Negli ultimi anni l’Italia non ha passato un grande periodo dal punto di vista economico: la crisi ha attanagliato il nostro sistema produttivo, facendo diminuire le vendite, contrarre il mercato e calare i posti di lavoro, ma anche a livello di grandi imprese abbiamo visto varie società che un tempo erano pietre angolari della nostra industria o spostarsi altrove o essere ceduti all’estero, in un processo di vera e propria de-italianizzazione che ha forse toccato il suo punto più alto recentemente, quando Fiat ha acquisito la totalità di Chrysler e ha deciso di rifondarsi col nome di Fiat Chrysler Automobiles, spostando la sua sede principale da Torino ad Amsterdam (più Londra come domicilio fiscale).

Certo, nel mercato globale non è più tanto importante dove sia la sede legale della propria azienda, visto che i capitali e le merci girano ormai senza vincoli almeno nell’Unione Europea, ma è anche vero che questo impoverimento del nostro tessuto economico non sempre rassicura, né noi né gli investitori.

Le aziende classificate in base al fatturato

Eppure, c’è ancora qualche grande impresa che, pur andando ad operare anche all’estero, rimane per il momento italiana, mantenendo qui il proprio management e la sede decisionale; qualche grande impresa che a volte, a furia di passaggi di mano, minacce di delocalizzazione e fusioni, non sappiamo più nemmeno bene in che settori operi, e chi la diriga, e come.

Per fare insomma un po’ il punto della situazione, vi presentiamo oggi le cinque più importanti imprese italiane (per fatturato, secondo quanto indicato dall’annuale classifica di Fortune) che operano anche all’estero.

 

1. Assicurazioni Generali

Un gruppo assicurativo radicato nell’Europa centrale

Il logo delle Assicurazioni GeneraliPartiamo, seguendo semplicemente l’ordine alfabetico, dalle Assicurazioni Generali, la prima compagnia assicurativa in Italia e la quarta al mondo dietro a AXA, Allianz e ING Group.

Fondata nel 1831 nella Trieste allora sotto la dominazione austriaca, aveva in origine come simbolo l’aquila asburgica, mentre nella succursale di Venezia, inaugurata poco tempo dopo, fu adottato quel leone di San Marco che ancora oggi domina nel logo della società.

Subito divenne una delle potenze economiche dell’Impero Austriaco, tanto è vero che lo stesso Franz Kafka vi lavorò per qualche tempo nell’ufficio di Praga.

Dopo la Prima guerra mondiale, comunque, passò stabilmente ad operare in Italia dalla sua sede di allora di Venezia – una volta collocata addirittura in Piazza San Marco – e poi di Mogliano Veneto.

Il colosso assicurativo con sede a Trieste

Forte di più di 110 miliardi di euro di fatturato e di un utile netto di 0,1 miliardi, entrambi in crescita, la compagnia assicurativa ha ancora oggi il proprio fulcro a Trieste ed è guidata da Gabriele Galateri di Genola – manager cresciuto alla scuola di Cesare Romiti alla Fiat – come presidente e Mario Greco come amministratore delegato.

Ma, visto che vogliamo concentrarci sugli affari che le nostre più grandi aziende intrattengono all’estero, vediamo quali sono i mercati conquistati e le aziende controllate dalle Generali fuori dai confini nazionali, senza contare che già in Italia il controllo di INA Assitalia, Toro Assicurazioni, Lloyd Italico, Genertel e Banca Generali le rendono un indiscusso leader del settore.

Intanto c’è l’Europ Assistance che, fondata a Parigi nel 1963, è specializzata soprattutto nel soccorso stradale e nelle assicurazioni di viaggio.

Poi ci sono le varie filiali delle Generali all’estero, soprattutto in Austria e Israele, dove è la prima compagnia assicurativa e dove ha anche un ruolo di rilievo nel tessuto sociale, visto che ad esempio a Gerusalemme è celebre quel Generali Building che è stata la prima sede della società, ma forte è la presenza anche in Germania (seconda per fatturato dopo Allianz), Francia, Spagna e Cina.

Inoltre non bisogna dimenticare la Serbia, dove opera col nome di Delta Generali, l’India, dove è presente come Future Generali, gli Stati Uniti, la Slovenia, la Croazia, la Svizzera, la Romania, il Giappone e Panama.

 

2. Enel

Un’energia che si diffonde in Europa e in Sud America

Il logo dell'EnelIn cresciuta per fatturato e utile netto è stata negli ultimi anni anche l’Enel, storica azienda statale che a partire dal 1992 è stata privatizzata, anche se il governo italiano – tramite il Ministero dell’Economia – ne è ancora il principale azionista con una quota che supera il 30% delle azioni.

Fondata nel 1962 nell’ambito del generale processo di nazionalizzazione dell’erogazione dell’energia elettrica, l’azienda si sviluppò parallelamente alla crescita economica del paese, visto che una sempre maggior richiesta di energia da parte delle industrie ma anche dell’utenza privata e il totale accentramento dell’erogazione all’Enel permisero alla società di varare anche ampi piani di rinnovamento.

Questi piani portarono a collegare alle rete elettrica zone rurali ed impervie che prima, per questioni puramente economiche, erano state tagliate fuori dall’approvvigionamento elettrico.

Nel contempo, però, il limite fu probabilmente di puntare troppo sulle centrali termoelettriche, dipendenti dal petrolio, anche perché tutte le ipotesi su energie alternative vennero smorzate da studi non incoraggianti o, nel caso del nucleare, dal veto popolare.

La de-nazionalizzazione della ditta

A partire dai primi anni ’90 prese poi il via la de-nazionalizzazione, dovuta all’eccessivo peso del debito pubblico sul bilancio statale, con prima la trasformazione dell’Enel in una società per azioni e poi la successiva liberalizzazione del mercato elettrico che ha portato la società ad aprirsi ad altri settori (ad esempio controllando per un certo periodo Infostrada e Wind, ora cedute all’estero) e soprattutto espandendo gli interessi al di fuori dei confini nazionali.

Tramite le sue centrali, infatti, la società produce energia che rivende anche in Spagna (dove controlla Endesa, la principale azienda elettrica del paese che ha anche una forte presenza in Portogallo, Marocco, Cile, Argentina, Colombia, Perù e Brasile), Slovacchia (dove controlla il primo produttore del paese), Francia, Russia, Grecia, Romania, Bulgaria, El Salvador.

Da pochi mesi la nuova presidente della compagnia, che ha sede a Roma, è Maria Patrizia Grieco, già presidente operativo di Olivetti, mentre amministratore delegato è divenuto Francesco Starace, ingegnere nucleare da anni al lavoro all’interno del gruppo.

 

3. Eni

Oleodotti in Africa ed estrazioni petrolifere in nord Europa

Il logo dell'Eni, una delle storiche e più importanti imprese italiane che operano all'esteroAltra società nata come ente pubblico e poi evolutasi a multinazionale è l’Eni, la celebre impresa fondata nel 1953 da Enrico Mattei che in origine era stato scelto per liquidare l’Agip, già fondata in epoca fascista, ma poi capace di rilanciarla creando quella società del cane a sei zampe (il celebre logo ideato tramite un concorso indetto da Mattei sulla rivista Domus) che, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, seppe mettere paura alle Sette sorelle del petrolio, negoziando accordi separati coi maggiori produttori petroliferi e rivoluzionando nel giro di pochi anni il mercato.

Dopo la morte di Mattei – tramite un attentato dinamitardo, le cui prove definitive sono emerse solo negli ultimi anni – la società si allineò, nella sua politica, alle posizioni degli altri paesi occidentali, rinunciando forse al ruolo di primissimo a piano a cui la stava destinando il suo primo presidente ma sapendo comunque svilupparsi ed espandersi, tanto che oggi è il sesto gruppo petrolifero mondiale dietro ai colossi americani, olandesi, britannici e francesi, tra l’altro con un fatturato in crescita costante.

Privatizzata a partire dal 1995, l’azienda è comunque ancora controllata dallo Stato tramite il Ministero del Tesoro e la Cassa Depositi e Prestiti e ha le sue attuali persone chiave in Emma Marcegaglia, presidente dal maggio scorso, e Claudio Descalzi, amministratore delegato, in Eni dal 1981 ed ex vice direttore generale dell’azienda.

Una società che lavora all’estero fin dagli anni ’50

Già dagli anni ’50 la società cominciò a lavorare all’estero, dato che i contratti firmati da Mattei con i paesi produttori – soprattutto africani – prevedevano che l’Eni si occupasse di costruire anche oleodotti, raffinerie e reti distributive in loco.

Questi investimenti non sono stati però esenti da pecche, visto che soprattutto in Nigeria varie organizzazioni non governative hanno accusato Eni di aver inquinato le falde acquifere.


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In ogni caso anche dopo la privatizzazione Eni ha proseguito su questa strada, potendo acquisire, forte della capitalizzazione, anche società all’estero come la British Borneo nel 2000, la Lasmo nel 2001 e la Burren e la Dominion nel 2008.

Attualmente la società opera in 79 paesi, con sue piattaforme estrattive nell’Africa sahariana e sub-sahariana, in Venezuela, nel mare di Barents sopra alla Norvegia e alla Russia, nella penisola Jamal, in Kazakistan e in Iraq; inoltre esporta gas naturale in Spagna, Portogallo, Germania, Austria, Belgio, Olanda, Ungheria, Turchia e Francia, mentre le sue pompe di benzina si trovano anche in Austria, Svizzera, Germania, Francia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Slovacchia e Slovenia.

Inoltre controlla Eni UK, che opera nel Mare del Nord, e Eni India.

 

4. Exor

La holding che controlla quell’industria straniera che è ormai la Fiat (e molto altro)

Il simbolo di Exor, la holding della famiglia AgnelliAbbiamo scritto nella nostra introduzione che la Fiat, proprio dal 1° agosto del 2014, non è più italiana, perché dopo l’acquisizione della Chrysler la società automobilistica ha deciso di rifondarsi, cambiando nome in Fiat Chrysler Automobiles, registrandosi in Olanda e ponendo le sue sedi legale e fiscale tra Amsterdam e Londra, diventando di fatto una società anglo-olandese.

E, anche se a Torino è rimasta una sede importante e in Italia una parte della produzione, poco cambia del succo del discorso.

L’unica postilla a cui ci si può appellare per mantenerne intatta l’italianità è che il maggior azionista del nuovo gruppo industriale, come di Fiat precedentemente, è il gruppo Exor, la holding finanziaria che fa capo alla famiglia Agnelli e che, pur non essendo un’impresa a tutti gli effetti, merita di stare nella nostra cinquina per le partecipazioni e il ruolo guida che ha ed ha avuto all’interno di molte società, sia italiane che straniere.

Il secondo gruppo italiano per fatturato

L’origine del gruppo – che per Fortune è il secondo italiano per fatturato e il ventiquattresimo mondiale – è da far risalire addirittura al 1927, quando Giovanni Agnelli fondò l’IFI, per riunificare in un’unica società tutte le sue partecipazioni in varie aziende.

Una serie di cambiamenti di identità e di statuto ha fatto sì che la società si trasformasse, pochi anni fa, in Exor, con sede a Torino e presidente ed amministratore delegato John Elkann e con vari esponenti delle famiglie Nasi ed Agnelli in consiglio d’amministrazione.


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La società è come detto il principale azionista di FCA, il che di fatto la rende una società italiana che opera all’estero, considerando anche che il gruppo automobilistico (con presidente lo stesso Elkann e amministratore delegato quel Sergio Marchionne che è consigliere di Exor) controlla tutta una serie di marchi in Italia (Fiat, Alfa Romeo, Lancia, Abarth, Maserati, Ferrari), ma anche all’estero (le americane Chrysler, Dodge, Mopar e Jeep), oltre a sussidiarie in Brasile (dove la Fiat è la principale sigla del mercato), Argentina, Serbia e Polonia.

La Exor è poi principale azionista anche di CNH Industrial, gruppo ancora una volta anglo-olandese che controlla i marchi New Holland (macchine agricole), Iveco e altri; inoltre è socio di maggioranza della Juventus (che per ora è ancora italiana) e della Cushman & Wakefield, una importante società newyorkese che si occupa di mercato immobiliare.

Notevoli, infine, anche le partecipazioni azionarie minori, che vanno da Banca Leonardo all’Economist.

 

5. Intesa Sanpaolo

La banca che dall’Italia si è espansa in est Europa

Il simbolo di Intesa SanpaoloDue sono i gruppi bancari che si sono disputati l’ingresso nell’ultimo posto disponibile nella nostra cinquina: quello torinese di Intesa Sanpaolo e quello romano-milanese di Unicredit. Alla fine, stando alla classifica di Fortune, l’ha spuntata il primo, ma di poco, segno che le due società sono più o meno allo stesso livello.


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Soffermiamoci però per ora su Intesa Sanpaolo, una società nata nel 2007 dalla fusione tra Sanpaolo IMI e Banca Intesa, una banca che è la prima in Italia e tra le prime venti in Europa, forte di più di 11 milioni di clienti solo sul nostro territorio nazionale.

La società usa la stessa sigla Intesa Sanpaolo ma anche quelle di numerose controllate. Tra queste ci sono Banca dell’Adriatico, Banca di Credito Sardo, Banca di Trento e Bolzano, Banco di Napoli, Cassa di Risparmio di Bologna, Cassa di Risparmio di Firenze, Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna.

E poi ancora Cassa di Risparmio del Fiuli-Venezia Giulia, Cassa di Risparmio di Venezia, Cassa di Risparmio del Veneto, Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo, Cassa di Risparmio di Civitavecchia, Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, Cassa di Risparmio di Rieti, Cassa di Risparmio dell’Umbria e Banca Monte Parma.

Inoltre il gruppo ha partecipazioni azionarie importanti anche in Banca d’Italia, Alitalia, NTV (quelli di Italo), RCS e altri.

Le mani allungate sull’ex Jugoslavia e non solo

Ma, visto che ci siamo concentrati in questa classifica sulle operazioni che vengono svolte all’estero, vediamo gli affari che Intesa Sanpaolo ha oltralpe.

Intanto filiali e sedi di rappresentanza sono diffuse in tutte le capitali economiche del mondo, ma soprattutto il gruppo controlla varie banche estere come Intesa Sanpaolo Bank in Albania e Grecia, Intesa Sanpaolo Banka in Bosnia, Privredna Banka Zagreb in Croazia (con più di un milione e mezzo di clienti), Bank of Alexandria in Egitto, Intesa Sanpaolo Bank in Romania, Banca Intesa in Russia, Banca Intesa Beograd in Serbia, VUB Banka in Repubblica Ceca e Slovacchia, Banca Koper in Slovenia, CIB Bank in Ungheria e Pravex Bank in Ucraina.


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Direttore generale attualmente è Gaetano Miccichè – erede di una famiglia di banchieri siciliani, con esperienze nei consigli d’amministrazione di Alitalia e Prada – mentre amministratore delegato è Carlo Messina.

 

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