Cinque videogiochi ambientati nella Seconda guerra mondiale

Cinque straordinari videogiochi ambientati nella Seconda guerra mondiale

La Seconda guerra mondiale ha sempre avuto, almeno dal punto di vista americano – quello che culturalmente ci influenza di più –, un certo fascino: sarà perché è stata la guerra che ha reso gli Stati Uniti una superpotenza e ha fatto assumere agli USA il ruolo di nazione guida dell’Occidente, scalzando la Gran Bretagna; sarà perché, dopo l’immobilismo della trincea del primo conflitto planetario, finalmente si ritornò a combattere e a condurre clamorose avanzate; sarà, infine, perché lì c’era un nemico chiaro e cattivissimo, un aggressore che per una volta si poteva combattere senza remore di coscienza; sarà per l’uno o per l’altro motivo, ma di fatto la Seconda guerra mondiale è stata raccontata fino allo sfinimento in libri, film, fumetti, documentari e approfondimenti di vario tipo. E, sì: anche tramite i videogiochi. Ma chi ha saputo farlo meglio? Chi ha creato i migliori videogame ambientati durante la Seconda guerra mondiale? Scopriamolo assieme.

 

Medal of Honor: Allied Assault

Un agente dell’OSS dal Nord Africa alla Norvegia (e oltre)

Partiamo – seguendo un ordine rigorosamente cronologico – dal gioco che più di tutti ha aperto un decennio sostanzialmente dominato dai giochi di guerra e in particolare da quelli ambientati durante il secondo conflitto mondiale, i primi anni Duemila: Medal of Honor: Allied Assault, lanciato in Europa nel febbraio del 2002 per Windows e poi, dopo qualche mese, reso disponibile anche per Mac Os X.

Ambientato nella fase della guerra che si svolse tra il D-Day e l’offensiva delle Ardenne, il gioco ha per protagonista un tenente dell’OSS, il servizio segreto antesignano della CIA che venne fondato proprio durante la guerra per particolari operazioni di spionaggio, Mike Powell, che deve compiere sei missioni principali: infiltrarsi tra le linee tedesche in Nord Africa, sabotando le batterie costiere dei nemici e liberando nel contempo il maggiore Grillo, prigioniero; distruggere il prototipo di una nuova arma nazista in Norvegia, riuscendo contemporaneamente a sabotare un sommergibile; sbarcare a Omaha Beach e, nell’entroterra francese, distruggere delle artiglierie tedesche; recuperare informazioni su un nuovo carro armato all’interno di un campo nazista; rubare uno di questi carri armati e far saltare un ponte a Brest; arrivare a un sito di stoccaggio di armi chimiche e distruggerlo.

Allied Assault non era il primo capitolo della serie, visto che Medal of Honor aveva esordito tre anni prima su PlayStation, forte di una trama confezionata addirittura da Steven Spielberg, da poco uscito dalla lavorazione di Salvato il soldato Ryan.

Questo capitolo, che sarebbe poi stato seguito da altri nove seguiti, era però uno sparatutto particolarmente coinvolgente, grazie da un lato all’uso del potente motore Quake III Arena, che simulava in maniera convincente i combattimenti di fanteria, dall’altro alla colonna sonora realizzata – come nei primi capitoli della saga – da Michael Giacchino, il compositore italoamericano che dopo quel lavoro è passato a scrivere la colonna sonora di successi televisivi e cinematografici come Lost, Fringe, Gli Incredibili, Ratatouille, Up (per il quale ha vinto pure l’Oscar) e molti altri.

 

Battlefield: 1942

L’apoteosi del multiplayer online

Sempre datato 2002 e pensato per Windows e Mac è anche Battlefield: 1942, sparatutto in prima persona sviluppato dagli svedesi di Digital Illusions CE e commercializzato da EA che ha portato importanti innovazioni al genere, spesso riprese negli anni successivi da vari concorrenti, e soprattutto ha dato il via ad una delle saghe videoludiche di maggior successo degli anni Duemila.

Ambientato ovviamente nel 1942, il gioco permette al giocatore di immedesimarsi in un membro di entrambi gli schieramenti (oltre all’esercito americano, a quello inglese e a quello russo ci si può infatti anche calare nei panni di soldati tedeschi e giapponesi) e, accompagnandolo attraverso una delle colonne sonore più suggestive e memorabili nel campo dei videogiochi, gli fa vivere un’esperienza in cui la dimensione multiplayer è, oserei dire, fondamentale (sono ammessi fino a 64 giocatori in contemporanea e particolare importanza è data alla collaborazione all’interno della squadra).

Tra i punti forti del gioco c’erano la possibilità di scegliere il proprio mezzo corazzato – dagli anfibi ai sottomarini, dai normali carri armati agli aerei – e di spostarsi su vari fronti, da quello del Pacifico al Nord Africa, dall’Italia (grazie all’espansione The Road to Rome, che mette uno contro l’altro l’esercito fascista e le forze armate di France libre, dimenticandosi bellamente che quel fronte sarebbe stato aperto solo successivamente e che a combattere non erano quei due eserciti, ma da una parte quello tedesco e dall’altra quello angloamericano) all’est Europa, lasciando il giocatore libero di scegliere quale celebre battaglia della Seconda guerra mondiale riprodurre e dalla parte di quale forza in campo stare.

Il gioco è ancora oggi considerato un classico soprattutto per l’importanza che ha avuto nello sviluppo del genere online, ma a distanza di tempo bisogna anche ammettere che la partita giocata da soli contro l’intelligenza artificiale del computer lasciava abbastanza a desiderare anche per gli standard dell’epoca.

 

Call of Duty

Un capolavoro di realismo e tattica

Il più celebre dei cinque videogiochi che abbiamo scelto per la nostra cinquina è però indubbiamente Call of Duty, primo capitolo di una delle saghe di maggior successo della storia: lanciato verso la fine del 2003 da Activision, su sviluppo di Infinity Ward (un gruppo di fuoriusciti di quella 2015, Inc. che aveva sviluppato Medal of Honor: Allied Assault), il gioco era inizialmente pensato per Windows ma fu presto convertito anche per Mac, N-Gage e telefono cellulare, fino a sbarcare, complice anche il successo dei suoi numerosissimi seguiti (tre nella serie storica, tre nella versione Modern Warfare e tre nella versione Black Ops, senza contare spin-off ed espansioni) anche su PlayStation e Xbox qualche anno fa nell’edizione “Classic”.

Molto accurato dal punto di vista storico, nella ricostruzione delle battaglie e anche nei dettagli geografici e tattici, il gioco consente di immedesimarsi in tre diversi personaggi nel corso del gioco: il paracadutista americano Joe Martin, che viene lanciato in Normandia poco prima del D-Day; il paracadutista britannico Jack Evans, anch’egli usato a supporto dello sbarco alleato in Normandia; e infine il fante sovietico Alexei Voronin, che da Stalingrado dovrà seguire l’Armata Rossa nel suo cammino verso Berlino.

I punti di forza di Call of Duty, soprattutto alla sua uscita e se paragonato agli altri giochi della nostra cinquina, sono molti: da un lato la già citata accuratezza, che fa sì che le missioni, le ambientazioni e perfino le storie di contorno siano documentate nei minimi dettagli; poi l’ancora più forte interazione con la propria unità, necessaria per superare le varie missioni e raggiungere gli obiettivi; ancora, il realismo dei combattimenti, con le bombe e le granate che, quando scoppiano nelle vicinanze del giocatore, danno momenti di spaesamento, annebbiamento della vista, fischi nelle orecchie; infine, ottimi erano gli effetti grafici – basati su alcuni dei motori più innovativi dell’epoca – e l’intelligenza artificiale, pensata proprio per il lavoro di squadra e quindi in grado di fornire ad esempio fuoco di copertura, tattiche avanzate e altro ancora in maniera autonoma.

 

Brothers in Arms: Road to Hill 30

Quando devi stare attento anche ai tuoi commilitoni

Se i primi giochi che abbiamo visto, lanciati all’inizio degli anni Duemila, erano pensati esclusivamente per PC e solo successivamente – e comunque solo in parte – sono stati portati su console, a partire dalla metà del decennio i titoli più importanti cominciarono ad essere pubblicati anche per Xbox e PlayStation 2, ormai giunte a un livello di diffusione e di potenza di calcolo adeguato per giochi di questo tipo.

La prima pietra miliare di questo genere ad essere disponibile anche per console è stata probabilmente Brothers in Arms: Road to Hill 30, gioco rilasciato nel 2005 da Ubisoft dopo lo sviluppo portato avanti da Gearbox Software e presto diventato capofila di una serie di successo.

Anche qui lo spunto è lo sbarco alleato in Normandia, ma a differenza di altri giochi l’ambientazione è limitata alla sola regione francese, puntando molto di più sulla gestione e l’interazione con la propria squadra che non sull’esplorazione di mappe molto variegate e scenari diversi; la particolarità del gioco, infatti, è che allo sparatutto in prima persona si affianca un lavoro di tattica piuttosto avanzato, visto che il personaggio che si interpreta – il sergente della 101sima Divisione Aviotrasportata, Matthew Baker – si trova a comandare un’unità composta da una squadra d’assalto e una di fuoco, e deve di conseguenza dare istruzioni, decidere l’atteggiamento da usare, muovere le pedine del proprio schieramento.

Proprio questa spiccata attenzione, oltre che per se stessi, per i propri compagni di battaglione ha portato al titolo del gioco, dato che Baker considera i suoi commilitoni come fratelli e farà di tutto per evitare che muoiano, come invece accadrà inevitabilmente a George Risner, il miglior amico del protagonista, che troverà la morte all’«angolo del morto», sulla strada che da Carentan porta a Saint-Côme-du-Mont. Da segnalare, oltre all’ottimo gameplay e all’ovvia possibilità di giocare in modalità multiplayer, anche l’accuratezza storica e il dettaglio delle rappresentazioni dei paesi della Normandia, ben resi dall’ottimo motore grafico.

 

Day of Defeat: Source

Combattere ad Anzio con un motore grafico innovativo (per l’epoca)

Concludiamo con un altro gioco datato 2005, che forse in un certo senso ha chiuso il periodo d’oro degli sparatutto ambientati durante la Seconda guerra mondiale, prima di lasciare spazio a scenari più moderni e sempre più complicati anche dal punto di vista bellico e non solo da quello dell’azione: Day of Defeat: Source, versione aggiornata – e migliorata – di quel Day of Defeat che era già uscito nel 2003 per Windows, Mac e Linux.

Il gioco originale, infatti, si era sviluppato a partire da Half-Life e aveva di conseguenza utilizzato il motore di quel gioco, il Goldsource che nel 2003 rischiava di essere un po’ datato e di penalizzare un gioco che aveva invece degli spunti interessanti; quando nel 2004 la Valve Corporation rilasciò la nuova versione del suo motore, più potente soprattutto dal punto di vista grafico e ribattezzata appunto Source, la stessa società decise di fare un semplice remake di Day of Defeat, facendogli comunque guadagnare quei punti che mancavano per entrare definitivamente nella nostra cinquina.

Il gioco è pensato esclusivamente per la modalità multiplayer, ed a questa impostazione di base si devono tutte le sue caratteristiche principali: una volta scelto se combattere per gli Stati Uniti o per la Germania, si deve optare per la classe a cui si vuole appartenere (fuciliere, d’assalto, assistenza, cecchino, mitragliatore, razzo), dopodiché si viene catapultati nella mappa e si deve cercare di raggiungere il proprio obiettivo, cooperando coi compagni di squadra e mettendosi costantemente al riparo dagli attacchi avversari, visto che le ferite da arma da fuoco sono piuttosto letali in questo gioco.

L’ambientazione, rispetto ad altri competitors, è qui spostata alle ultime fasi della guerra e in particolare al 1944 non solo in Francia ma anche sul fronte italiano, con battaglie inventate – per la verità non molte, e questo è forse il principale limite del gioco, che sembra votato un po’ al risparmio – ma anche situazioni storiche realmente documentate come nel caso dello scontro ambientato ad Anzio. Il gioco online prevede un massimo di 32 giocatori.

 

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