George W. Bush e Al Gore, protagonisti delle elezioni del 2000

Senza ombra di dubbio, tra le tornate elettorali straniere quella americana riveste un peso particolare anche per noi italiani; sia perché gli Stati Uniti sono da decenni il paese guida dell’Occidente, sia perché proprio nel confronto politico americano sembrano emergere ormai da qualche tempo alcuni elementi che poi finiscono per influenzare anche il dibattito nostrano.

Non è raro, quindi, che il cosiddetto election day, che si svolge ogni quattro anno nel primo martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre, catalizzi l’attenzione anche delle nostre testate giornalistiche, con dirette notturne e previsioni dei maggiori esperti. Anche perché a volte fino all’ultimo regna l’incertezza, e le elezioni si possono decidere sul filo di lana, magari grazie a una vittoria in uno dei famosi “stati decisivi”. Proprio per questo abbiamo riguardato tutti i risultati elettorali del passato e selezionato i cinque casi in cui l’elezione fu particolarmente combattuta: eccoli.

 

Una disputa tra padri della Nazione

John Adams contro Thomas Jefferson

John Adams, già vicepresidente di George Washington e terzo presidenteIl nostro racconto parte proprio dagli inizi: subito quando ci fu bisogno di scegliere il successore di George Washington alla carica di Presidente, infatti, l’America si divise in maniera netta. Il primo Presidente, che pure non aveva aderito a nessun partito, era stato eletto sempre con un certo margine di vantaggio sui suoi concorrenti, ma quando nel 1796 si esaurì il suo secondo mandato si affrontarono ben sette diversi candidati, tra cui John Adams – che per due volte era stato sconfitto da Washington e quindi, come si usava allora, era stato due volte Vicepresidente –, Thomas Jefferson e George Clinton.

Quella del 1796 fu una tornata molto combattuta e molto contestata: già la campagna elettorale tra Adams e Jefferson non aveva lesinato colpi bassi, col primo che veniva accusato di essere troppo filoaristocratico e il secondo troppo vicino agli ideali (e alle violenze) della Rivoluzione Francese, ma fu soprattutto l’esito risicato che generò malcontento. In un’epoca in cui ogni candidato correva ancora per conto proprio senza un’investitura ufficiale del partito, Adams conquistò infatti 71 delegati e Jefferson 68 (anche se a livello percentuale la predominanza di Adams era più netta: 53,4% dei voti contro il 46,6%). Per la prima e unica volta nella storia, di conseguenza, ci furono un Presidente e un Vicepresidente di due partiti diversi: Adams apparteneva infatti ai Federalisti e Jefferson – che, in quanto secondo classificato, ne divenne il vice – a quello dei Democratici-Repubblicani.

 

Il grande pareggio del 1800

L’unico caso in cui due candidati ottennero esattamente gli stessi voti

Thomas Jefferson, quarto presidente, in carica per due mandati dal 1800Il duello tra John Adams e Thomas Jefferson non era destinato però a concludersi nel 1796. Quattro anni più tardi, infatti, il Presidente ed il suo Vice si presentarono di nuovo alle elezioni presidenziali, sempre da due partiti opposti; in questa rivincita, però, il filofrancese Jefferson seppe far tesoro dell’esperienza vissuta alla tornata precedente e si presentò all’appuntamento con un partito ben organizzato alle spalle, capace di proporre come al solito vari candidati ma unito nelle principali linee politiche, mentre i Federalisti arrivarono alla sfida coi loro due leader – lo stesso Adams e Alexander Hamilton – fortemente in contrasto su molti punti.

Adams non riuscì ad andare oltre i 65 delegati a lui favorevoli, e fu quindi messo presto fuori dai giochi; furono invece due esponenti dei Democratici-Repubblicani a darsi battaglia, visto che sia Jefferson che il suo compagno di partito Aaron Burr ottennero 73 voti elettorali. Il motivo di questo inedito (e mai più ripetuto) pareggio è legato al complicato sistema elettorale americano delle origini: ogni delegato, infatti, poteva all’epoca votare per due nomi, e, nonostante l’indicazione del partito, tutti i delegati Democratici-Repubblicani votarono sia per Jefferson che per Burr, senza alcuna astensione. A quel punto fu chiamata ad operare una scelta la Camera dei Rappresentanti, che solo al trentaseiesimo scrutinio – in un’impasse che oggi diverrebbe leggendaria e pericolosissima – riuscì a eleggere Jefferson. Tutta questa faccenda, comunque, portò il Parlamento a varare poi il Dodicesimo emendamento, che semplificava il meccanismo elettivo per rendere più difficile il ripetersi di situazioni di questo genere.

 

Lo scenario 1824

Quando vinse il secondo classificato

John Quincy Adams, il decimo presidente e il protagonista della più combattuta tra le elezioni presidenziali USAL’Ottocento fu però un secolo elettoralmente molto caldo per gli Stati Uniti: già nel 1824, infatti, si verificò un’altra circostanza destinata ad entrare nella leggenda – e nei libri degli studiosi del diritto – con il nome di Scenario 1824. Intanto una premessa, indispensabile per capire come si svolse quell’elezione: dopo due mandati consecutivi di James Monroe, alle elezioni del ’24 di fatto si presentò un solo partito, quello Democratico-Repubblicano, perché nel frattempo quello Federalista si era disciolto. Quattro furono i candidati: John Quincy Adams, che già aveva sfidato Monroe quattro anni prima; Andrew Jackson; William H. Crawford; Henry Clay.

Nessun candidato riuscì a raggiungere la maggioranza assoluta dei delegati: al primo posto si classificò Jackson con 99 voti elettorali; dietro a lui Quincy Adams, con 84; poi Crawford con 41 e infine Clay con 37. Di nuovo, toccò alla Camera dei Rappresentanti decidere chi sarebbe dovuto salire alla Casa Bianca: a sorpresa, però, quel ramo del Parlamento scelse di non nominare il candidato che aveva ottenuto il maggior numero di voti, ma il secondo classificato. Il motivo di questo capovolgimento è legato al fatto che il quarto classificato, Henry Clay, decise di appoggiare Quincy Adams, ribaltando le carte in tavola: quest’ultimo fu così eletto presidente alla prima votazione. Jackson ne fu evidentemente stupefatto e non passò molto tempo prima che qualche giornale insinuasse che Clay avesse venduto il suo appoggio in cambio di una nomina al ruolo di Segretario di Stato. Quattro anni più tardi, comunque, Jackson poté prendersi una netta rivincita su Quincy Adams (e nel ’32 sconfisse pure lo stesso Clay).

 

Per un voto di scarto e per un accordo sui neri

Come Hayes ebbe la meglio su Tilden

Rutherford B. Hayes, ventitreesimo presidente grazie ad un solo voto di scartoSpostiamoci al 1876, l’ultimo grande testa a testa prima del recentissimo scontro tra Bush e Gore, al quale abbiamo riservato, per ovvie ragioni cronologiche, l’ultima piazza della nostra cinquina. In quell’anno, quando gli Stati Uniti erano da poco usciti dalla difficile guerra civile, si presentarono come candidati da una parte il repubblicano Rutherford B. Hayes, dall’altra il democratico Samuel J. Tilden. A quel tempo, i Repubblicani, che erano già al potere da vari anni, erano legati soprattutto agli stati del nord, mentre i Democratici appoggiavano apertamente il sud e le sue lamentele contro l’esito della Guerra di Secessione.

Due cose, dopo il voto, furono immediatamente chiare: la prima fu che Tilden, il democratico, aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei voti (circa il 50,9%); la seconda, che quest’ultimo aveva guadagnato sicuramente 184 voti elettorali, mentre Hayes era fermo a 165. Il problema è che rimanevano 20 voti elettorali poco chiari, che non si sapeva a chi assegnare e che entrambi gli schieramenti reclamavano come propri. Il rischio era quello di un’impasse, e, nonostante Tilden fosse nettamente in vantaggio, per arrivare alla maggioranza assoluta gli serviva almeno un altro voto che poteva benissimo non arrivare. Alla fine la soluzione venne trovata tramite un accordo tra i due partiti: i Democratici concessero ai Repubblicani tutti e 20 i voti in bilico (portando Hayes a quota 185 e quindi alla presidenza) in cambio del ritiro delle truppe nordiste dalle terre del sud e di un ritorno alla situazione pre-bellica, con anche una forte limitazione dei diritti civili dei neri.

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Bush contro Gore e la questione Florida

Il più discusso tra i casi recenti

George W. Bush e Al Gore, protagonisti delle elezioni del 2000Da quel tormentato Ottocento, le elezioni americane – complice anche la stabilizzazione del sistema politico statunitense e dei suoi due principali partiti – si sono fatte meno tese, o quantomeno meno equilibrate. C’è stato solo un caso, in tempi recenti, in cui tra i candidati si è scatenata una vera e propria corsa al fotofinish, e come molti di voi ricorderanno si è verificato nel 2000, quando i pretendenti erano il repubblicano George W. Bush – governatore del Texas e figlio dell’ex presidente George Bush – e il democratico Al Gore, già vicepresidente per due mandati di Bill Clinton.

Il risultato fu ancora una volta clamoroso: secondo il conteggio ufficiale, Gore si aggiudicò la maggioranza dei voti (48,4% contro il 47,9% del suo avversario) ma fu superato nel numero di voti elettorali per 271 a 266, visto che tali voti vengono assegnati sulla base degli stati (il candidato che ha la maggioranza si aggiudica tutti i delegati di quello stato). La situazione, però, non era così semplice come può sembrare dal resoconto ufficiale: in alcuni stati la situazione infatti era in bilico tra i due candidati e in particolare in Florida (che forniva 25 elettori e quindi era decisiva) furono necessari vari riconteggi, perché ognuna delle due parti contestava l’interpretazione di alcune schede elettorali; inoltre, particolare non da poco era che quello stato aveva come governatore Jeb Bush, esponente repubblicano e fratello di George W. Bush, pertanto non certo un esponente super partes. Alla fine si espresse anche la Corte Suprema degli Stati Uniti, che confermò la vittoria di Bush, ma da allora nessun dubbio è stato definitivamente fugato sull’andamento effettivo di quella tornata elettorale.

 

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