Le cinque serie tv americane più premiate della storia

Gli Emmy sono uno dei riconoscimenti più importanti per le serie tv americane

Ci si lamenta spesso dell’imperialismo culturale americano, di come i film e la tv statunitensi ci abbiano plasmato, modificato, in un certo senso “americanizzato”, e in questo discorso un fondo di verità indubbiamente c’è; ma fa specie scoprire che in realtà noi dell’America raramente abbiamo importato il meglio, e quindi in buona misura una eventuale “cattiva influenza” americana è un po’ anche colpa nostra.

Mi spiego meglio. Negli Stati Uniti esistono, da decenni, alcuni premi che vengono assegnati periodicamente alle migliori trasmissioni tv, sia quelle di prima serata (o, come dicono loro, del prime time), sia quelle di orario diurno o notturne; tali premi sono abbastanza noti anche da noi: i due principali sono gli Emmy – che vantano decine di categorie, anche molto tecniche – e i Golden Globe, che parallelamente alla tv premiano anche i film cinematografici.

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Ebbene, se andiamo a scorrere l’elenco delle serie tv che hanno incassato più premi in questi cinquanta o sessant’anni, scopriamo titoli che in Italia si sono visti e si continuano a vedere poco o nulla, completamente ignorati o al massimo passati in canali secondari e ad orari improponibili.

Certo, l’importazione delle serie tv americane è un fenomeno tutto sommato piuttosto recente, ma anche nel caso di telefilm recenti, come vedremo, il vuoto c’è ed è assordante. Ad ogni modo, scopriamo assieme quali sono state le serie tv americane più premiate della storia, combinando tra loro tutti i più grandi premi di cui abbiamo già accennato.

 

Mary Tyler Moore Show

La donna single irrompe nella tv americana

Il ’68 non è stato solo un anno di grandi cambiamenti sociali e culturali, non è stato solo l’anno della primavera di Praga e della controcultura hippie; è stato anche l’anno che ha cambiato la tv, almeno quella americana. Lentamente ma inesorabilmente, infatti, da quel momento in poi le major statunitensi dovettero fare i conti con una società nuova, profondamente modificata, alla quale non si potevano più continuare a proporre le saghe western familiari o detective WASP più o meno classici che indagavano sulle magagne della buona borghesia.

Tra il 1970 e il 1971 partirono infatti due serie fortemente innovative che avrebbero fatto incetta di premi: il Mary Tyler Moore Show, di cui parleremo subito, e All in the Family, da noi meglio nota come Arcibaldo. Nel 1970 Mary Tyler Moore era un’attrice trentatreenne che aveva conseguito una certa fama facendo da spalla a Dick Van Dyke (l’attore di Mary Poppins e, più avanti negli anni, Un detective in corsia) nella sua sitcom personale; alla chiusura di questo programma era quindi lecito aspettarsi per lei un ruolo da protagonista, che arrivò appunto con il Mary Tyler Moore Show, il primo show televisivo con una donna single come protagonista.

Sullo stato civile di Mary Richards – il personaggio della Tyler Moore – i produttori discussero molto prima di lanciare la serie: l’attrice la voleva divorziata, ma si temeva che il pubblico non avrebbe gradito; alcuni la volevano vedova, ma in questo caso era la protagonista a non gradire; infine si scelse di renderla una ragazza che aveva appena rotto il fidanzamento e aveva deciso quindi di andare a vivere da sola, scelta che in quegli anni veniva compiuta da sempre più persone; inoltre la donna si imbarcava in molte storie sentimentali, che in genere duravano lo spazio di una sola puntata, rendendo sempre più evidente che i tempi erano definitivamente cambiati.

Il pubblico amò molto lo show (creato tra l’altro da quel James L. Brooks che avrebbe lanciato anche I Simpson assieme a Matt Groening e diretto film come Voglia di tenerezza e Qualcosa è cambiato), ma anche la critica non fu da meno, portandogli più di 30 premi, soprattutto Emmy, secondo quell’usanza da allora consolidata per cui ogni serie viene appoggiata principalmente dall’uno o dall’altro premio ma quasi mai da entrambi.

 

Arcibaldo

Il razzista più amato del piccolo schermo

Se il Mary Tyler Moore Show era in un certo senso il telefilm dell’emancipazione femminile – certo edulcorata e virata in chiave comica – lo show principe degli anni ’70, Arcibaldo, era invece il telefilm del politicamente scorretto.

Lanciato nel 1971 sulla CBS col titolo di All in the Family (mutato, nelle ultime quattro stagioni, in Archie Bunker’s Place, dopo l’abbandono di parte del cast originale), battè ogni record di ascolto, totalizzando per cinque stagioni consecutive una media di trenta milioni di telespettatori ad episodio grazie al suo ritratto più che fedele della società americana.

L’Arcibaldo protagonista, infatti, era un tassista di mezza età tendenzialmente razzista, xenofobo, maschilista, omofobo e conservatore che doveva fare i conti col partner polacco della figlia (interpretato da Rob Reiner, poi grande regista di Stand by Me, Harry ti presento Sally…, Misery non deve morire, Codice d’onore e molti altri), coi vicini di colore (i Jefferson, che si sarebbero poi guadagnati una serie tutta loro di grande successo anche in Italia), con gli italoamericani che abitano dall’altra parte della strada o con la cognata femminista e pluridivorziata.

La serie, oltre al successo di pubblico, piacque anche alla critica, che le tributò ben 30 riconoscimenti nei due premi maggiori (8 dei quali erano Golden Globe, stabilendo un record eguagliato anche da M*A*S*H e Sex and the City); in Italia però la serie – trasmessa negli anni Ottanta senza troppa convinzione da Canale 5 – non incontrò successo ed è oggi quasi completamente dimenticata, forse almeno in questo caso anche perché fortemente legata alle spinte e alle caratteristiche della società americana.

 

Hill Street giorno e notte

Il poliziesco che ha cambiato gli schemi

In America i polizieschi, quando funzionano, tendono ad essere particolarmente longevi: Colombo, con in realtà pochi episodi sparsi lungo gli anni, è stato prodotto dal 1968 al 2003; Law & Order si è interrotto nel 2010 dopo ben venti stagioni di trasmissione; C.S.I. è quest’anno arrivato a quota quattordici serie.

Forse il più amato, però, di tutti questi telefilm è stato a suo tempo Hill Street giorno e notte (Hill Street Blues, in originale), abbastanza noto e apprezzato anche in Italia grazie a una lunga trasmissione sulle reti Rai: lanciata nel 1981 sulla NBC, la serie raccontava le storie di un dipartimento di polizia di una ignota città che però si poteva facilmente identificare con Chicago o Detroit, innovativa nella sua gestione di varie sottotrame che si dipanavano spesso da episodio ad episodio e della connessione tra vita privata dei vari personaggi e vita lavorativa, oltre che nell’uso dello slang e di situazioni molto più realistiche di quanto non si fosse abituati a vedere in tv.

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Premiato, durante le sue sette stagioni, con ben 26 Emmy e solo 3 Golden Globe, lo show è ricordato ancora con tanto affetto dai telespettatori americani, tanto è vero che solo l’anno scorso la storica rivista Tv Guide l’ha nominato la miglior serie drammatica di sempre.

I membri principali del cast, dopo la chiusura, non sono più riusciti a trovare lo stesso successo ottenuto con Hill Street giorno e notte, ma in tanti anni negli episodi sono comparsi, con parti di brevi durata, future stelle come Andy Garcia, Frances McDormand, David Caruso, Danny Glover, Chris Noth, Chazz Palminteri, Tim Robbins e altri.

 

Cin cin

La sitcom corale dal grande cast

Di Cin cin – o Cheers, com’è nota negli Stati Uniti e in parte anche in Italia – abbiamo già parlato recentemente, quando abbiamo messo sotto i riflettori cinque sitcom americane che la nostra tv ha trattato piuttosto male; ed in effetti il percorso televisivo della serie ambientata in un bar di Boston è stato tanto infelice in Italia quanto fruttuoso negli Stati Uniti, dove in particolare il triplo episodio conclusivo – arrivato dopo undici stagioni, sulla NBC – è ancora oggi uno dei più visti di sempre della tv americana.

L’impianto è quello di una tradizionale sitcom, dato che nel bar già citato si intrecciano le vite e le storie dei dipendenti e di una serie di affezionati avventori; quello che è però particolare è il connubio pressoché perfetto tra un ottimo cast e dei personaggi talmente veri da risultare grotteschi.


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Ci sono un giovane Ted Danson che interpreta il bello ma sentimentalmente immaturo proprietario del locale Sam Malone, c’è un ancor più giovane Woody Harrelson nella parte del timido barista Woody Boyd, c’è la straordinaria Rhea Perlman, moglie di Danny DeVito, nella parte di una cameriera italoamericana; ci sono prima Shelley Long e poi Kirstie Alley, e l’elenco potrebbe essere ancora lungo.

A livello di premi, Cheers portò a casa 28 Emmy (oltre ad addirittura 117 nomination, quota superata solo, qualche anno più tardi, da E.R.) e 6 Golden Globe, spesso assegnati ai loro grandi attori: Danson vinse due Emmy e due Golden Globe come miglior protagonista, Kirstie Alley ne prese uno e uno, mentre Shelley Long – la protagonista femminile che l’aveva preceduta – uno e due; e Rhea Perlman si aggiudicò addirittura quattro Emmy – di cui tre consecutivi – come miglior attrice non protagonista.

 

Frasier

Lo psichiatra più premiato dai tempi di Freud

Quando, nel punto precedente della nostra cinquina, vi abbiamo presentato i vari personaggi di Cin cin, volutamente abbiamo saltato quello di Frasier Crane: lo psichiatra interpretato da Kelsey Grammer fece la sua comparsa infatti solo nella terza stagione, inizialmente come il nuovo fidanzato di Diane, la controparte femminile del proprietario Sam Malone; presto però il rapporto tra Frasier e Diane si ruppe e lo psichiatra entrò rapidamente nel già ampio e variegato cast fisso della serie.

Quando, dopo undici stagioni, Cin cin chiuse i battenti, i produttori, come spesso avviene, decisero di sfruttarne la popolarità con uno spin-off, e la scelta ricadde proprio su una serie che approfondisse la vita dello psichiatra, che sembrava fornire evidentemente maggiori spunti narrativi. Attorno a lui fu creato un nuovo cast di comprimari – il padre con la sua infermiera Daphne e soprattutto il fratello, Niles – e lo show andò in onda con grande successo per altre undici stagioni, tanto che in una delle ultime puntate lo stesso Grammer si prese in giro per aver interpretato lo stesso personaggio per vent’anni.


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In Italia Frasier si è vista a fasi alterne e sempre con grande fatica: le prime stagioni furono trasmesse a singhiozzo da Italia 1, poi passò a La7 che però non si spinse tanto avanti, lasciando presto l’incombenza ai soli canali satellitari.

In America invece la sitcom fu un successo clamoroso: oltre alla spaventosa cifra di 37 Emmy e 3 Golden Globe che ne fanno in assoluto la serie più premiata di sempre, ottenne anche 12 Viewers for Quality Television Award, 11 BMI Film & TV Award, 6 premi della Writers Guild of America, 2 People’s Choice Award e decine di altri riconoscimenti.

 

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