Le cinque banche più grandi del mondo

Il logo della Bank of America

Quando si decide di aprire un conto in banca si cerca di solito un istituto serio, affidabile, che ci dia certe garanzie ma anche alcuni vantaggi. Certo, la grandezza e la potenza dell’istituto bancario contano molto relativamente: anche una piccola banca può essere perfetta per coltivare il proprio capitale o per ottenere un prestito o un mutuo, ma conoscere le banche più grandi e potenti del mondo può comunque essere utile per capire il peso delle varie economie, la forza politica degli istituti e come e quanto questi possano influire sui destini del mondo.

In questi mesi, d’altra parte, la politica ci ha continuato a parlare della cosiddetta «Europa delle banche», dipingendola come il male assoluto e scaricando su di essa praticamente ogni responsabilità: che la crisi sia davvero solo colpa delle banche o no lo lasciamo decidere a voi, ma intanto noi cerchiamo di scoprire quali sono le cinque banche più grandi del mondo sulla base della loro capitalizzazione azionaria, cioè del valore di mercato delle loro azioni. Eccovele, con, per ognuna, qualche nota storica o controversia giudiziaria.

 

Wells Fargo

La banca nata per accompagnare la corsa all’oro

La Wells Fargo è secondo i dati la prima tra le banche più grandi del mondoFondata nel 1852 a New York ma presto trasferitasi a San Francisco, dove si trova ancora oggi la sua sede principale, la Wells Fargo è senza ombra di dubbio una delle più grandi banche del pianeta: prima per capitalizzazione azionaria, seconda per depositi e servizi ipotecari, quarta per attività, è guidata oggi da John G. Stumpf, che dal 2005, quando divenne presidente, ha gradualmente assunto anche le cariche di CEO e chairman, accentrando così tutti i poteri decisionali dell’istituto.

Considerata una delle quattro grandi del sistema bancario americano (assieme a JP Morgan, Bank of America e Citigroup, sulle quali avremo modo almeno in parte di tornare), vanta circa 70 milioni di clienti sparsi in 35 paesi e ha una fama particolarmente solida, visto che proprio lo scorso febbraio è stata giudicata la banca col marchio di maggior valore al mondo per il secondo anno consecutivo.

La fusione del 1998

La moderna struttura dell’istituto deriva da una fusione, avvenuta nel 1998, tra la storica Wells Fargo e la Northwest Corporation di Minneapolis, ma la storia della banca è molto lunga e affonda le proprie radici addirittura nell’epoca del Far West, quando Henry Wells e William G. Fargo, già fondatori di quella American Express che sarebbe diventata un colosso nel settore delle carte di credito, decisero di dare il via a un’altra società per fornire servizi bancari agli esploratori che si recavano in California in cerca dell’oro, affiancando tali servizi con quelli di pony express e di collegamento tramite diligenze con la costa est.

 

JP Morgan Chase

Uno degli istituti più controversi degli ultimi anni

JP Morgan ChaseAl secondo posto della nostra classifica si trova un’altra delle quattro grandi banche americana, la famosa (o famigerata) JP Morgan Chase, che anzi nei soli Stati Uniti è il primo e più importante istituto finanziario.

La sede principale della società si trova a Manhattan, mentre il centro nevralgico del settore bancario ha sede a Chicago; amministratore delegato, presidente e chairman è Jamie Dimon, già CEO dell’anno nel 2011 e con un passato nella Federal Reserve.

Anche in questo caso, la banca com’è oggi configurata è però frutto di una serie di fusioni e acquisizioni, le ultime delle quali si sono verificate tra il 1996 e il 2000: la più antica delle sue antenate è la Chemical Bank di New York, fondata nel 1823, mentre la JP Morgan in sé e per sé, che deve il nome al suo fondatore John Pierpont Morgan – un filantropo e magnate della siderurgia morto tra l’altro a Roma nel 1913 durante un suo viaggio in Italia –, fu aperta nel 1871.

Le cause e i patteggiamenti

Il nome della banca, però, è diventato famoso anche in Italia in seguito ad alcune mosse controverse che negli ultimi anni l’hanno vista protagonista di fatti di cronaca: proprio qualche mese fa l’istituto ha infatti patteggiato un mega-risarcimento, all’interno di una causa promossa dal governo, per aver manipolato il mercato energetico in California e nel Midwest tra il 2010 e il 2011, nascondendo le perdite delle centrali elettriche agli investitori; ma il caso più grave è quello che è venuto alla luce nel 2012, quando la procura di New York ha denunciato per frode alcune società del gruppo nell’ambito di quella crisi dei mutui subprime che ha provocato perdite, solo nel gruppo, pari a 22,5 miliardi di dollari, generando direttamente la disoccupazione di 7 milioni di persone negli Stati Uniti.

 

Industrial & Commercial Bank of China

La dirompente crescita dell’economia cinese e del suo principale finanziatore

Una filiale della ICBCDopo due grandi banche americane, al terzo posto troviamo un istituto che proviene da un’economia non solo emergente, ma drasticamente emergente: la Industrial & Commercial Bank of China (ICBC) di Pechino, per l’appunto in Cina.

Terzo, come abbiamo detto, per valore di mercato, l’istituto è però primo per asset, posizione tra l’altro consolidata da tempo, coronando comunque una lunga rincorsa che ha avuto una fortissima accelerazione negli ultimi anni, visto che nel 2009 era ancora diciassettesima.

Fondata solamente il 1° gennaio 1984 dal governo cinese, che ne mantiene ancora oggi il controllo, la banca è stata quotata in borsa nell’ottobre del 2006 sia a Shanghai che ad Hong Kong, ottenendo un’offerta pubblica iniziale impressionante di 21,9 miliardi di dollari, la più imponente all’epoca e poi superata solo da quella arrivata per la quotazione dell’Agricultural Bank of China.

2,5 milioni di aziende come clienti

A guidare la ICBC dal 2005 è Jiang Jianqing, un manager che si è formato sia all’interno della società, sia, almeno in gioventù e durante il periodo della rivoluzione culturale, lavorando nei campi della provincia di Jiangxi e nelle miniere di carbone della provincia di Henan, durante la propria educazione lavorativa. I dati ci dicono che oggi la banca ha 150 milioni di clienti individuali nel mondo (negli ultimi anni sono state aperte filiali anche in Europa e una perfino in Italia) e 2,5 milioni di aziende; con i suoi prestiti aiuta soprattutto l’industria manifatturiera (col 20% dei propri finanziamenti, comunque in calo rispetto al quasi 29% di dieci anni fa), quella dei trasporti e delle telecomunicazioni, quella energetica, quella della vendita al dettaglio e all’ingrosso e poi via via tutte le altre.

 

HSBC Holdings

Una banca tra Hong Kong e Londra

Il logo della HSBCLa prima e unica banca europea che troviamo nella nostra cinquina è londinese, la HSBC Holdings, che vanta una storia prestigiosa e secolare: fondata nel 1865, è anch’essa in qualche modo legata alla Cina, visto che il suo nome completo è Hong Kong & Shanghai Banking Company e fu aperta infatti ad Hong Kong dal finanziere scozzese Thomas Sutherland, che commerciava con l’Estremo Oriente.

Proprio ad Hong Kong si trovava la sede della banca fino al 1991, e non a caso a tutt’oggi circa il 22% dei ricavi proviene dall’Asia mentre quelli che si incassano nel Regno Unito ammontano a circa il 20%. Chairman attuale dell’istituto di credito è lo scozzese Douglas Flint, mentre il chief executive è il britannico Stuart Gulliver, nella società dal 1980.

Le indagini internazionali e Gheddafi

Oltre ai grandi successi e ai dati finanziari, però, negli ultimi anni qualche controversia sembra aver minato il buon nome della banca: in particolare, in vari paesi del mondo la HSBC è stata coinvolta in indagini sul riciclaggio di denaro sporco, con accuse anche pesanti nei confronti dei vertici dell’istituto, accuse che parlano di regole poco efficaci per evitare che la banca venisse sfruttata dalle organizzazioni malavitose. Indagini approfondite sono così state svolte in India, in Argentina, negli Stati Uniti – da dove sono arrivati i problemi maggiori e soprattutto la maggiore ed esemplare multa – e Messico. Inoltre la banca era la depositaria di molti dei fondi di Muammar Gheddafi, il dittatore che, in base al suo patrimonio personale, è oggi considerato il quarto uomo più ricco della storia.

 

Bank of America

La banca che è stata degli italoamericani

Il logo della Bank of AmericaAl quinto posto della nostra graduatoria troviamo infine la Bank of America, una delle big four e anzi quella coi più alti depositi all’interno degli Stati Uniti d’America. La storia di questo istituto, come per molti altri dello stesso genere, è articolata e complessa, frutto di varie fusioni avvenute anche di recente, ma è interessante il punto di partenza, che risale al 1904 quando l’italoamericano Amadeo Giannini fondò a San Francisco (e siamo anche in questo caso alla seconda citazione per la bella città californiana) la Bank of Italy, antesignana della Bank of America.

Nato a San Jose nel 1870 da due immigrati italiani provenienti dalla Liguria, Giannini aprì la sua prima banca con l’obiettivo di dedicarla agli italiani di San Francisco, umili lavoratori che non riuscivano a trovare quasi mai credito nelle banche più importanti; la sua grande fortuna, paradossalmente, fu il terribile terremoto che investì la città nel 1906: fu uno dei pochi banchieri a riuscire a salvare il denaro dai crolli e dagli incendi, e già nei giorni immediatamente successivi al tragico evento aprì dei banchetti in strada per offrire prestiti agli italoamericani che dovevano ricostruirsi la casa.

Da Bank of Italy a Bank of America

Nel giro di breve tempo si espanse così prima in California e poi nel resto del paese, mutando nel 1927 il nome della sua banca in Bank of America, ormai aperta non solo agli immigrati provenienti dalla penisola ma a tutta la popolazione.

Da allora l’istituto è notevolmente cresciuto, ha stabilito la sua sede a Charlotte, in Nord Carolina, ed è ora guidata da Charles O. Holliday e Brian Moynihan; ad ogni modo, anche qui non mancano le controversie, visto che nel 2010 ha dovuto pagare una multa di quasi 140 milioni di dollari per frode nei confronti di scuole, ospedali e vari governi locali dovuti alla vendita poco chiara di bond municipali.

 

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