La patente di Pirandello è una delle novelle e commedie più famose dello scrittore siciliano. Pubblicata per la prima volta nel 1911 sul Corriere della Sera, venne più volte rimaneggiata dallo stesso autore e adattata a diversi contesti e diversi mezzi, diventando un suo cavallo di battaglia.

D’altronde, all’interno di questo racconto si trovano tutti i temi principali della poetica di Luigi Pirandello: quello della maschera, quello del rapporto con gli altri, quello della superstizione, quello ancora del grottesco. Insomma, su questa storia c’è molto da dire: ripercorriamone insieme la trama e le caratteristiche principali.

 

1. Una novella e una commedia

La prima cosa da chiarire, prima di cominciare a parlare di questa storia scritta da Luigi Pirandello, è quale sia la sua natura. Può darsi infatti che i vostri ricordi sulla questione siano un po’ annebbiati: era una novella? Oppure una commedia? E in che lingua venne scritta?

Un'edizione de La patente di Luigi Pirandello

In realtà non c’è un’unica risposta a tutte queste domande. Luigi Pirandello riprese infatti in mano più volte la sua creazione, adattandola di volta in volta a diversi medium e sfruttandola veramente fino in fondo. D’altra parte, come vedremo, rappresentava perfettamente le idee della poetica pirandelliana, e per questo lo scrittore siciliano le era particolarmente affezionato.

 
Come abbiamo anticipato nell’introduzione, La patente nacque nella forma di una breve novella in italiano, pubblicata nel 1911 sulle pagine del Corriere della Sera, già allora un quotidiano di grande rispetto. Pochi anni dopo, nel 1917, Pirandello la riprese in mano e la adattò per il teatro: il titolo divenne ‘A patenti e la lingua il siciliano.

Mentre la commedia – in atto unico – veniva messa in scena a partire dal 1918, Pirandello la tradusse anche in italiano e la pubblicò in questa forma prima nella Rivista d’Italia (1918) e poi in volume, presso Treves (1920). Infine nel 1922 La patente, nella sua forma originaria, trovò posto anche nella raccolta Novelle per un anno.

 

2. Il riassunto

Vediamo però ora, giustamente, la trama del racconto. La scena si apre sul giudice D’Andrea, un magistrato non vecchio, sui quarant’anni, ma dall’aspetto bizzarro. La cosa però più evidente del personaggio è la sua dirittura morale: lavora fino a tardi la sera ed è sinceramente interessato al trionfo della giustizia.

Totò ne La patente, tratta da Pirandello
Proprio per questo motivo c’è però una questione che da tempo lo angoscia. Tra gli incartamenti presenti sulla sua scrivania c’è quello relativo al signor Chiàrchiaro, che accusa due uomini di diffamazione. In pratica, al suo passaggio quei due hanno fatto gli scongiuri, visto che Chiàrchiaro ha fama di jettatore. E ora l’uomo li ha querelati.

D’Andrea si trova così combattuto. Da un lato, la querela di Chiàrchiaro non ha ragion d’essere: tutti fanno gli scongiuri al suo passaggio e il processo non può che concludersi con una assoluzione. Dall’altro, ritiene però ingiusto che Chiàrchiaro paghi da tempo per colpa di una assurda superstizione.

 
Per questo il giudice decide di incontrare il querelante: l’obiettivo è convincerlo a ritirare la denuncia, prima di essere umiliato pubblicamente in tribunale. Chiàrchiaro, però, si presenta vestito proprio da menagramo e rifiuta categoricamente l’offerta di D’Andrea. Anzi, lo accusa di volergli fare del male.

L’obiettivo di Chiàrchiaro

L’equivoco si chiarisce in fretta. Chiàrchiaro ha intentato causa ben sapendo di andare incontro a una sconfitta. Ma è proprio questo che vuole, e non a caso ha fornito agli avvocati dei due querelati tutto il materiale per discolparsi. Il suo vero obiettivo è che il giudice riconosca che lui è uno jettatore.

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Chiàrchiaro vuole infatti ottenere una vera e propria patente, un riconoscimento ufficiale della sua capacità di portare sfortuna. Solo così potrà ricominciare a guadagnarsi da vivere: da quando si è sparsa la diceria, infatti, ha perso il lavoro e nessuno vuole più sposare le sue figlie.

Se invece sarà riconosciuto come uno jettatore patentato, potrà chiedere il pagamento di una tassa per evitare di portare sfortuna in ogni luogo. E davanti a tutte queste argomentazioni, il giudice D’Andrea, dopo un attimo di stordimento, non può che acconsentire.

 

3. I temi del racconto

I temi affrontati ne La patente sono evidentemente molti, nonostante il brano sia molto breve. Temi che si ritrovano pienamente nella filosofia di Pirandello e anche in altre opere dell’autore siciliano. In primo luogo, l’argomento principale è il rapporto tra l’io e la società.

Chiàrchiaro non è, evidentemente, uno jettatore, banalmente perché la sfortuna non esiste. Lo sa bene il giudice D’Andrea, che anzi ha – come il lettore – un moto di repulsione davanti all’ingiustizia patita da questo uomo, etichettato ed emarginato dalla società per una stupida superstizione.

Luigi Pirandello alla macchina da scrivere negli anni della vecchiaia
Eppure, lui stesso comprende che è inutile combattere contro l’etichetta che la società ti appiccica addosso. Fin quando aveva provato a resistere, ne era rimasto sconfitto: aveva perso il lavoro, era stato costretto alla fame e all’emarginazione sociale. L’unico piano possibile, in questo panorama, è cercare di trarre profitto dalla maschera.

Così, Chiàrchiaro decide di incarnare fino in fondo i panni del menagramo, vestendosi di conseguenza. Diventa come la gente lo vuole, o come lo vuole vedere, sperando così di trovare almeno il modo di sopravvivere. È il consueto tema della maschera, che in Pirandello ritorna tanto spesso, ma qui virato in chiave grottesca e comica.

I temi secondari

Poi, ci sono anche altri temi secondari. C’è la critica alla giustizia, che non riesce ad essere tale perché troppo ancorata al formalismo. Si può individuare anche una forte critica nei confronti dell’atteggiamento di D’Andrea, che ha fiducia nel sistema senza comprendere che il sistema è parte (e causa) della stessa ingiustizia.

C’è, infine, il tema della resa e della sconfitta. Sia Chiàrchiaro che D’Andrea, infatti, non possono far altro che cedere le armi, arrendersi davanti alla forza del pregiudizio, e assecondarlo. Una visione fortemente pessimistica, che contraddistinguerà tutta la produzione di Luigi Pirandello.

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4. Le citazioni sui personaggi

Nonostante facciano velocemente capolino anche alcuni altri personaggi, la scena nella novella è dominata, come detto, da due figure: il giudice D’Andrea e lo jettatore Chiàrchiaro. Ecco le citazioni più significative attraverso cui Luigi Pirandello ce li presenta.

E al giudice D’Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch’egli dovesse recarsi al suo ufficio d’Istruzione ad amministrare – per quel tanto che a lui toccava – la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.

Pirandello negli ultimi anni della sua vita

Il Chiàrchiaro s’era combinata una faccia da jettatore, ch’era una meraviglia a vedere. S’era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata, si era insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso, che gli davano l’aspetto d’un barbagianni, aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.

– Tutti, tutti ci credono! E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla. Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell’ignoranza? io dico la tassa della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d’avere ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!

 

5. Le citazioni sugli eventi

Non vogliamo, però, riportarvi solo delle frasi che ci aiutino ad inquadrare i personaggi. La novella è ben scritta e merita di essere citata anche in altri passaggi, in cui Pirandello si dedicò maggiormente a sviluppare la trama della narrazione. Ecco le frasi che abbiamo scelto.

A passeggio, tentava di parlarne coi colleghi; ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l’indice e il mignolo a far le corna, o s’afferravano sul panciotto i gobbetti d’argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell’orologio. Qualcuno, più francamente, prorompeva: – Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?

Luigi Pirandello mentre discute con i suoi attori Marta Abba e Lamberto Picasso

[…] voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr’otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una più crudele persecuzione.

Ahimè, è proprio vero che è molto più facile fare il male che il bene.

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– Come no? – esclamò il D’Andrea. – Là accusate come diffamatori due giovani perché vi credono jettatore, e ora qua voi stesso vi presentate innanzi a me in veste di jettatore e pretendete anzi ch’io creda alla vostra jettatura.
– Sissignore.
– E non vi pare che ci sia contraddizione?

– Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l’unico mio capitale!

 

 

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