindici anni e di finire già a fare tour in giro per l’Inghilterra a sedici, quando la scena in patria era ancora dominata dal jazz.

Dai Cream ai Blind Faith

La popolarità ed il salto di qualità professionale arrivarono però a metà anni Sessanta, quando – dopo aver collaborato con varie e diverse band – decise di fondarne una assieme all’emergente chitarrista Eric Clapton, di qualche anno più giovane di lui; i due contattarono anche il bassista Jack Bruce, con cui entrambi avevano già lavorato, e diedero vita ai Cream, che nel giro di una manciata d’anni rivoluzionarono la scena blues britannica.

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In quegli anni Baker poté così perfezionare e rendere unico il proprio stile: dal punto di vista tecnico, ispirandosi al batterista di Duke Ellington, Louie Bellson, utilizzò una seconda grancassa in un’epoca in cui nessuno sulla scena rock aveva mai pensato a qualcosa del genere, e soprattutto si pose come una figura carismatica all’interno della band, ritagliandosi degli assolo memorabili come quello di Toad, uno dei primi brani della storia quasi completamente eseguiti dalla sola batteria, contenuto in Fresh Cream, l’album di esordio della band.

L’esperienza coi Cream però fu di breve durata: si sciolsero già nel 1968, ma Baker si rimise subito all’opera entrando nel supergruppo dei Blind Faith, che annoverava di nuovo Clapton e un giovane Steve Winwood. E poi una girandola di altri gruppi, esperienze in Africa per scoprire la musica tribale, periodi di ritiro (in Toscana) e improvvisi ritorni sulle scene. Proprio nel maggio di quest’anno è uscito il suo ultimo album solista, il jazzistico Why?

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Keith Moon

Il batterista degli Who

Molto meno lunga, ma non per questo meno intensa, è stata la carriera di Keith Moon, altro grande nome della scena blues-rock britannica dei primi anni Settanta assieme proprio a Baker e a Bonham, che vedremo a breve.

Nato a Londra nel 1946, iniziò anch’egli giovanissimo ad esibirsi in varie band, entrando negli Who ad appena diciannove anni e subito facendosi notare. Alle indubbie capacità – acquisite tutte da autodidatta ascoltando dischi jazz, senza neppure saper leggere lo spartito musicale –, Moon aggiungeva un atteggiamento istrionico e distruttivo che fecero la fortuna sua e del gruppo.

“Moon il pazzo”

Innumerevoli sono, infatti, i suoi scherzi e le sue distruzioni, entrate di diritto nella storia del rock: tra gli eventi più celebri si ricordano la volta in cui, nel 1967, si esibì con la band in un programma televisivo britannico, facendo letteralmente saltare in aria la sua batteria con la dinamite al termine di My Generation, oppure quando, in un hotel del Michigan, prima fece esplodere il gabinetto della sua stanza e poi fece finire un’auto nella piscina dell’albergo, guadagnandosi l’espulsione a vita da tutti gli hotel della catena.

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Su questi comportamenti, ovviamente, influivano anche l’abuso di droghe e alcool, che, soprattutto negli anni Settanta, iniziarono ad avere effetti preoccupanti anche sulla sua salute: nel 1973 collassò più volte sul palcoscenico durante il Quadrophenia Tour, ma già nel 1970 si era reso colpevole della morte della sua guardia del corpo, inavvertitamente investita con l’auto mentre cercava di scappare da una rissa che aveva in parte lui stesso provocato.

L’epilogo fu, com’era inevitabile, triste: nel settembre del 1978, dopo una serata passata assieme a Paul McCartney e a sua moglie Linda, Keith Moon e la sua fidanzata Annette Walter-Lax rientrarono a casa; mentre chiedeva alla ragazza di preparargli una bistecca, il batterista assunse trentadue pastiglie della sua terapia per la tossicodipendenza, terapia che in quelle dosi era sicuramente letale. Morì nel sonno quella stessa notte.

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John Bonham

Il batterista dei Led Zeppelin

Come detto, negli anni ’70 i più grandi batteristi furono tutti inglesi: oltre a quelli che abbiamo incluso in cinquina, infatti, meriterebbero una menzione anche Carl Palmer degli Emerson, Lake & Palmer e degli Asia, Bill Bruford degli Yes e dei King Crimson o Ian Paice dei Deep Purple.

Noi però, oltre a Rogers e Moon, abbiamo deciso di includere John Bonham, lo storico batterista dei Led Zeppelin che molte riviste specializzate nel corso degli anni hanno nominato come il migliore di tutti i tempi. Nato nel 1948 e purtroppo anche lui scomparso prematuramente, a soli 32 anni, nel 1980, Bonham è divenuto leggendario per le sue performance coi Led Zeppelin, gruppo che fondò assieme a Robert Plant nel 1968 dopo qualche esperienza in band minori, e all’interno del quale seppe sviluppare il proprio personalissimo stile.

Tutto improntato sull’originalità

Anch’egli autodidatta, già da giovanissimo aveva imparato a leggere la partitura e ad imitare la tecnica di tutti i grandi maestri del passato, ma una volta entrato nella nuova band si rese conto di voler percorrere una strada diversa: invece che stimolarlo, la perfezione tecnica gli sembrava infatti che finisse per impoverire il suo sound, rendendolo simile a quello di tanti altri; Bonham, invece, cercava l’originalità, qualcosa che potesse diventare il suo distintivo marchio di fabbrica, qualcosa che andasse al di là della tecnica in sé e per sé e fosse invece vincolato alla sua personalità e al suo istinto.

Tramite un lavoro e una ricerca intensissime, condotte da vero maniaco dello strumento, Bonham riuscì così a trovare tutto questo: imparò a tendere le pelli dei suoi tamburi in un modo che nessuno aveva mai fatto prima, foderandole all’interno con carta stagnola e colpendole secondo un’angolazione ben precisa, fattori che sommati assieme consentivano al suono di diventare monumentale e maestoso, cosa che contribuì enormemente al successo dei brani degli Zeppelin.

Il suo estro poi trovò sfogo in alcuni pezzi congegnati apposta per lui: su tutti, è indimenticabile il suo assolo di Moby Dick, uno dei brani più rappresentativi della band, ma molto importanti sono anche Fool in the Rain e altri pezzi.

Purtroppo il suo talento sul palco era accompagnato anche da pesanti eccessi alcolici: celeberrime le sue epocali sbronze, durante le quali diventava pericoloso anche per i suoi compagni di band; proprio durante alcune sessioni a casa di Jimmy Page, nel settembre del 1980, fu portato dai suoi colleghi in una camera a dormire perché troppo ubriaco per continuare, ma la mattina successiva fu ritrovato morto, soffocato dal proprio vomito.

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Stewart Copeland

Il batterista dei Police

Cambiamo ora generazione e avviciniamoci ai grandi batteristi emersi con la crisi del rock classico e con i nuovi sound comparsi a partire dagli anni ’80. Tra questi, uno dei nomi di maggior spicco è senza dubbio quello di Stewart Copeland, il batterista anglo-americano dei Police.

Nato negli Stati Uniti nel 1952 da padre americano – analista della CIA – e madre britannica, passò l’infanzia in giro per il mondo, seguendo le peregrinazioni del papà; dopo le superiori in Gran Bretagna e l’università negli USA si stabilì nuovamente a Londra, suonando rock progressivo nei Curved Air ed entrando, poco dopo, nei Police, nuova band fondata assieme a Sting e a Henry Padovani, presto sostituito da Andy Summers.

Le influenze orientali e reggae

Il nuovo gruppo, che in principio avrebbe dovuto abbracciare le sonorità punk, iniziò però subito a rendere più denso il proprio suono e a lasciarsi influenzare da una serie di tendenze tra loro anche diversissime: Copeland portò con sé alcune suggestioni mediorientali e libanesi, visto che lì aveva cominciato a studiare la batteria, che si mescolarono presto col reggae e col pop.

Ne nacquero alcuni dei pezzi più efficaci della fine degli anni ’70 e dei primi anni ’80, mentre da par suo il batterista contribuiva al successo del gruppo dando un’interpretazione decisamente nuova dello strumento, in cui grande peso assumevano i piatti hi-hat e il ritmo sincopato, di cui si rivelò forse il più grande maestro a livello mondiale.

Quando la band si sciolse, nel 1986, Copeland era ormai un’autorità nel campo non solo delle percussioni: già quand’era all’interno del gruppo aveva, infatti, avviato un progetto solista chiamato Klark Kent, che aveva avuto un discreto successo, e soprattutto si era messo a scrivere colonne sonore per film (Rusty il selvaggio, per il quale vinse anche un Golden Globe, Wall StreetPiovono pietre), serie tv (Un giustiziere a New YorkBabylon 5Dead Like MeDesperate Housewives) e videogiochi (Spyro the Dragon e i suoi seguiti).

Sul versante discografico, pubblicò poi un paio di album con gli Animal Logic e uno con gli Oysterhead e soprattutto sedici dischi solisti, in cui nel corso del tempo ha riversato i suoi lavori per tv e cinema ma anche balletti, spettacoli e musiche varie incise in diverse occasioni.

 

Neil Peart

Il batterista dei Rush

Sempre classe 1952 è anche l’ultimo batterista della nostra cinquina, Neil Peart, considerato da molti il miglior batterista hard rock vivente e personalità di spicco del gruppo canadese dei Rush.

Seguendo la lezione di Keith Moon e John Bonham – dei quali è forse il vero erede – ed adattandola ai tempi moderni, Peart ha suonato fin dalla metà degli anni ’70 in maniera potente e trascinante, facendo anche di necessità virtù: le ristrettezze economiche dei primi tempi, infatti, per sua stessa ammissione lo costrinsero a suonare con le bacchette girate, perché tendeva a romperne le estremità ma non aveva i soldi per comprarne altre; così inventò uno stile personale che non avrebbe più abbandonato una volta arrivato al successo.

La carriera con la band canadese

Con il gruppo di Toronto esordì nel 1975, subentrando al fondatore John Rutsey poco prima del tour americano, e incidendo con Geddy Lee e Alex Lifeson da allora ben diciannove album di studio più numerosi live e raccolte, tra i quali spiccano 2112 del 1976 che diede loro il primo grande successo in patria, Permanent Waves del 1980, Moving Pictures del 1981, Roll the Bones del 1991 e l’ultimo Clockwork Angels del 2012.

Nella stragrande maggioranza di questi album, però, Peart non si limitava solo a star dietro alla batteria e ad eseguire i suoi celeberrimi assolo, visto che si assumeva anche il compito di scrivere i testi delle canzoni, testi da sempre molto particolari, in cui emergevano la passione per la fantascienza, il fantasy, ma anche la filosofia e la mitologia: la celebre 2112 raccontava ad esempio di un mondo distopico e totalitario, con influenze esplicite di Ayn Rand.

In tempi più recenti, comunque, questi temi hanno almeno in parte ceduto il passo a questioni più attuali o generali, come l’amore, i problemi umanitari o il terrorismo. D’altro canto, la stessa vita di Peart è stata sconquassata tra il 1997 e il 1998, quando, nel giro di pochi mesi, morirono sia quella che all’epoca era la sua unica figlia Selena, in un incidente stradale, sia sua moglie Jaqueline, di cancro, eventi che lo portarono a ridefinire tutta la sua esistenza e quindi anche i suoi testi.

Oggi egli stesso si dice distante dalle idee di Rand – alle quali comunque riconosce un grande valore nella sua formazione – e più vicino alle posizioni repubblicane e conservatrici ma anche libertarie, nonostante non manchi di criticare i vari partiti che teoricamente si farebbero portatori di quelle idee.

 

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