Il primo uomo sulla Luna: la storia e le foto di Neil Armstrong

Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna

Cinquant’anni fa le TV di tutto il mondo trasmisero le immagini indimenticabili del primo uomo sulla Luna: si trattava di Neil Armstrong, il comandante della missione Apollo 11, che coronava il sogno millenario dell’umanità di poter mettere piede su un altro pianeta, anche se si trattava solo di un piccolo satellite.

Fu un evento straordinario, paragonabile a quello, registrato pochi anni prima, del primo volo in orbita del russo Jurij Gagarin: segnò un’epoca e coronò un periodo di ottimismo e speranza che si legava, proprio in quegli anni, a una maggior distensione nei rapporti tra USA e URSS. Ma chi era Neil Armstrong e come arrivò fin lì? Abbiamo ricostruito la sua storia.

 

1. La vita prima della NASA

Armstrong nacque il 5 agosto 1930 a Wapakoneta, una cittadina dell’Ohio. Era il primo di tre fratelli ed il figlio di un revisore di conti. Proprio per via del mestiere del padre, cambiò residenza molte volte durante i suoi anni giovanili, visto che il genitore doveva di volta in volta stabilirsi in diverse città dello stato.

Le cose si stabilizzarono al liceo, che Armstrong poté frequentare proprio a Wapakoneta. Nonostante gli spostamenti il giovane Neil mise a posto altri due tasselli della sua formazione, durante l’adolescenza: in primo luogo, divenne uno scout, attività che avrebbe poi ricordato anche durante il viaggio verso la Luna; in secondo luogo, ottenne il brevetto da pilota.

Già a 15 anni, prima ancora di aver l’età per guidare, Neil Armstrong infatti aveva il permesso di condurre i primi piccoli velivoli. La passione, d’altronde, gli era venuta fin da bambino, grazie ad alcune gite assieme al padre a vedere alcune esibizioni di aeri.

Fu per questo che nel 1947, finito il liceo, si iscrisse a Ingegneria Aeronautica alla Purdue University, che era all’epoca una delle prime ad offrire corsi di questo tipo. Riuscì a pagarsi gli studi grazie al cosiddetto Piano Halloway: lo stato sosteneva le spese, in cambio dell’impegno da parte degli studenti a prestare tre anni di servizio militare durante gli studi.

La Guerra di Corea

Così, a metà del percorso di laurea, dopo due anni di università, Armstrong mise da parte i libri e si arruolò nell’esercito. Il 26 giugno 1949 entrò infatti in marina, ovviamente addestrandosi per il servizio in volo. Poco più di un anno dopo era pronto per effettuare le prime missioni.

Nel frattempo però era scoppiata la Guerra di Corea e il giovane pilota fu quindi inviato su quel fronte. Il 29 agosto 1951 compiva la sua prima missione di ricognizione nella penisola asiatica, ma poco dopo cominciò anche ad effettuare bombardamenti e a imparare a sopravvivere alla contraerea nemica.

In tutto durante la guerra partecipò a 78 missioni, la maggior parte delle quali concentrate nel gennaio 1952. Fu decorato con varie medaglie, ma il 23 agosto 1952, dopo i tre anni pattuiti di servizio militare, lasciò la marina (entrando nella riserva navale) per continuare i suoi studi. Aveva nel frattempo raggiunto il grado di sottotenente di vascello.

Pilota collaudatore

Chiusa la parentesi nell’esercito, nel 1952 Neil Armstrong tornò quindi alla Purdue. Ottenne una laurea di primo livello in Ingegneria Aeronautica nel 1955 e poco dopo trovò lavoro presso il National Commitee for Aeronautics High-Speed Flight Station, dove avrebbe dovuto collaudare veicoli sperimentali.

Dopo qualche spostamento si stabilì in California, alla Edwards Air Force Base. Lì volò su diversi apparecchi, tra l’altro subendo parecchi incidenti, che erano anche prevedibili visto la natura provvisoria e sperimentale degli apparecchi su cui volava e delle operazioni di volo.

Neil Armstrong nel 1952, durante la Guerra di Corea
Neil Armstrong nel 1952, durante la Guerra di Corea

Ad ogni modo, Armstrong fu anche abbastanza sfortunato. Nel 1956, con un Boeing B-29 Superfortress, fu costretto ad un atterraggio di emergenza usando solo uno dei quattro motori. Nel 1957, sull’aerorazzo Bell X-1B, dovette atterrare senza carrello. Infine nel 1962, a bordo di un X-15, sbagliò “mira” finendo 64 chilometri a sud della base.

Sempre nel 1962, con un Lockheed T-33 Shooting Star ebbe difficoltà in un atterraggio, anche se per fortuna lui e il suo compagno vennero recuperati quasi indenni. Infine, nel maggio di quello stesso anno, ebbe di nuovo problemi con un Lockheed F-104 Starfighter.

   

 

2. La missione Gemini 8

Nel giugno 1962, comunque, Armstrong aveva già fatto domanda per partecipare al Programma Apollo della NASA. Aveva collaborato con l’ente spaziale come consulente negli anni precedenti, ma ora voleva di più, visto che per la prima volta l’ente sembrava aprire le porte ai civili che avessero voluto tentare la strada dello spazio.

Già a settembre era stato selezionato ed entrò a far parte dei New Nine, il secondo gruppo di astronauti della storia statunitense, che avrebbe dovuto portare avanti i programmi Gemini e Apollo. Dopo qualche anno, nel 1965, Armstrong fu quindi assegnato all’equipaggio della missione Gemini 8.

David Scott (a sinistra) e Neil Armstrong (a destra), l'equipaggio della missione Gemini 8
David Scott (a sinistra) e Neil Armstrong (a destra), l’equipaggio della missione Gemini 8

Oltre a lui, come si vede anche nella foto qui sopra, c’era un solo altro astronauta, David Scott, il pilota (mentre Armstrong fungeva da comandante). La loro missione partì il 16 marzo 1966 e avevo un obiettivo complesso: agganciare nello spazio l’Agena Target Vehicle, un veicolo senza equipaggio.

La missione doveva durare 75 ore di volo e prevedeva 55 orbite. All’epoca, nessuno aveva mai tentato una manovra così ardita, ma Armstrong fu scelto per la sua grandissima esperienza nel settore. L’Agena fu lanciato alle 10 del mattino, Armstrong e Scott lo seguirono alle 11:41.

Fallimento e redenzione

La missione partì molto bene, perché i due astronauti riuscirono ad agganciare rapidamente l’Agena, nonostante i collegamenti radio con la base fossero intermittenti. Però dopo circa mezz’ora dall’aggancio i due moduli cominciarono a ruotare in maniera vorticosa a causa del malfunzionamento di uno dei propulsori.

Armstrong a quel punto provò a sganciarsi dall’Agena, ma la Gemini continuò a ruotare, aumentando anzi la sua velocità di rotazione. Le operazioni di stabilizzazione costrinsero i due astronauti ad utilizzare quasi tutto il carburante a bordo. A quel punto, bisognava urgentemente tornare sulla Terra, cancellando le altre operazioni previste.

Le procedure utilizzate da Armstrong durante la crisi vennero analizzate dai tecnici della NASA. Questi ultimi si accorsero che probabilmente c’era un modo per stabilizzare la Gemini senza consumare tutto quel carburante, così da poter comunque compiere la seconda parte della missione (che prevedeva anche dell’attività extraveicolare).

In realtà, però, queste critiche furono subito messe da parte. Armstrong e Scott avevano infatti pienamente seguito i protocolli sulla base dei quali erano stati addestrati. L’errore era stato condotto a terra, quando non si erano considerati gli effetti rotatori dell’aggancio. Per il comandante non ci furono dunque conseguenze.

      

 

3. La missione Apollo 11

Successivamente Armstrong fece parte dell’equipaggio di riserva della missione Gemini 11, operando da terra e addestrandosi assieme agli altri astronauti impegnati nella missione. Poco dopo, nel 1967, si verificò però un incidente: durante un’esercitazione la navicella Apollo 1 si distrusse, con all’interno i tre membri dell’equipaggio.

La NASA a quel punto decise di tornare a puntare sui propri veterani e Armstrong venne inserito tra i partecipanti alle successive missioni Apollo. In base allo schema di rotazione in uso nell’ente spaziale, a Neil toccò il comando della missione Apollo 11, quella destinata all’allunaggio.

I tre astronauti dell'Apollo 11: da sinistra, Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin
I tre astronauti dell’Apollo 11: da sinistra, Neil Armstrong, Michael Collins e Buzz Aldrin

Il percorso verso quell’impresa, però, non fu affatto semplice. Ad esempio, nel maggio 1968 Armstrong fu coinvolto in un incidente. Mentre pilotava un veicolo da addestramento pensato per farlo abituare alla gravità lunare, i comandi andarono fuori uso e il veicolo precipitò. Riuscì ad eiettarsi appena in tempo prima di morire nell’incidente.

La preparazione

L’equipaggio dell’Apollo 11 venne deciso dalla NASA nel dicembre del 1968. Oltre ad Armstrong, esso includeva Buzz Aldrin, che avrebbe pilotato il modulo lunare, e Michael Collins, che doveva invece pilotare il modulo di comando. Per un breve momento sembrò che Jim Lovell – poi comandante dell’Apollo 13 – avrebbe preso il posto di Aldrin, ma poi non se ne fece nulla.

I responsabili della NASA decisero che il primo uomo sulla Luna sarebbe stato Armstrong, sia perché era il comandante della missione, sia perché l’astronauta era di carattere modesto e disciplinato. Lui, si riteneva, non si sarebbe insuperbito per il fatto di compiere quel passo così importante.

A quel punto tutto era deciso e pronto. Nel frattempo, nel marzo 1969 l’Apollo 9 trasportò per la prima volta in orbita il modulo lunare, in modo da testarlo. Poco dopo, nel maggio 1969, l’Apollo 10 ripeté i test appena condotti ponendosi però nell’orbita della Luna.

La passeggiata sulla Luna

La missione Apollo 11 partì dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, in Florida, il 16 luglio 1969. La navicella – composta di tre moduli (quello di comando, quello lunare e uno di servizio) – entrò nell’orbita lunare dopo tre giorni di viaggio.

Buzz Aldrin fotografato da Neil Armstrong durante la passeggiata lunare
Buzz Aldrin fotografato da Neil Armstrong durante la passeggiata lunare

A quel punto Aldrin e Armstrong lasciarono Collins e passarono nel modulo lunare, chiamato Eagle, cioè “aquila”. Con esso discesero sulla superficie della Luna, in particolare nel Mare della Tranquillità. A quel punto Armstrong poté pronunciare la prima delle sue celebri frasi: «The Eagle has landed», cioè “l’aquila è atterrata”.

In realtà l’atterraggio era andato meno liscio del previsto, perché Armstrong aveva dovuto condurlo a mano, visto che alcuni calcoli sulla zona d’atterraggio erano stati sbagliati. Ad ogni modo, riuscì ad allunare abbastanza in fretta, usando poco carburante.

 
Dopo qualche ora di riposo, ma comunque prima del previsto, i due astronauti si decisero a scendere. Alle 2:56 UTC del 21 luglio 1969 Armstrong pronunciò la celebre frase (che si era preparato in anticipo): «That’s one small step for [a] man, one giant leap for mankind». Ovvero: «Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità»1.

Raggiunto qualche minuto più tardi da Aldrin, Armstrong condusse varie operazioni sul suolo lunare, piantando anche la bandiera degli Stati Uniti e posizionando una placca commemorativa. Dopo circa due ore e mezza, i due astronauti rientrarono nel modulo, intenzionati a tornare a casa.

Il rientro

Anche il rientro presentò, però, un piccolo inconveniente. Appena saliti sul modulo lunare Aldrin e Armstrong si accorsero di aver danneggiato l’interruttore che azionava il motore per la risalita, urtandolo inavvertitamente con le loro pesanti tute. Per fortuna riuscirono a ripararlo in fretta con una semplice penna e a ripartire.

Si agganciarono quindi col modulo di comando in cui era rimasto Collins e in breve iniziarono le manovre per rientrare sulla Terra. Ammararono nell’Oceano Pacifico e vennero recuperati da una portaerei americana. I tre astronauti non poterono però festeggiare subito, perché per 18 giorni dovettero rimanere in quarantena, per evitare di trasportare eventuali infezioni.

Concluso questo periodo, cominciarono poi diversi tour celebrativi, prima negli Stati Uniti e poi in giro per il mondo. Armstrong fu anche invitato in Unione Sovietica, dove si recò nel 1970 e da dove poté assistere – per la verità non direttamente – al lancio della missione russa Sojuz 9.

      

 

4. Dopo l’allunaggio

Come detto, poco dopo essere tornati dallo spazio i membri dell’equipaggio dell’Apollo 11 iniziarono a godersi la fama. Qualche mese dopo, comunque, Neil Armstrong annunciò la sua intenzione di non volere più volare nello spazio. Nel 1971, a ormai quarantuno anni d’età, rassegnò poi le dimissioni dalla NASA.

A quel punto accettò una delle molte offerte che gli arrivavano da varie università statunitensi. Decise di andare ad insegnare Ingegneria Aerospaziale a Cincinnati, in un’università relativamente piccola, visto che non voleva destare troppo scalpore. In ogni caso, lasciò l’incarico di sua iniziativa dopo qualche anno, nel 1979.

Neil Armstrong nel 2012
Neil Armstrong nel 2012

Da quel momento cominciò quindi a lavorare come testimonial. Negli anni precedenti varie ditte gli avevano infatti offerto ingaggi da capogiro per spot televisivi di vario genere. Prima apparve in varie pubblicità della Chrysler, poi recitò in quelle di General Time Corporation e Bankers Association of America. Entrò infine anche in numerosi consigli d’amministrazione.

 

5. La vita privata

Chiudiamo con una veloce panoramica sulla vita privata del primo uomo sulla Luna. In primo luogo, si sposò nel 1956 con Janet Elizabeth Shearon, una ragazza conosciuta alla Purdue University. Janet era allora una laureanda in economia domestica, ma per via del matrimonio e della carriera del marito dovette abbandonare gli studi.

La coppia ebbe tre figli: Eric, Karen e Mark. Karen però morì di polmonite all’età di appena due anni, dopo alcuni mesi molto travagliati per via di diversi problemi di salute. Nel 1994, comunque, Armstrong divorziò da Janet dopo 38 anni e nel giro di poche settimane si risposò con Carol Held Knight, più giovane di lui di 15 anni.

Soggetto ad alcuni problemi cardiaci con l’avanzare degli anni, Neil Armstrong subì un intervento, il 7 agosto 2012, di bypass. Qualche giorno dopo, il 25 agosto 2012, però l’ex astronauta morì a seguito delle complicazioni derivanti da quell’intervento2. Aveva da poco compiuto 82 anni.

 

L’infografica col riassunto finale

L'infografica riassuntiva su Neil Armstrong

 

E voi, quale parte della storia di Neil Armstrong preferite?

 

Note e approfondimenti

  • 1 Il video dei primi passi può oggi essere visto qui.
  • 2 Proprio quell’intervento, di recente, ha ricominciato a far parlare i giornali americani. Il New York Times, infatti, sostiene che alla base della morte dell’astronauta ci sia stato un errore umano, poi coperto da un risarcimento milionario alla famiglia. Qui i dettagli.

 

Segnala altre cose da sapere su Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, nei commenti.