Cos’è lo spread in parole semplici (e chi ce l’ha alto e chi basso)

Negli ultimi anni s’è fatto un gran parlare di spread. Ma che cos’è e cosa indica questo valore economico? E perché è considerato così importante? Ha senso dargli peso, oppure si tratta di un’esagerazione creata ad arte per colpire questo o quel particolare politico?

Oggi cercheremo di rispondere a tutte queste domande. Vi spiegheremo cosa indica questo valore e cosa implica in campo economico, capendo le conseguenze della sua crescita o della sua diminuzione. Così facendo, cercheremo anche di darvi una panoramica globale sulla questione.

Poi, ovviamente, passeremo a trattare anche la questione italiana, visto che il nostro debito pubblico pare essere particolarmente sensibile all’argomento. E confronteremo il nostro spread con quello di altri paesi a noi simili, giusto per capire meglio i termini della questione.

Insomma, parleremo molto di economia, ma cercheremo di farlo sempre in modo chiaro e comprensibile.

 

1. Cos’è lo spread

Innanzitutto, cerchiamo di definire che cos’è lo spread. Anzi, prima ancora dobbiamo fare una premessa. La parola spread in inglese significa “propagazione, estensione, diffusione”. In campo economico potremmo anche tradurla come “forbice”, “apertura”, addirittura “scarto” o meglio ancora “differenziale“.

Infatti in economia si indica con questo termine qualsiasi differenza di rendimento tra due titoli dello stesso tipo e durata. Ad esempio, potremmo calcolare lo spread tra due azioni, di Microsoft e di Apple, calcolando la differenza di rendimento delle prime con le seconde.

La borsa
Più comunemente, però, quando si parla di spread si fa riferimento alla differenza di rendimento tra due titoli di stato. Per essere più precisi, anzi, indica la differenza di rendimento tra un titolo di stato preso in esame (come quello italiano) e quello di un altro paese usato come standard di riferimento (ad esempio quello tedesco).

Visto che i titoli di stato tedeschi (i cosiddetti Bund) sono particolarmente solidi, da tempo infatti si utilizzano come punto di riferimento e si calcola lo spread dei titoli di stato italiani, francesi, inglesi, americani, argentini in rapporto ad essi.

Cos’è un titolo di stato

A questo punto, per essere ancora più chiari, è utile però capire che cosa sia un titolo di stato. La definizione li descrive come obbligazioni che tutti i principali paesi emettono periodicamente per finanziare il proprio debito pubblico. Se ancora non vi è chiaro di cosa si tratta, lasciateci fare un ulteriore esempio.

Ogni stato ha un suo bilancio annuale, che conta entrate ed uscite. Le entrate derivano principalmente dalle tasse, dal gettito fiscale, mentre le uscite sono di varia natura: stipendi da pagare ai lavoratori pubblici, grandi opere, sussidi e così via.

I BTP italiani
Gli stati, spesso, spendono però più di quanto incassano; hanno cioè più uscite che entrate. Per coprire queste uscite emettono quindi i titoli di stato. Ovvero chiedono un prestito ai risparmiatori: mettono all’asta delle obbligazioni che costano X, magari di durata decennale, e si impegnano, dieci anni dopo, a ridare al risparmiatore l’X iniziale con degli interessi.

Questi interessi costituiscono il rendimento del titolo di stato. Un rendimento che dipende dalla durata del titolo (quelli più lunghi in genere rendono di più) e dalla affidabilità dello stato che emette il titolo stesso. I risparmiatori, infatti, tendono a preferire gli stati più affidabili.

Quelli meno affidabili, pertanto, per attirare il denaro sono costretti ad alzare gli interessi promessi, offrendo di più di quanto non offrano gli altri.

E dunque, questo spread, cosa misura?

Come abbiamo anticipato, lo spread però indica non tanto il tasso di rendimento dei titoli, ma il suo differenziale col tasso di rendimento dei titoli tedeschi. Visto che la Germania ha un’economia molto solida, il tasso di rendimento dei Bund è infatti solitamente piuttosto basso.

Più lo spread aumenta, più il paese che si sta analizzando – ad esempio l’Italia – è stato costretto ad alzare gli interessi offerti per attirare investitori. Più invece lo spread si abbassa, più il paese analizzato ha un’economia che sembra rassicurare i risparmiatori.

   

 

2. Perché è così importante

Lo spread, dunque, è in primo luogo una misura dell’affidabilità di un paese in campo economico, o quantomeno della percezione diffusa sulla sua affidabilità. Gli investitori, infatti, si informano sullo stato di un’economia, ma a volte si lasciano anche influenzare dalle voci che girano sul mercato e dalle aspettative.

Come sempre quando si tratta di investimenti, quello che è importante non sono solo i dati reali, ma anche le speranze per il futuro. Un governo che non sembra promettere niente di buono verrà guardato con sospetto dai mercati, al di là anche di quello che poi effettivamente farà.

Per questo motivo, lo spread può essere influenzato non solo dall’effettiva salute di un’economia, ma anche dalle dichiarazioni di ministri o esperti riguardo a un paese o ad un altro. In questo senso, particolarmente rilevante è quello che dicono le agenzie di rating.

Le agenzie di rating

Negli ultimi anni sui giornali e in TV avrete spesso sentito parlare di queste agenzie. Le più famose hanno nomi ormai noti, come Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch. Si tratta infatti di agenzie che hanno un peso non irrilevante nella politica e nell’economia.

Esse si occupano di assegnare una sorta di pagella (riassunta con sigle che spesso richiamano i voti nella scuola americana: A, B eccetera) ad ogni società che emette titoli sul mercato, sia essa un’azienda o addirittura uno stato. Il loro giudizio viene guardato con grande attenzione dai risparmiatori quando devono scegliere dove investire i loro soldi.

La sede di Standard & Poor's, una delle più importanti agenzie di rating (foto di B64 via Wikimedia Commons)
La sede di Standard & Poor’s, una delle più importanti agenzie di rating (foto di B64 via Wikimedia Commons)

I paesi che ottengono, pertanto, una buona valutazione da queste agenzie attirano più facilmente gli investitori. Quelli che ne ottengono una negativa, invece, fanno ben più fatica e sono costretti, di conseguenza, ad alzare il tasso di rendimento.

Il meccanismo con cui vengono date le varie valutazioni e gli eventuali conflitti di interesse di queste agenzie sono però stati discussi anche in anni recenti. Come tutti i soggetti in grado di influire sull’economia, d’altronde, presentano luci ed ombre, attirano interessi diversi e devono gestire pressioni di vario tipo.

Gli interessi sul debito

Com’è ormai piuttosto chiaro, lo spread è legato quindi al tasso di interesse garantito ai titoli di stato. E perché questo tasso è così rilevante? Come influisce sulle politiche economiche di un paese?

Per capirlo, ritorniamo all’esempio concreto. Abbiamo detto che un paese che spende di più di quello che incassa ha bisogno di chiedere soldi in prestito, promettendo ai risparmiatori di restituirli con un certo tasso d’interesse. Quando un paese è solido, il tasso d’interesse rimane basso; quando è meno solido, invece, sale.

In questo secondo caso, però, si può generare una sorta di circolo vizioso. Un tasso d’interesse alto implica che lo stato, quando dovrà restituire i soldi, dovrà versarne ben di più di quanti ne aveva incassati. In pratica, più sale il tasso di rendimento, più un paese di fatto si indebita pesantemente, promettendo interessi alti.

In questo modo, i paesi più fragili rischiano di aumentare la loro fragilità: hanno bisogno di fondi e promettono di restituirli sempre più maggiorati, e così appaiono ancora più fragili e si vedono costretti ad alzare ulteriormente il rendimento dei loro titoli. Avere uno spread molto alto assomiglia ad affidarsi agli strozzini, per intenderci.

Il vero rischio dello spread

Proprio qui sta il vero rischio, quando si parla di spread. Il problema è infatti che se le cose iniziano ad andar male, facciano fatica a fermarsi e si può generare una sorta di effetto domino che porta verso il fantomatico default (cioè la bancarotta dello stato, che si verifica quando non può più pagare i propri debiti).

Il meccanismo è chiaro: lo stato che è in crisi chiede più facilmente prestiti, ma più chiede prestiti e più è debole e più deve alzare il rendimento dei suoi titoli di stato. Così si indebita sempre di più, innestando una spirale negativa che può portare alla bancarotta, al mancato pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici e altro ancora.

La crisi dello spread vissuta dalla Grecia
Una situazione che non è così fantasiosa. Negli anni ’10 la Grecia, paese vicino a noi geograficamente, ha attraversato una pesantissima crisi economica dovuta proprio all’innalzamento dello spread. E non si è arrivati al default solo per via di alcune misure draconiane che sono state prese per salvare il paese.

Qualche anno prima, nel 2001, l’Argentina invece non era riuscita ad evitare il default, annunciando l’impossibilità di ripagare buona parte del proprio debito pubblico. Le conseguenze nel breve periodo furono drammatiche, con un quarto della popolazione finita sotto la soglia di povertà estrema nel giro di pochi mesi.

   

 

3. Com’è messa l’Italia (e com’era messa in passato)

Dopo aver spiegato il funzionamento dello spread, cerchiamo di capire cosa è accaduto in questi anni all’Italia da questo punto di vista. Partendo da un dato di fatto: di spread nel nostro paese non si era sostanzialmente mai parlato – almeno non al grande pubblico – fino al 2011.

D’altronde, fino circa al 2008 lo spread italiano (cioè il differenziale coi titoli tedeschi) era stato abbastanza contenuto, sempre attorno ai 30-40 punti base. La crisi economica scoppiata nel 2008 ha però rimescolato le carte e portato diverse novità (negative) anche nel nostro paese.

Dopo qualche mese di incertezza, la vera svolta per il nostro paese si registrò nell’estate del 2011. A luglio, a causa in parte anche della crisi greca, il rendimento dei titoli di stato italiani schizzò in alto, attorno ai 400 punti base. A novembre arrivò oltre quota 550, preoccupando tutti gli operatori economici.

Fu in quel contesto che il governo Berlusconi IV, in quei giorni, arrivò a rassegnare le dimissioni per lasciare spazio a un nuovo esecutivo sostenuto da varie forze di sinistra, centro e destra. Si trattava del governo Monti, che nacque con l’obiettivo di rassicurare i mercati e varare alcune pesanti riforme economiche per dare stabilità al paese.

Monti e dopo Monti

Nel giro di qualche mese arrivarono, infatti, diversi tagli (ricordate la Riforma Fornero?) e lo spread calò, scendendo attorno ai 300 punti base. La tempesta non era però del tutto passata. Nel luglio 2012, a causa anche di concomitanti difficoltà di Spagna e Grecia, lo spread salì nuovamente oltre i 500 punti base.

A quel punto fu la BCE, la Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi, ad intervenire con lo “scudo antispread” ed altre misure. Nel 2013, dopo la fine del governo Monti e le nuove elezioni, lo spread si presentava ormai stabilmente al di sotto dei 300 punti. Con l’insediamento del governo Letta era sceso a 216.

Lo spread italiano durante il governo Berlusconi e subito dopo
Le cose andarono ancora meglio nei mesi successivi. Nel dicembre 2015, dopo l’approvazione del Jobs Act di Renzi, arrivò a toccare quota 96 punti base, il minimo da molti anni a quella parte. Non sarebbe durata a lungo: un anno dopo, infatti, Renzi fallì al referendum e lasciò il governo con uno spread a quota 165.

Quando nel 2018 le elezioni furono poi vinte da Lega e, soprattutto, Movimento 5 Stelle, lo spread salì rapidamente, forse per i timori che il nuovo governo – che sembrava avere un programma euroscettico – avrebbe favorito un’uscita dell’Italia dalla UE. Nell’ottobre 2018 si toccò un nuovo picco di 329 punti base.

Lo spread italiano nel 2018
Le cose si sono poi calmate nei mesi successivi, sia perché gli esponenti politici hanno moderato le loro dichiarazioni, sia perché la nuova maggioranza nata nell’estate 2019 si dichiara ora fortemente europeista. Attualmente (nel gennaio 2020) lo spread si attesta attorno ai 150 punti base1.

   

 

4. I paesi con lo spread migliore

Concludiamo con due veloci classifiche, sempre aggiornate al gennaio 2020. Quella che vedete qui di seguito indica i paesi con lo spread migliore (il riferimento è sempre quello ai titoli decennali in rapporto ai Bund tedeschi).

PaeseSpread
Svizzera-40,50
Germania0,00
Danimarca3,00
Paesi Bassi9,00
Austria16,90
Giappone22,30
Finlandia23,50
Belgio24,20
Francia26,00
Irlanda27,00
   

 

5. I paesi con lo spread peggiore

Ed ora spazio ai paesi con lo spread al momento peggiore in tutto il mondo.

PaeseSpread
Egitto1429,70
Turchia1127,40
Sud Africa839,90
Messico725,00
Brasile701,10
India684,10
Russia640,40
Romania449,40
Islanda354,40
Cina335,80

 

E voi, quale aspetto dello spread preferite?

Note e approfondimenti

  • 1 Se volete sapere quanto vale esattamente oggi, potete consultare questa pagina.

 

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