L’esistenzialismo è stata una delle correnti più importanti ed influenti del ‘900. C’è stato un momento in cui tutta la cultura europea sembrava convergere verso le idee di questo eterogeneo movimento. La letteratura, l’arte, la discussione pubblica e soprattutto la filosofia affrontavano temi comuni e davano risposte più o meno omogenee. Ma che cos’è l’esistenzialismo, o almeno che cos’è stato?

Nel Novecento e anche prima

Oggi cercheremo di dare una definizione un po’ più ampia, che vada oltre quella che si può trovare all’inizio di qualsiasi voce enciclopedica. Proprio perché è difficile inquadrare una corrente così particolare in poche parole. Per limitarla storicamente, diciamo che – nonostante alcuni prestigiosi precursori – la corrente si sviluppò compiutamente solo nel ‘900. I poli furono essenzialmente due: quello francese e quello tedesco. Con differenze anche sostanziali.

Ciononostante, intendendo il termine “esistenzialismo” in senso più ampio, le idee di questi filosofi si possono ritrovare anche prima e anche altrove. Ce n’è un barlume in Russia, soprattutto nell’opera di alcuni romanzieri. Altri germi di questo modo di pensare si possono individuare persino nel pensiero greco e romano. O nella Franca del Seicento, con Blaise Pascal. E poi, soprattutto, nel nord Europa, con la figura di Søren Kierkegaard.

Avremo modo di parlare di tutto questo. E di presentare per sommi capi il pensiero dei maggiori pensatori di questa corrente, sia che si vantassero di appartenervi (come nel caso di Sartre), sia che rifiutassero quest’etichetta (come nel caso di Heidegger).

 

Da dove nasce e quali idee porta avanti

Un buon riassunto dalla filosofia esistenzialista

L'esistenzialismo è un umanismo, celebre libro di Jean-Paul SartreIl luogo d’origine dell’esistenzialismo l’abbiamo in parte già fotografato: tra la Germania e la Francia, nel ‘900. Ora vediamo di definire meglio i contorni di questa corrente. Prima di tutto, ci sono dei motivi per cui questo movimento emerse proprio in quel momento storico e proprio in quei luoghi. Ad esempio, la crisi dei valori tradizionali.

Per tutto l’Ottocento, i filosofi delle diverse correnti avevano portato un attacco radicale e continuativo verso i vecchi valori. Il Romanticismo aveva messo in dubbio la visione cristiana, sostituendola con un panteismo molto forte. Schopenhauer era arrivato addirittura ad affermare che la vita e l’esistenza non avevano alcun senso.

Verso Nietzsche, Marx, Freud

Subito dopo, i positivisti avevano esaltato la scienza, svilendo la tradizione. Il vero motore della storia diveniva per loro il progresso, che però vedeva un trionfo netto della tecnica sullo spirito.

Infine, il colpo di grazia l’avevano dato – in maniera diversa – Nietzsche, Marx e Freud. Il primo aveva affermato, traendo e anticipando le conclusioni di questo nostro stesso discorso, che Dio era morto. Come a dire che non aveva più senso appellarsi a una forza esterna, e che l’uomo era solo nel mondo.

Marx, dal canto suo, aveva presentato la religione come un mero inganno, ordito dal potere contro i popoli. Allo stesso modo, Freud riteneva che l’uomo non fosse padrone neppure all’interno della propria psiche, condizionato da norme morali eteronome, introiettate tramite il Super-Io. Insomma, nell’Ottocento si era messo in discussione più o meno tutto.

L’uomo di inizio Novecento

Cosa rimaneva, dunque, negli anni ’20 del ‘900? Rimaneva un uomo senza direzione, perso, disorientato. Tutto ciò in cui i suoi padri avevano riposto fiducia e fede sembrava crollato. Le religioni erano in crisi. Il progresso, complice la Grande guerra, sembrava più che altro una corsa verso il disastro. Anche le grandi lotte politiche e sociali, con l’imporsi dei fascismi, parevano venire meno.

Per questo tanti filosofi cominciarono a porsi domande sul senso dell’esistenza. In che modo l’uomo contemporaneo, che è passato attraverso questo crollo, può porsi in relazione con se stesso? E con l’esistente? Con gli altri esseri umani, con le cose? E come può relazionarsi con l’Essere?

I due poli esistenzialisti

Sono queste le domande fondamentali che contraddistinguono tutti i pensatori di questa corrente. I problemi sono sostanzialmente gli stessi, anche se le risposte sono, a volte, molto diverse. La scuola francese, fortemente influenzata da Jean-Paul Sartre, spinse infatti verso un esistenzialismo umanista, attento a mettere l’uomo al centro dell’indagine, nel bene e nel male.

Heidegger

La scuola tedesca fu invece più variegata. Martin Heidegger, che ne fu forse l’esponente maggiore, criticò la deriva umanista e ritenne che al centro dell’indagine dovesse esserci un approccio non “esistensivo” ma “esistenziale”, cioè rivolto alla dimensione ontologica. Karl Jaspers, invece, partì da basi psicologistiche, ma comunque finì per porsi problemi simili a quelli di Heidegger, anche riprendendo temi già affrontati da Kierkegaard.

In ogni caso, i problemi sono questi: che senso ha la vita, qual è il ruolo dell’uomo nel mondo e se ci sia qualcosa oltre al nulla che sembra attanagliarci tutti. Detta in altri termini, se la morte di Dio ci porti inevitabilmente al nichilismo oppure no. Che il problema lo si affronti dal basso (dall’uomo) o dall’alto (dall’Essere), che vi si trovi una soluzione o che ci si debba arrendere, questo è il tema.

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Cosa c’entrano Kierkegaard e Dostoevskij?

Gli anticipatori del XIX secolo

Søren Kierkegaard, il principale precursore dell'esistenzialismoAbbiamo detto finora che l’esistenzialismo è una corrente filosofica novecentesca. Ma, se questo è vero, come mai spesso si sentono fare i nomi di Søren Kierkegaard, di Fëdor Dostoevskij, perfino di Henrik Ibsen, vissuti nell’Ottocento? E perché, altrettanto spesso, si sentono i nomi di scrittori sì del ‘900, ma non filosofi, come Franz Kafka, Eugène Ionesco o Jack Kerouac?

Alla seconda di queste domande risponderemo più avanti, quando parleremo dell’influsso dell’esistenzialismo sull’arte. Ora però vale la pena di approfondire la prima. Come abbiamo detto, l’esistenzialismo trae avvio dalla riflessione di vari pensatori del XIX secolo. Pensatori che non si possono definire esistenzialisti, come Schopenhauer o Nietzsche, ma che di sicuro influenzarono i loro posteri.


Leggi anche: Cinque romanzi legati alla filosofia esistenzialista

In quel secolo ci furono però filosofi e scrittori che non è poi così assurdo definire esistenzialisti, o pre-esistenzialisti. Uno è sicuramente Kierkegaard, filosofo danese con cui tutti gli esponenti novecenteschi si confrontarono. Lui fu il primo ad affrontare i temi dell’esistenza in maniera così compiuta e totale. Fu il primo ad analizzare il ruolo dell’uomo nel mondo, con o senza Dio.

I problemi e i termini

Fu, soprattutto, il primo a introdurre concetti e termini che poi avrebbero contraddistinto tutto il movimento. Il problema dell’individualità, ad esempio, e delle sue scelte. La questione dell’angoscia, che da queste scelte deriva. Le varie modalità esistenziali, che portano, a volte, allo scacco esistenziale. Insomma, tutte questioni che – fosse vissuto cento anni dopo – avrebbero fatto del filosofo danese il capofila del movimento.

Dostoevskij, invece, non affrontò mai i problemi filosofici in maniera diretta. Al saggio preferì il romanzo, anche se le sue storie trasudano filosofia. Memorie dal sottosuolo, ad esempio, affronta direttamente il tema del senso della vita. Delitto e castigo parla del crollo dei valori e del nichilismo. I fratelli Karamazov è la summa di tutto, un romanzo in cui si scontrano le diverse concezioni della vita e dell’esistenza.

La differenza tra Ottocento e Novecento

La cosa che più distingue Kierkegaard e Dostoevskij dai pensatori del ‘900 non sono quindi tanto i temi, quanto le risposte. Entrambi, infatti, risolsero i problemi esistenziali affidandosi a Dio, e quindi alla religione. Aderivano cioè a una fede che era capace di superare il nichilismo e si rivelava l’unica forza in grado di dar senso all’esistenza.

Nel ‘900, una risposta del genere era ancora possibile, ma ben più difficile da ottenere. L’esistenzialismo francese, non a caso, è essenzialmente ateo, e anche quello tedesco comunque tende a sfuggire a una soluzione banalmente religiosa. Rimane, sì, una corrente anche di esistenzialisti credenti, ma di minor peso. E comunque, dopo Auschwitz e gli orrori del ‘900, sperare in Dio non appariva più come una soluzione semplice.

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Quali sono i principali esponenti

In Francia, in Germania e anche in Italia

Martin HeideggerAlcuni dei principali esponenti li abbiamo già citati. I più famosi sono indubbiamente il tedesco Martin Heidegger e il francese Jean-Paul Sartre. Famosi non solo per le loro riflessioni filosofiche, ma anche per motivi politici e storici. Heidegger, infatti, fu il primo a portare alla ribalta certe questioni col suo Essere e tempo, ma si compromise col nazismo e dopo la Seconda guerra mondiale fu per qualche anno ridotto al silenzio.

Sartre, invece, partì proprio dalla riflessione di Heidegger, ma come detto cercò di portarla su un terreno molto più concreto. La sua filosofia parte dall’esistenza, ma poi si pone soprattutto domande morali. Fu lui, non a caso, a parlare di umanismo, ma anche a rendere popolare il termine “esistenzialismo”. La stessa scelta di non scrivere solo trattati filosofici, ma anche romanzi e drammi teatrali gli consentì di raggiungere un amplissimo pubblico.

Jaspers

Il terzo grande filosofo esistenzialista è probabilmente Karl Jaspers. Psicologo, rifiutò l’influenza di Husserl – che è invece grande sia in Heidegger che in Sartre – ma alla fin fine abbracciò l’approccio di Heidegger, cercando risposte tra esistenza e trascendenza.

Oltre i tre grandi maestri

Accanto a questi tre grandi si pone una selva piuttosto ampia di pensatori, che declinarono i diversi approcci in forme e vie diverse. Ad esempio in Francia ebbe una grande influenza Albert Camus, più scrittore che filosofo ma di sicuro molto importante. Oppure si può citare anche Simone de Beauvoir, compagna di vita di Sartre. Oppure ancora Maurice Merleau-Ponty, prima fedele adepto di quel circolo parigino e poi, dopo la rottura con Sartre, più autonomo.

Forse il francese più vicino al pensiero di Heidegger e Jaspers fu invece Gabriel Marcel, che però non si considerava un esistenzialista. Allo stesso modo, rifiutava quest’etichetta – ma per motivi diversi – pure Emil Cioran, filosofo radicalmente pessimista di origini rumene.

Gli esistenzialisti italiani

Infine, l’esistenzialismo si è diffuso pure in Italia. Appartiene a questa corrente, ad esempio, Nicola Abbagnano, celebre autore di un manuale di storia della filosofia che è ancora in uso in moltissimi licei italiani. Inoltre bisogna menzionare il piemontese Luigi Pareyson, allievo di Jaspers e poi a sua volta maestro di Umberto Eco e Gianni Vattimo, e il lombardo Emanuele Severino, che invece, partendo da Heidegger, si è avvicinato a una personale rielaborazione del pensiero di Parmenide.

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Nei romanzi e nell’arte

Tra letteratura e musica

Viaggio nei romanzi legati all'esistenzialismo, a partire da Albert CamusCome abbiamo detto, l’esistenzialismo non è stato solo una tendenza filosofica. Ha investito, soprattutto nel secondo dopoguerra, anche le arti e la letteratura, che l’hanno reso popolare. Ma in quali opere si trovano meglio espressi gli ideali e i problemi degli esistenzialisti?

Cominciamo dai romanzi. Prima di tutto bisogna menzionare i già citati Camus e Sartre. Il primo trovò un duraturo successo con Lo straniero, storia di un uomo che compie un omicidio sostanzialmente senza ragione, e ne paga le conseguenze. Il secondo scrisse varie opere, ma il romanzo di maggior successo è sicuramente La nausea. Lì il protagonista è uno studioso che scopre l’insensatezza della propria esistenza.


Leggi anche: Cinque famose frasi de La nausea di Jean-Paul Sartre

Già prima di loro, però, c’era stato uno scrittore che aveva intuito l’assurdità della vita e lo spaesamento dell’uomo moderno. Questi è indubbiamente Franz Kafka, scrittore letto e studiato da molti pensatori. Le sue opere, al confine tra surrealismo ed esistenzialismo, introducevano l’uomo in un Novecento claustrofobico.

In Italia

Anche in Italia vari scrittori cercarono di ispirarsi a queste esperienze. I due più importanti furono probabilmente Alberto Moravia e Dino Buzzati. Il primo esordì nel 1929 con Gli indifferenti, romanzo sull’aridità morale della sua epoca e, appunto, sull’impossibilità dell’uomo di dare un senso all’esistenza. Temi simili vennero ripresi per gran parte della carriera, in particolare in La noia del 1960.

Buzzati, invece, fu sicuramente influenzato da Kafka, tanto da venir addirittura chiamato “il Kafka italiano”. Celebre è il suo Il deserto dei Tartari, che anticipava temi che sarebbero stati poi ripresi dai drammaturghi del teatro dell’assurdo. Allo stesso filone, comunque, appartengono anche Il segreto del Bosco Vecchio e la raccolta La boutique del mistero.

Teatro e musica

Per quanto riguarda i drammi, sicuramente la corrente del teatro dell’assurdo può essere vista come un derivato dell’esistenzialismo. Lì autori come Eugène Ionesco e Samuel Beckett condensarono le loro impressioni sull’assurdità della vita e su quell’angoscia su cui avevano indagato proprio i filosofi. Da questo punto di vista, Aspettando Godot è forse la più celebre opera esistenzialista di tutti i tempi.

Brassens e la Gréco

Un ultimo accenno, per concludere, anche ai cantanti. Perché a rendere ulteriormente popolare questo approccio filosofico furono infatti i cantautori, soprattutto quelli francesi. I capofila della corrente furono essenzialmente due.

Il primo fu Georges Brassens, cantante e poeta anarchico amatissimo in Francia. La seconda, e forse ancora più musa degli esistenzialisti, fu Juliette Gréco, che si esibiva nei locali parigini quando l’esistenzialismo viveva la sua stagione di massima popolarità.

In Italia molti si sono ispirati a questi modelli, ispirandosi soprattutto a Brassens. I più noti cantanti esistenzialisti nostrani sono stati probabilmente Luigi Tenco, Claudio Lolli e in parte Fabrizio De André.

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La moda dell’esistenzialismo

Il look della rive gauche

Anche i Simpson hanno preso in giro la moda esistenzialistaConcludiamo con una nota di colore. L’esistenzialismo non fu solo argomento da aule universitarie. Come abbiamo più volte cercato di far notare, nella parte forse finale del proprio percorso divenne anche un movimento estremamente popolare.

I libri degli esistenzialisti – almeno quelli più accessibili, come alcuni testi di Sartre – venivano comprati e letti dai liceali. Quelle idee venivano cantate dai musicisti. Quel clima veniva vissuto e respirato nei café, nelle strade e nei circoli più o meno intellettuali, non solo francesi.

Dolcevita e basco

L’esistenzialismo, quindi, diventò di moda. E lo diventò in tutti i sensi. La capitale di questa tendenza fu la Parigi degli anni ’50, abilmente descritta anche da alcuni film. Sulla rive gauche i giovani si vestivano tutti (o quasi) col dolcevita nero e il basco in testa. Avevano atteggiamenti malinconici e decadenti. Sostenevano di non credere in nulla e si proclamavano nichilisti.

La moda, dalla Francia, si diffuse presto anche negli Stati Uniti. Solo che là, dove l’influenza di Sartre era praticamente nulla, il legame con la filosofia di partenza si perse in fretta. Per questo i giovani che tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 si vestivano “alla francese” vennero chiamati beatnik. Aspiranti artisti, un tantino snob e primi portatori della controcultura, avrebbero poi avuto una precisa influenza sul ’68 statunitense.

Ovviamente tutte queste mode finivano spesso per banalizzare il messaggio filosofico. Che anzi, perlopiù puntava su un disperato individualismo e non certo su forme più o meno alternative di conformismo. Ma con l’andare del tempo quell’immagine è rimasta impressa nella memoria, e non è raro trovarla ancora presa in giro in film e cartoni animati.

 

 

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