Cinque tra i più famosi film vietati ai minori

Una scena di

Non so adesso, ma quando ero giovane io i film vietati ai minori avevano un fascino particolare: si pensava che rivelassero cose segrete che solo gli adulti erano pronti a conoscere, che poterli vedere fosse in un certo senso un segno di maturità.

D’altro canto, soprattutto a partire dagli anni ’70 i film vietati ai minori erano diventati una componente importante del mercato cinematografico: basti pensare che le prime tre pellicole di cui vi parleremo oggi uscirono, una dopo l’altra, tra il 1971 e il 1973, superando uno dei tabù tipici dei decenni precedenti, in cui la parola chiave – anche per film dell’orrore – era evitare a tutti i costi le limitazioni della censura.


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Da lì in poi, i film riservati agli adulti che non lesinavano scene di violenza o sessuali si sono moltiplicati, spostando ogni volta un po’ più in là l’asticella di quello che era consentito rappresentare sul grande schermo.

Alcuni di questi film, però, sono entrati nella leggenda, di certo per la loro qualità artistica ma anche per come furono avversati dalla censura di mezzo mondo. Ne abbiamo scelti cinque che ci sembrano essere più rappresentativi degli altri.

 

Arancia meccanica

L’ultraviolenza di Alex il drugo

Il primo film che all’inizio degli anni ’70 ha cercato di sconvolgere lo spettatore e la censura è stato indubbiamente Arancia meccanica, capolavoro di Stanley Kubrick tratto da un romanzo distopico di Anthony Burgess. Nel corso del decennio precedente il regista si era imposto come un artista visionario e senza peli sulla lingua, capace di portare sul grande schermo un romanzo scandaloso come Lolita, ma anche di ironizzare sulla guerra fredda con Il dottor Stranamore e di rivoluzionare la fantascienza con 2001: Odissea nello spazio.

Arancia meccanica fu, probabilmente, il suo film più discusso, quello che maggiormente divise l’opinione pubblica; non che altre pellicole (pensiamo a Orizzonti di gloria, che per molti decenni non fu trasmesso in Francia, o a Full Metal Jacket Eyes Wide Shut) fossero meno dure, ma probabilmente nel 1971 Kubrick era all’apice del successo (e della visibilità) e allo stesso tempo il mondo era attraversato da forti tensioni tra il ribellismo giovanile e il tentativo di soffocare le nuove richieste.


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Arancia meccanica riusciva a cogliere, insomma, le spinte che in quegli anni e nei successivi si sarebbero sprigionate: come spiegava la tagline promozionale, il film raccontava «le avventure di un giovane i cui principali interessi [erano] lo stupro, l’ultra-violenza e Beethoven». Alex, infatti, era il capo di una banda (i “drughi”) che agiva in una Londra futuribile, dandosi alla violenza più sfrenata; tradito dai suoi stessi compagni – che lui trattava con strafottenza – veniva quindi arrestato e poi sottoposto alla “cura Ludovico”, un innovativo sistema che avrebbe dovuto guarirlo dall’impulso al fare del male, ma i cui esiti erano in realtà imprevedibili.

Il film fu subito vietato ai minori di 18 anni in ogni parte del mondo, sia per le numerose scene di violenza, sia per il linguaggio usato, sia infine per alcune scene a sfondo sessuale piuttosto esplicite per l’epoca (si verifica uno stupro e, in un’altra scena, Alex brandisce anche una statua a forma di fallo gigante, con cui uccide una donna). Molte furono le proteste contro la pellicola – che pure voleva condannare la violenza –, tanto che lo stesso Kubrick la fece ritirare dalle zone rurali della Gran Bretagna in seguito a varie lettere minatorie che erano state indirizzate alla sua famiglia. Tali divieti furono in parte rivisti negli anni: ad esempio in Italia, nel 1998, il divieto fu abbassato ai minori di 14 anni, permettendone una trasmissione in televisione in seconda serata, trasmissione che – a parte un passaggio sul satellite – però arrivò solo nel settembre del 2007, quasi dieci anni dopo la revisione, su La7.

 

Ultimo tango a Parigi

La famigerata scena del burro tra Marlon Brando e Maria Schneider

Come dicevamo, furono i primi anni ’70 a ridefinire i canoni di ciò che era legittimo proiettare al cinema. E se Arancia meccanica l’aveva fatto soprattutto sul versante della violenza, lo stesso compito nell’ambito del sesso toccò a Ultimo tango a Parigi, pellicola “maledetta” di Bernardo Bertolucci.

Scritto (con l’aiuto di Franco Arcalli) e diretto dallo stesso Bertolucci, il film era frutto di una coproduzione italo-francese che fece decollare a livello internazionale la carriera del giovane regista parmense, che aveva comunque fino a quel momento ben impressionato in Italia con pellicole come Prima della rivoluzione e Il conformista. Un successo che fu legato sì al film in sé, ma anche alle leggende che presto iniziarono a girare su una pellicola che probabilmente fu la più scandalosa degli anni ’70 (e forse dell’intera storia del cinema).


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La storia è quella del quarantacinquenne Paul, un americano trapiantato a Parigi e da poco rimasto vedovo (interpretato da Marlon Brando), che incontra per caso la bella Jeanne (ruolo affidato alla giovanissima Maria Schneider), con la quale inizia una relazione puramente sessuale, senza neppure che l’uno conosca il nome dell’altra. È poi Paul stesso a porre fine al rapporto, salvo accorgersi, tempo dopo, di essersi innamorato della ragazza; dopo averla rintracciata, si ubriaca con lei, ma questa volta è la donna stessa a non voler riprendere la relazione. L’esito sarà tragico.

Il film provocò uno scandalo enorme a causa delle scene di sesso molto esplicite (in cui la Schneider sembrava anche avere un orgasmo) e in particolare di una sequenza in cui tra i due si consuma un rapporto anale usando del burro, scena che fu improvvisata sul momento da Brando e Bertolucci tenendo l’attrice all’oscuro del progetto (e la stessa Schneider uscì da quel film molto scossa, dichiarando di essersi sentita quasi violentata). Proibito in varie parti del mondo, in Italia costò a Bertolucci anche un processo per offesa al comune senso del pudore che si concluse con una condanna a quattro mesi (pena poi sospesa), privazione dei diritti politici per cinque anni, distruzione di tutte le copie del film e divieto di proiezione. Solo nel 1987 fu riammessa una distribuzione nelle sale della pellicola, grazie ad alcune copie che clandestinamente erano sfuggite alla distruzione.

 

L’esorcista

Il mostro dentro a Linda Blair

Il terzo motivo per cui un film può essere proibito, oltre al sesso e alla violenza, è la paura; e proprio questa è stata la motivazione che nel 1973 ha portato la censura ad abbattersi su L’esorcista, film che qualche mese fa proprio su queste stesse colonne abbiamo catalogato tra i cinque più spaventosi di sempre.

La storia è piuttosto nota: una bambina, Regan, figlia di un’attrice, evoca per gioco il potente demone Pazuzu, che progressivamente prende possesso di lei; dopo alcuni avvenimenti misteriosi e la morte del regista del film a cui stava lavorando, la madre decide quindi di rivolgersi a un gesuita che è anche psicologo, che si convince della necessità di praticare un esorcismo sulla ragazzina. Per questo viene convocato un esperto esterno, padre Lankaster Merrin, che però perisce nel tentativo di praticare l’esorcismo.


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Diretto da un giovane William Friedkin – che da quel momento in poi è stato non a caso soprannominato il “regista del male”, anche perché aveva già diretto un altro lavoro di culto come Il braccio violento della legge –, il film era interpretato da Ellen Burstyn, Lee J. Cobb, Jason Miller e soprattutto da un convincente Max von Sydow nella parte appunto di padre Merrin, oltre che dalla rivelazione Linda Blair, allora appena quattordicenne.

Il film incontrò divieti molto diversi a seconda dei paesi. In Italia, stranamente, se ne registrò uno dei più bassi, visto che il film fu vietato solo ai minori di 14 anni, cosa piuttosto inusuale in un paese in cui così forte era ancora, in quegli anni, il senso del pudore; l’unica spiegazione plausibile, ci pare, è che la rappresentazione tutto sommato filocattolica della storia non urtava la sensibilità religiosa. Negli Stati Uniti fu invece vietato ai minori di 17 anni, mentre in Gran Bretagna (dove furono registrati diversi casi di isteria tra gli spettatori, soprattutto di genere femminile) fu vietato ai minorenni. Ad ogni modo, per tutti gli anni ’80 e ’90 il film non fu pubblicato in VHS per decisione della stessa Warner Bros, che riteneva che il film non avrebbe ottenuto il visto della censura.

 

La passione di Cristo

Il film vietato ovunque tranne che in Italia

La caratteristica per questo articolo più rilevante de L’esorcista – quella cioè di essere un film rigidamente vietato praticamente ovunque tranne che in Italia – si ritrova, potenziata, anche in La passione di Cristo, film del 2004 scritto e diretto da Mel Gibson che tanta sensazione provocò una decina d’anni fa in tutto il mondo.

Mentre la pellicola ottenne un “R-Rated” in America, che equivale a un divieto per i minori di 17 anni, e limitazioni simili in tutti gli altri paesi occidentali, in Italia il film è stato proiettato nei cinema senza alcuna imposizione censoria, nemmeno un misero divieto ai minori di 14 anni, cosa che ne ha consentito poi la trasmissione in TV in prima serata, anche con notevoli ascolti. Una mossa, a nostro (e non solo nostro) parere, dovuta non tanto ai contenuti effettivi del film, che sono efferati e non certo adatti ad un pubblico di bambini a cui i censori l’avrebbero invece volentieri indirizzato, quanto al contenuto religioso dello stesso e alla palese approvazione della Chiesa romana, che ha più volte elogiato la pellicola.

Il film è infatti una rappresentazione delle ultime ore di vita di Gesù Cristo secondo la narrazione che ne danno i Vangeli: si parte dall’arresto nell’Orto degli Ulivi, passando poi attraverso il processo, Ponzio Pilato, la flagellazione, la morte in croce e la resurrezione. Il tentativo esplicito di Gibson era quello di rappresentare con realismo i fatti, e anche per questo il film non è stato recitato nelle lingue moderne, ma in latino e in aramaico (seppure non del tutto fedelmente al latino parlato al tempo, o, meglio, a quella che probabilmente era la sua pronuncia), sottotitolando poi i dialoghi.

L’esito dell’opera è stato oggetto di ampie discussioni, dividendo la critica. In generale, i critici cattolici e anche alcuni importanti recensori americani hanno esaltato la pellicola, lodandone la forza espressiva e la violenza, ritenuta realistica anche se certamente impressionante; altri, altrettanto rilevanti, hanno invece accusato il film di antisemitismo, ma anche di una versione romanzesca e “splatter” dei fatti.

 

Nymphomaniac

Lo scandalo in due atti firmato da Lars von Trier

Concludiamo con un film recentissimo, che ha scandalizzato l’opinione pubblica già ben prima che arrivasse nelle sale: Nymphomaniac, ultima fatica di un regista di certo non nuovo ai film estremi come il danese Lars von Trier. Una fatica per la verità, come si usa sempre più spesso oggigiorno, in due parti, chiamate Volume 1 e Volume 2, comparse in Italia a poche settimane di distanza l’una dall’altra.

In generale, il film racconta, tramite un lungo flashback, la vita di Joe, una donna che si è rovinata a causa della propria ninfomania; tale narrazione è divisa in otto capitoli, cinque nel primo volume e tre nel secondo: The Compleat Anger, JeromeMrs. HDeliriumThe Little Organ School, The Eastern and the Western Church (The Silent Duck)The MirrorThe Gun.


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Anche scritto, oltre che diretto, da von Trier, il film si avvale di un cast di prim’ordine, che va dalla protagonista Charlotte Gainsbourg a Stellan Skarsgård, da Uma Thurman a Shia LaBeouf, da Christian Slater a Willem Dafoe, tra l’altro tutti ritratti, durante il lancio promozionale, in grandi poster in cui erano immortalati durante un orgasmo.

Il film, infine, è stato preparato in due versioni, una corta e sessualmente meno esplicita (quella già arrivata nei cinema) e una più lunga e montata direttamente con la supervisione del regista. In ogni caso anche nella versione più “edulcorata” si vedono uomini in nudo integrale, scene di sesso non simulate, rapporti orali ed altro ancora. In Italia, come quasi in tutto il mondo, il film è stato di conseguenza vietato ai minori di 18 anni; curioso però il caso della Francia, dove in un primo momento il divieto era stato imposto solo ai minori di 16 anni, salvo poi essere alzato a 18 anni in seguito a una richiesta di appello.

 

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