L’inetto di Svevo: cinque cose da sapere (e il confronto con Pirandello)

Alla scoperta dell'inetto di Svevo

Italo Svevo lo conoscete tutti: d’altra parte, è uno degli autori più importanti del programma di letteratura della quinta superiore. Molti di voi avranno letto anche il suo romanzo più celebre, in toto o in parte, ovvero La coscienza di Zeno. Quando lo si studia, però, non ci si sofferma solo sulle opere, sulle trame o sui singoli personaggi, ma anche su una figura che è al centro della sua poetica e di quella, in generale, dell’inizio del Novecento: quella, se così vogliamo chiamarla, dell’inetto di Svevo.

Qui di seguito vi daremo qualche indicazione per comprendere più a fondo i romanzi di Svevo. Cercheremo di spiegarvi cosa intende l’autore triestino con “inetto” e perché aveva così a cuore quella figura. Infine, cercheremo anche di fare un parallelo con altri autori coevi, in primis Luigi Pirandello. Procediamo.

 

1. Che cosa significa “inetto”

Prima di tutto cerchiamo quindi di capire cosa intendesse Svevo (e con lui la critica letteraria) con la parola “inetto”. L’inetto è sostanzialmente un uomo inadatto alla vita.

È un uomo incapace di governare la sua esistenza, di diventare protagonista della sua vita. Ovviamente ne è anche insoddisfatto, ma la sua non è un’insoddisfazione che porta al mutamento, quanto piuttosto, da un certo punto di vista, una cieca rassegnazione.

È uno sconfitto, anche se a sconfiggerlo non è stato – come nella tragedia – il destino o la sorte; è, piuttosto, sconfitto da se stesso, dalla sua incapacità di prendere in mano la propria esistenza. La sua psiche è fragile, tentennante; pensa e ripensa alle scelte fatte ed è vittima di costanti pentimenti che lo portano a non intraprendere mai una strada con decisione.

La vita gli pare, quindi, sì una lotta, ma principalmente contro la propria interiorità. E una lotta da cui lui sa di non poter uscire vincitore, per una debolezza intrinseca al proprio essere. In questo senso, la vita non è più un momento di realizzazione di sé, ma una sorta di malattia, un gioco assurdo a cui si può sopravvivere solo autoingannandosi.

 

2. Perché l’inettitudine è preferibile alla normalità

Il ritratto dell’inetto che esce dalle poche righe che abbiamo scritto sopra non lascia molto scampo: la visione pare essere pessimistica e la vita un triste destino. In realtà, però, la lettura di Svevo è più complicata di quanto possa apparire. Perché, come emerge ne La coscienza di Zeno, l’inetto può mettere in campo una forma di resistenza.

Come forse sapete, in quel romanzo si analizza la vita di Zeno Cosini, un debole preda di svariate nevrosi. Un uomo che però, proprio per tentare di curarsi, si sottopone a una cura psicanalitica, nuova moda arrivata dalla Vienna di Freud.

Ebbene, il risultato di questo tentativo non è, ovviamente, la guarigione, ma neppure la rinuncia; anzi, la nevrosi è da preferire alla guarigione stessa.

L’idea che emerge, infatti, è che chi si reputa normale è in realtà l’uomo che si è sottomesso alla vita, ha rinnegato la propria pulsione verso la felicità e si è accontentato di entrare nel meccanismo. Il malato, invece, non si rassegna. L’inetto è sì incapace di essere felice, ma è anche un uomo che non accetta di alienarsi, che rifiuta i meccanismi del vivere civile.

 

3. Inetto anche biograficamente

Certamente Svevo trasse i tratti dei protagonisti dei suoi romanzi – tutti inetti – dal sentire del suo tempo, che si interrogava infatti proprio sull’alienazione e la frantumazione dell’identità umana. Ma i suoi personaggi dovevano molto anche alle vicende biografiche dello stesso Svevo, incapace di vivere la vita che avrebbe voluto.

Il vero nome dello scrittore era Hector Schmitz, con padre tedesco e madre italiana. Appassionato di filosofia, aveva maturato fin da giovane ambizioni letterarie, ma vi dovette a lungo rinunciare per via dell’insuccesso dei suoi primi scritti. Così, per compiacere il padre, si mise a lavorare nella società di famiglia, e quando questa fallì entrò in banca.

Tra il 1896 e il 1897 (prima con rito civile e poi in chiesa) si sposò con una cugina, Livia Veneziani, cosa che lo portò poco dopo ad abbandonare la banca e a mettersi al servizio del suocero, commerciante di vernici.

L’insoddisfazione era però forte, così come la sfortuna: dopo anni di silenzio letterario e molti fallimenti, trovò finalmente la fama con La coscienza di Zeno, ma non poté godersela perché morì in un incidente d’auto1 appena 2 anni dopo il successo del romanzo.

 

4. I personaggi di Svevo

Dicevamo che gli inetti sono soprattutto i protagonisti dei romanzi di Svevo. I libri realizzati dallo scrittore in vita furono appena tre: Una vita, Senilità e, appunto, La coscienza di Zeno.

Il protagonista del primo è Alfonso Nitti, impiegato di banca che si innamora della figlia del suo principale. Prima del fidanzamento però fugge al paese natale, e al suo ritorno è incapace di riprendere in mano le fila della propria vita, fino ad arrivare al suicidio.

In Senilità il protagonista è invece Emilio Brentani, un giovane che però vive una vita grigia e piatta, simile per certi versi a quella degli anziani (per questo il titolo dell’opera è piuttosto ironico). Brentani è incapace, così, di uscire dalle proprie tradizioni e dalla propria rassicurante – ma alienante – quotidianità.

Infine c’è il già citato Zeno Cosini, personaggio psicologicamente più complesso dei suoi predecessori. Qui infatti l’inettitudine diventa un fatto non individuale ma universale, da cui non c’è sostanzialmente via di fuga.

L’unica possibilità è rendersene conto e accettarla, sopportandola con l’autocoscienza e soprattutto l’ironia, creando alibi che si sa benissimo essere alibi, ma che si guardano con occhio quasi divertito di sé.

 

5. Il confronto con Pirandello

Certo, vi sarete resi conto, in queste righe, di quanto forte sia la vicinanza tra le opere di Italo Svevo e quelle di Luigi Pirandello. Entrambi, tra l’altro nello stesso periodo storico, descrissero le difficoltà dell’uomo contemporaneo, sempre più incapace di trovare un’identità ed un equilibrio in un mondo caotico e frantumato.

L’esito a cui approdano i due scrittori, per quanto simile, mostra però anche delle differenze. Lo sguardo di Pirandello appare più cupo: l’uomo non è solo sconfitto da se stesso, ma anche dalla società. La civiltà impone su ognuno di noi delle maschere che ci frantumano, che ci impediscono di capire chi siamo realmente, al punto che forse non siamo più nessuno.

Per Svevo, invece, la principale causa del malessere dell’uomo è l’uomo stesso, non tanto gli altri. Un malessere che bisogna in fin dei conti accettare perché in qualche modo positivo, come abbiamo visto.

Per Pirandello bisogna quindi viversi da di fuori, certo con una certa forma di umorismo, consapevoli che una faccia non c’è. Per Svevo bisogna invece accettare la faccia – misera e nevrotica – che si ha, e riderci quasi sopra, consapevoli dell’assurdità del mondo.

 

Note e approfondimenti

  • 1 Un incidente che, tra l’altro, ha dato molto da scrivere ai critici. Anche di recente alcuni medici sono tornati sulla questione, spiegando quelle che, a loro parere, furono le reali cause della morte del grande scrittore. Qui trovate un resoconto sull’argomento.

 

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