"Il porto proibito" di Teresa Radice e Stefano TurconiChi legge abitualmente Topolino conosce molto bene il talento di Teresa Radice e Stefano Turconi; un talento che si è sviluppato nel corso degli ultimi quindici anni, dando vita a numerose storie come quelle della apprezzata saga di Pippo reporter, che giustamente in questi mesi ha iniziato ad essere raccolta in volume dalla Panini, ma che negli ultimi tempi ha imboccato anche strade estranee alla tradizione disneyana.

Perché Radice e Turconi sono compagni non solo di lavoro ma anche di vita, e questo li ha portati spesso a cercare insieme nuove vie narrative. Nel 2013 è così nato il volume Viola Giramondo, una storia che aveva ancora qualcosa di disneyano (o almeno di disneyano alla maniera italiana) ma che vedeva come protagonista una ragazzina tra la Parigi di Toulouse-Lautrec e l’America inesplorata; quest’anno, invece, i tipi di Bao hanno dato alle stampe Il porto proibito, un volume che segna la definitiva consacrazione dei due e rischia seriamente di entrare nella cinquina dei fumetti più belli dell’anno che stiliamo a dicembre.

Non stancarti di andare
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Tosca dei boschi
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La graphic novel – stampata tra l’altro egregiamente, in un’edizione assai curata che ricorda i vecchi libri dell’Ottocento – racconta una storia di formazione che si dipana tra il porto di Plymouth e alcune navi britanniche agli inizi del Diciannovesimo secolo, all’epoca in cui si salpava ancora per terre lontane in cerca di avventura e rivalsa. Protagonista è il giovane Abel, un ragazzo recuperato dopo un naufragio che sembra aver perso la memoria, ma che presto dimostrerà delle capacità inaspettate in un giovane della sua età e dei ricordi che faranno dubitare che lui sia effettivamente quel che sembra.

Tra Coleridge e Lost

Una storia di avventura, passioni e tradimenti come si conviene a libri di questo genere, che trova un raro equilibrio tra i riferimenti alti (The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge, soprattutto, ma anche una sequela di altri poeti romantici) e quelli del feuilleton, tra William Wordsworth e Jules Verne, tra Joseph Conrad e, perché no, perfino Lost. Ma al di là di tutto questo, è proprio il modo in cui Radice e Turconi sono riusciti a realizzare il loro progetto che lascia stupefatti. La storia procede liscia ponendo i suoi tasselli l’uno dopo l’altro, fino a formare un grande puzzle che trova la sua soluzione nei capitoli finali; il disegno, realizzato esclusivamente a matita con diverse gradazioni di grigi, è straordinario nel rendere l’atmosfera graffiante ed estrema del plot, e Turconi d’altronde ha ormai uno stile sicuro, che lo contraddistingue e che padroneggia egregiamente.

Insomma, una graphic novel come, soprattutto in Italia, di solito non se ne fanno. Anche per questo motivo abbiamo contattato la coppia lombarda, chiedendo loro di fornirci un elenco dei cinque libri di mare che preferiscono e che più li hanno ispirati nella realizzazione del loro piccolo ma grande capolavoro. Ecco l’elenco con cui ci hanno risposto.

[Ermanno Ferretti]

 

Robert Louis Stevenson – L’isola del tesoro

Perché è l’archetipo delle avventure marinaresche

"L'isola del tesoro" di Robert Louis StevensonSe, quando si parla di libri di mare, il primo che viene in mente (9 volte su 10) è L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, un motivo ci sarà.

Questo romanzo è senza dubbio l’archetipo delle avventure “marinaresche”: pirati col pappagallo sulla spalla, mappe di tesori nascosti, velieri, isole deserte… tutti gli elementi che, nella nostra immaginazione, associamo alle “storie di mare” vengono da lì. Scritto dal figlio di un costruttore di fari scozzese (già questo dice qualcosa…), è, secondo noi, IL libro che ogni ragazzino (e non) dovrebbe leggere. C’è l’avventura, c’è il mare, e c’è uno dei più bei cattivi della storia: quel marinaio con una gamba sola, allo stesso tempo irresistibile e infido, affascinante e spietato, cui un altro grande scrittore, Björn Larsson, dedicherà una bellissima biografia (La vera storia del pirata Long John Silver).

L'isola del tesoro
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La storia è quella di un viaggio, alla ricerca di un tesoro sepolto anni prima da un feroce pirata (il capitano Flint); un viaggio di formazione per il giovane Jim Hawkins, colui che ha trovato la mappa nel baule di un altro personaggio strepitoso: Billy Bones (il suo ingresso alla locanda, in una notte di pioggia, con la cicatrice bianca che gli taglia una guancia, gli occhi di ghiaccio e il lungo codino incatramato è, credo, una delle più memorabili “entrate in scena” della storia della letteratura). E c’è anche, all’interno del libro, l’archetipo delle “canzonacce marinaresche”: provate a canticchiare “quindici uomini, quindici uomini…”; credo che chiunque sia nei paraggi sarà in grado di continuare…

 

Herman Melville – Moby Dick

Perché è un romanzo di una forza incredibile

"Moby Dick", il capolavoro di Herman MelvilleIl secondo libro che viene di solito in mente, sempre parlando di genere marinaresco, è senza dubbio Moby Dick.

Melville di balene ne capiva, essendosi lui stesso imbarcato su una baleniera per un certo periodo, e vuole farcelo sapere. Alcuni capitoli centrali del romanzo sono una serie ininterrotta di disquisizioni sulle varie specie di balene, sul loro comportamento, sui quadri che le ritraggono. Tutto ciò sarebbe anche interessante, se non fosse per il fatto che tutte le informazioni vengono dalle conoscenze di un periodo, la metà dell’Ottocento, in cui di tale argomento si sapeva poco o nulla: sono quindi informazioni abbastanza strampalate, oltre che tremendamente tedianti.


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Moby Dick o la balena
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Se, però, si superano indenni questi capitoli il resto del romanzo è di una forza incredibile. Il centro del racconto è la cieca e feroce sete di vendetta del capitano Achab, cui Moby Dick, un gigantesco capodoglio dalla pelle bianca come la morte e coperta da una rete di tremende cicatrici, ha strappato una gamba. Il vecchio capitano, con gli occhi spiritati, che di notte tiene sveglia tutta la ciurma col ticchettio della sua gamba di osso di balena, che inchioda all’albero maestro del Pequod un doblone d’oro promettendolo al primo che avvisterà il mostro e che sarà disposto a sacrificare tutto alla sua scellerata impresa, difficilmente lascerà indifferente qualsiasi lettore (a me vengono i brividi anche solo a scriverne…). Senza contare gli altri personaggi: Queequeg con la faccia tatuata, Elia, il predicatore profeta di disgrazie, e i marinai, i rudi ramponieri, e Ismaele, il narratore.

 

Patrick O’Brian – Primo comando

Perché è il primo di una serie di romanzi zeppi di personaggi memorabili

"Primo comando" di Patrick O'BrianPrimo comando di Patrick O’Brien è il primo di una serie di venti libri, forse non il migliore, ma vanno letti in fila.

L’epoca è quella d’oro della navigazione a vela e delle battaglie navali: l’epoca delle guerre napoleoniche, della Royal Navy e di Horatio Nelson. È una lunga e articolata storia di amicizia, tra Jack Aubrey, capitano di fregata (di corvetta, all’inizio) della marina di Sua Maestà, e Stephen Maturin, medico di bordo sulle navi comandate dall’amico (la “cara, vecchia Surprise”, soprattutto). Diversissimi per indole e idee, il capitano Aubrey è un Tory (un “conservatore”) inglese, anglicano, allegro, sanguigno e tendente alla “pinguedine” (come spesso lo rimprovera l’amico dottore), imponente, autorevole, rispettato e temuto sul mare quanto goffo e ingenuo sulla terraferma; l’altro, Maturin, un naturalista, un uomo di lettere, magro e pallido, irlandese, cattolico, anarchico, illuminista, abile spia al servizio dell’Inghilterra (come era stato lo stesso scrittore, durante la Seconda guerra mondiale), a suo agio sulla terraferma quanto imbranato e inetto sul mare (fino al ventesimo romanzo Jack non riuscirà a capacitarsi di come, dopo tanti anni di navigazione, l’amico sia ancora sostanzialmente un “terrazzano”).

Rotta a Oriente
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Primo comando: Un'avventura
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La nave corsara
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Le descrizioni delle manovre navali sono tante, accuratissime e, per chi non ne capisce niente (come il sottoscritto) incomprensibili. Non più, comunque, di tante spiegazioni pseudo-fanta-fisiche di tanti film di fantascienza. Tolto questo, i romanzi sono bellissimi, accurati (O’Brian coinvolge i suoi eroi in praticamente tutti gli avvenimenti storico-guerreschi marini accaduti tra il 1805 e il 1815), ironici, zeppi di personaggi memorabili (personalmente ho una predilezione per il famiglio Killik) e al ventesimo romanzo si finisce anche per capire qualche termine marinaresco.

 

Joseph Conrad – Tifone

Perché ti fa venire davvero il mal di mare

"Tifone" di Joseph ConradCerto non il più famoso tra gli scritti di Conrad, Tifone è un racconto lungo, pubblicato dapprima in una rivista e solo successivamente, nel 1903, in volume.

La sua forza sta nell’esperienza marinaresca personale che Conrad infila in tutte le sue storie e che qui ha il volto del tifone stesso, della burrasca che ulula titanica nelle tenebre e sconquassa il piroscafo Nan-Shan e le vite dei suoi occupanti, trascinati con esso in una buia voragine dalla quale non si intravede l’uscita. C’è il capitano MacWhirr, una sorta di “anti-eroe” assolutamente comune, puntiglioso e sbrigativo, senza veri legami affettivi, e c’è il suo secondo, il signor Jukes, dalla personalità opposta: sanguigno, facile all’ira, impetuoso ed irrequieto. C’è lo scontro di punti di vista tra i due, che ti rimangono appiccicati per un po’ al termine della lettura, ma c’è soprattutto il vero protagonista della vicenda: il mare stesso. Il mare rabbioso e schiumeggiante, il mare che decide delle vite di chi lo solca senza chiedere pareri e può rovesciarne le sorti in un battito d’onda.

Conrad cominciò a scrivere a 32 anni, con alle spalle tanta vita vissuta su quelle onde, e si sente. Si sente tanto che arrivi ad un punto in cui, leggendo, provi davvero mal di mare, e ti aggrappi alle pagine, nel tentativo di superare la nausea, nella speranza che il tempo si rimetta al bello e tu possa sopravvivere al finale. Ché non si dice, ma quando chiudi il libro, per qualche passo, barcolli ancora.

 

Erri De Luca – Tu, mio

Perché sa di pesca e di abbandono

La copertina di "Tu, mio" di Erri De LucaC’è mare, in questo libro splendido che si intitola Tu, mio, dalla prima all’ultima pagina. E anche se è la storia di un ragazzino e dell’estate dei suoi 16 anni, del suo incontro con una giovane donna, del suo rapporto con la famiglia e gli amici, della sua ricerca di sé per capire quale strada prendere… c’è sempre e prima di tutto il mare.

Sa di pesca e di abbandono, questa storia, di passato da scoprire e di futuro da scrivere. Ogni parola ha la preziosità di una perla, è scelta con amore. È un libro di mare e di amore, e di amore per il mare. E, come quando esci dall’acqua alla quale ti sei acclimatato e t’incontra il vento, dà i brividi.

Tu, mio
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TU, MIO by ERRI DE LUCA
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«Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi […]. A noi spetta solo la superficie, quello che ci sta sotto è roba sua, vita sua. Noi bussiamo alla soglia, al pelo dell’acqua…».

 

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