Come sapete, uno dei momenti più difficili quando a scuola si comincia a studiare la letteratura e in particolare la poesia è quello in cui si affrontano le figure retoriche. Alcune sono complicate da capire, ma soprattutto sono talmente tante che si fa fatica a ricordarle e a distinguerle tra loro. Così, una delle prime ad essere dimenticate è probabilmente quella della metonimia.

Nell’articolo che segue cercheremo quindi di presentarvi la definizione e vari esempi di metonimia, in modo che i vostri legittimi dubbi scompaiano. E vi mostreremo anche in cosa essa differisca da altre figure retoriche più o meno simili, con le quali viene spesso confusa. Procediamo.

 

1. Definizione

Partiamo, prima di tutto, dalla definizione. La metonimia è una figura retorica che consiste nella sostituzione di un termine con un altro quando quest’ultimo è legato al primo da una particolare relazione di vicinanza. Detta in altri termini, si è davanti a una metonimia quando, al posto di una parola, se ne usa un’altra concettualmente vicina.

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Nel paragrafo successivo vedremo diverse tipologie di metonimia, ma, per capirci, facciamo subito qualche esempio veloce. Quante volte vi sarà capitato, infatti, di dire che vi siete “bevuti una lattina di birra“? Eppure non bevete una lattina, ma la birra che vi si trova dentro. Ecco, questa è una metonimia (col contenitore al posto del contenuto).

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2. Le varie tipologie

La metonimia può però essere di diversi tipi. Elenchiamo i principali. Siamo davanti a una figura retorica di questo tipo quando:
– indichiamo il contenitore invece del contenuto (ad esempio: «Ho bevuto un bicchiere di vino»);
– indichiamo l’autore invece dell’opera (ad esempio: «Ascolto Jovanotti»);
– indichiamo la materia invece dell’oggetto (ad esempio: «Adoro i marmi di Michelangelo»);
– indichiamo la sede invece dell’istituzione (ad esempio: «La Farnesina se ne sta interessando»);
– indichiamo il luogo invece della persona (ad esempio: «La panchina ha deciso di sostituirlo»);
– indichiamo l’effetto invece della causa (ad esempio: «Gli si sono rizzati i capelli» per dire che ha preso paura);
– indichiamo la causa invece dell’effetto (ad esempio: «Ha una bella voce» per dire che canta bene);
– indichiamo l’astratto invece del concreto (ad esempio: «Spero nella tua generosità»);
– indichiamo il concreto invece dell’astratto (ad esempio: «Va’ dove ti porta il cuore»).

 

3. Esempi

Alcuni esempi li abbiamo già mostrati, ma vale la pena di allargare ulteriormente il campo, per togliere tutti i dubbi che possono nascere quando si analizza un testo o una poesia. Sono metonimie le seguenti frasi:
– Oggi ho letto Leopardi;
– Hai sentito il telefono?
– Ho tirato fuori i miei ferri [per indicare strumenti di ferro];
– Il Quirinale ha fatto sapere che…;
– Ha sempre tenuto alto il nome della propria squadra;
– Che bella gioventù!
– Ho visto i bronzi di Riace;
– Al Museo c’era un Monet meraviglioso;
– Hai un bel fegato!
– Ho mangiato un piatto squisito;
– Ho sudato lo stipendio;
– Devi smetterla di sputare veleno;
– Vivere del proprio lavoro.

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4. La differenza con la sineddoche

Ma che differenza c’è tra le metonimia e la sineddoche, si chiederanno alcuni, rispolverando i loro ricordi delle superiori? Per la verità non molta: le due figure retoriche sono piuttosto simili. La sineddoche infatti sfrutta lo stesso meccanismo di usare una parola per un’altra.

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La relazione tra le due parole, però, nel caso della sineddoche è di tipo quantitativo. Qui infatti si usa una parola che indica una parte al posto di quella che indica il tutto, o il singolare per il plurale e viceversa. Ecco qualche esempio:
– parlare di America intendendo gli Stati Uniti (il tutto per la parte);
– usare il termine “animale” invece di “gatto” o simili (il genere per la specie);
– usare la parola “tetto” al posto di “casa” o simili (la parte per il tutto);
– usare il termine “l’italiano” quando si parla in realtà degli italiani (il singolare per il plurale).

 

5. Ma come si pronuncia?

Ultima nota, velocissima: come si dice “metonimia”? Qual è la pronuncia esatta? Perché forse può esservi capitato di sentirla chiamata “metonìmia” ma anche “metonimìa”.

In realtà entrambe le pronunce sono accettate. Nel primo caso – “metonìmia” – abbiamo la pronuncia alla latina; nel secondo – “metonimìa” – alla greca1. Ad ogni modo il vocabolo ha origine proprio greca: deriva da metōnymía e significa letteralmente “scambio di nome”. Un nome indubbiamente appropriato.

 

Note e approfondimenti

  • 1 La Treccani dà comunque come prima pronuncia quella “alla latina”, come si può leggere qui.

 

Segnala altri esempi di metonimia nei commenti.