God Save the Queen lo conoscete tutti. Non è solo l’inno ufficiale inglese. È anche l’inno più antico e – assieme alla Marsigliese – più famoso del mondo. Composto probabilmente tra il 1736 e il 1740 (anche se qualcuno lo data all’inizio del ‘600), fu commissionato direttamente da re Giorgio II e, proprio per questo, gli autori ci sono ignoti. I musicanti al servizio della corona, infatti, erano considerati dei servitori e non avevano di conseguenza l’onore della firma.

Un lungo successo, a partire dal ‘700

Facilmente memorizzabile, dalle liriche semplici ma trionfali, l’inno ebbe un immediato successo. Anche molti visitatori stranieri, a fine ‘700, ne esaltarono le qualità e spinsero perché i loro paesi d’origine ne adottassero uno simile (a volte addirittura plagiandolo da quello inglese). Inoltre gli stessi musicisti classici dell’epoca resero sovente omaggio al brano: basti ricordare che qualche accenno fu inserito in lavori di Ludwig van Beethoven, Joseph Haydn, Franz Liszt, Johann Strauss, Gaetano Donizetti, Gioachino Rossini, Claude Debussy e Niccolò Paganini.

Oggi continua ad essere cantato nelle occasioni ufficiali e, anche se non è più utilizzato dalle altre nazioni del Commonwealth, a plasmare l’identità inglese nel mondo. Non è un caso che vari gruppi rock – sia britannici che stranieri – gli abbiano nel tempo reso omaggio, proponendone una versione “riveduta e corretta”, adattata ai tempi, quantomeno nell’arrangiamento. Quali sono stati i migliori? Scopriamolo assieme.


Leggi anche: Cinque indimenticabili canzoni dei Queen

 

La versione dei Queen

La chitarra inconfondibile di Brian May

La versione rock più celebre dell’inno inglese è senza ombra di dubbio quella dei Queen. D’altronde, con un nome del genere era inevitabile che prima o poi il quartetto londinese si misurasse con questo classico. E anzi la band di Freddie Mercury lo fece piuttosto presto. Una prima versione del brano, arrangiato dal chitarrista Brian May, fu registrata già nel 1974, ma non venne inclusa in Sheer Heart Attack, l’album in uscita.

Il brano perfetto per concludere i concerti

La canzone si basava infatti ancora molto sul pianoforte, suonato per l’occasione dallo stesso May, anche se presentava già le sovraincisioni di chitarra elettrica tipiche della versione definitiva. Venne poi inserita, nel 1975, in A Night at the Opera, come pezzo di chiusura del disco, anche se già da qualche tempo i quattro la utilizzavano come brano conclusivo dei concerti. Partiva al versione registrata e in quel momento i quattro iniziavano a salutare il pubblico e a congedarsi.

Nel 2002, in occasione del cinquantennale di regno di Elisabetta II, a Brian May è stato chiesto di esibirsi in quell’assolo. Per questo è salito sul tetto di Buckingham Palace e, accompagnato da un’orchestra, ha suonato le note dell’inno. Rendendo contemporaneamente anche un omaggio, per sua stessa ammissione, a Jimi Hendrix, che aveva fatto qualcosa del genere con la sua celebre versione dell’inno americano, lo Star-Spangled Banner.

 

La versione di Jimi Hendrix

Un inno per l’Isola di Wight

Visto che l’abbiamo citato, soffermiamoci un attimo proprio su Jimi Hendrix. È celeberrimo, come abbiamo detto, l’inno americano distorto dalla chitarra elettrica del bluesman afroamericano, ma pochi sanno che, almeno una volta, il chitarrista si trovò a suonare anche l’inno britannico. Era l’agosto 1970, appena un mese prima – anzi, una ventina di giorni prima – che morisse.

La location era l’Isola di Wight, dove si teneva un celeberrimo festival. Hendrix vi suonò vari brani, pubblicati solo in anni recenti nell’album live Blue Wild Angel. Tra questi, suonati davanti a 600mila fan, c’erano pezzi classici del suo repertorio come Hey Joe e All Along the Watchtower. All’inizio, però, appena salito sul palco il chitarrista aveva voluto omaggiare il suo pubblico. E quindi si era esibito prima in God Save the Queen e poi in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.

 

La versione da filologi dei Beatles

Sul tetto della sede della Apple Records

Questo articolo è fatto di vari collegamenti. E visto che abbiamo appena citato i Beatles, passiamo subito a parlare anche di loro. Il quartetto di Liverpool non registrò mai una sua versione dell’inno inglese, anche se di tanto in tanto nei primi concerti lo suonava. Una volta giunti al successo, però, Paul, John, George e Ringo sembrarono preferire non ripetersi, dedicandosi invece alle loro composizioni.

A Savile Row nel 1969

Il 30 gennaio 1969, quando erano già in crisi e si avviavano verso lo scioglimento, tennero però un memorabile concerto sul tetto della Apple Records, in Savile Row a Londra. Quel concerto venne ripreso e poi inserito nel film Let It Be – Un giorno con i Beatles. Lo show durò 42 minuti e fu registrato, dalla strada, da George Martin e Alan Parsons. Verso la fine, subito dopo Dig a Pony, i Beatles suonarono una breve versione di God Save the Queen, mentre il concerto fu poi chiuso con A Pretty Girl Is Like a Melody.


Leggi anche: Cinque memorabili canzoni d’amore inglesi

Il problema è che proprio mentre partiva l’inno inglese, Alan Parsons fu costretto a cambiare i nastri e quindi il pezzo non venne inciso, né incluso poi nelle registrazioni ufficiali. Rimane solo un frammento, registrato da alcuni dei fan che si erano fermati in strada, fan che parlano tra loro poco prima che parta la canzone.

 

La versione di Neil Young

Assieme a America (My Country ‘Tis of Thee)

Qualche anno fa, nel 2012, Neil Young si è riunito ai suoi Crazy Horses per registrare un album di classici del folk, chiamato Americana. Solo che al suo interno c’era un brano che folk, apparentemente, non è mai stato, né tantomeno americano, cioè God Save the Queen. Una scelta che può sembrare piuttosto originale, se si pensa che gli altri pezzi spaziavano da Clementine a She’ll Be Comin’ Round the Mountain.

È stato lo stesso Young a spiegare la scelta: «Semplicemente mi sono svegliato un giorno mentre in testa mi suonava God Save the Queen». D’altronde, essendo canadese Young l’aveva cantato da bambino ogni giorno, alle scuole elementari. Ma la scelta più particolare è stata quella di fondere la canzone britannica con America (My Country ‘Tis of Thee), canto patriottico americano. Una fusione non forzata dal punto di vista musicale, visto che la canzone a stelle e strisce è in realtà un riarrangiamento della stessa musica dell’inno inglese, ma che di certo fa un certo effetto.

 

La versione completamente stravolta dei Sex Pistols

I dissacranti signori del punk inglese

Concludiamo con una canzone che non è una “cover”, come la definiremmo oggi, dell’inno inglese, ma una riscrittura completa. E decisamente dissacrante. A firmarla furono i Sex Pistols nel 1977, proprio nell’anno in cui Elisabetta II festeggiava il proprio giubileo d’argento, cioè i 25 anni di regno. Fu un successo clamoroso, capace di raggiungere la posizione numero 1 nella classifica della rivista NME ma solo la 2 in quella della BBC. Cosa che portò al sospetto che la TV e radio britannica avesse manomesso i dati di vendita per evitare imbarazzi.

«There is no future in England’s dreaming», d’altronde, era il verso perfetto per rappresentare la frustrazione e la rabbia dei giovani britannici della seconda metà degli anni ’70. Vietata dalle radio ufficiali, incendiaria nel definire un “regime fascista” la società inglese del tempo, la canzone divenne uno degli inni del punk. Non a caso, qualche anno fa è stata anche riproposta dai Motörhead in una cover di buon successo.

 

Segnala altre versioni rock dell’inno inglese nei commenti.