Hannah Arendt è una filosofa che non sempre viene affrontata nei programmi dell’ultimo anno del liceo. Da un lato, infatti, ha operato soprattutto nel secondo dopoguerra, in un periodo storico a cui non sempre si riesce ad arrivare. Dall’altro, non rientra in nessuna scuola di pensiero ben definita, pur essendo legata, per temi e derivazioni, a varie influenze. Eppure la sua riflessione è quanto mai attuale, soprattutto grazie a saggi come La banalità del male e Le origini del totalitarismo.

Oggi vogliamo approfondire proprio questo secondo volume, pubblicato per la prima volta nel 1951, pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Da ebrea tedesca scappata prima in Francia e poi negli Stati Uniti, la Arendt poté vedere e patire sulla propria pelle l’avvento di uno dei peggiori regimi della storia, quello nazista, e poi di studiarlo parallelamente al regime staliniano sovietico.

Dopo la fine del conflitto, infatti, vari studiosi cercarono di capire come era stato possibile vede trionfare Hitler in Germania e Stalin in Unione Sovietica, così distanti e così nemici eppure tra loro così simili. Orwell, grande narratore, scelse di descrivere le caratteristiche di quei regimi con un romanzo fantascientifico, 1984.

La Arendt, filosofa, preferì invece un’analisi storica e politica, con appunto il libro che approfondiremo oggi.

Prima di iniziare, però, concedeteci solo una brevissima nota: non troverete, in questa pagina, riferimenti al fascismo italiano.

La Arendt, infatti, considerava il caso italiano diverso da quello tedesco e russo. Lei stessa, in alcuni passi del suo saggio, chiarisce bene la sua decisione di non inserire il fascismo all’interno dei totalitarismi classici.

Secondo lei, infatti, Mussolini avrebbe voluto creare anche in Italia uno stato totalitario, ma ci riuscì solamente in parte. A dimostrarlo è anche il fatto che le opposizioni nel nostro paese non furono annientate fisicamente, ma solo costrette all’esilio o al confino.

Non è un caso, infatti, che nel nostro paese rinacque durante la guerra un movimento di Resistenza che altrove, cioè in Germania e Russia, non venne invece mai alla luce.

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Inoltre, a limitare la portata totalitaria del fascismo furono anche altre forze che in qualche modo, seppur in misura contenuta, limitarono la forza di Mussolini e del suo movimento.

Tra queste meritano di essere menzionate la Chiesa cattolica e le sue organizzazioni giovanili e la stessa figura del re, tanto succube di Mussolini per molti anni quanto però anche capace di far mettere agli arresti il duce nel luglio del 1943.

Ora però torniamo al Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt. Abbiamo scelto cinque citazioni che sono particolarmente significative ed emblematiche per ripercorrere la sua analisi. Ve le proponiamo qui di seguito corredate da un ampio commento.

 

1. L’attrazione morbosa per la malvagità

Chiunque abbia prima o poi studiato i sistemi totalitari è arrivato a porsi la fatidica domanda: come è stato possibile? Come è potuto accadere che andassero al potere uomini e partiti che promettevano la morte di una parte della stessa popolazione? Come si è potuta sopportare la barbarie che quei sistemi hanno portato nella vita pubblica?

Molto spesso la tentazione è quella di dire che la popolazione in realtà non sapeva molto di quello che stava accadendo. Hannah Arendt, invece, ci spiega anche questa è sostanzialmente una bugia consolatoria, tramite la quale vogliamo nascondere le stesse responsabilità del genere umano.

Hitler e Stalin, infatti, hanno sì in parte nascosto le loro malefatte, ma solo in parte. Le camere a gas dei lager tedeschi si trovavano lontane dai centri abitati, al riparo da occhi indiscreti, e allo stesso modo funzionavano i gulag staliniani, dove venivano mandati gli oppositori politici.

La propaganda dei due sistemi aveva però più volte annunciato il ricorso a violenza e ad eliminazione in maniera piuttosto esplicita.

Una propaganda falsa ma non reticente

Già nel Mein Kampf, scritto da Adolf Hitler durante la prigionia dovuta al fallito putsch di Monaco nei primi anni ’20, il leader del partito nazionalsocialista esaltava la violenza. Solo essa, secondo lui, poteva mettere al riparo contro gli ebrei, unica causa dei mali della Germania.

Allo stesso modo, in Russia Stalin criminalizzava i kulaki, i contadini ricchi, che a suo modo di vedere ostacolavano il vero imporsi del comunismo.

D’altronde, tale popolarità [quella di Hitler e Stalin nei loro paesi] non può essere attribuita a una propaganda abile e menzognera, capace di sfruttare la stupidità e l’ignoranza. Perché la propaganda dei movimenti che precedono e accompagnano i regimi totalitari è falsa, ma non reticente; e i capi cominciano la loro carriera vantandosi dei crimini passati e annunciando con impareggiabile precisione quelli futuri. I nazisti erano «convinti che la malvagità ha nella nostra epoca una morbosa forma d’attrazione» […]. L’esperienza ha dimostrato abbastanza spesso che il valore propagandistico dei misfatti e del generale disprezzo dei princìpi morali prescinde dal mero interesse egoistico, ritenuto il più potente fattore psicologico in politica.

La loro propaganda non nascondeva né celava. Certo, Hannah Arendt fa notare che era falsa, perché metteva in campo centinaia se non migliaia di bugie sul nemico. Ma quello che si aveva intenzione realmente di fare con questo nemico era intuibile fin da principio.

Il fatto che molti sostenitori di quei regimi non abbiano voluto vedere tutto questo non è quindi una scusante, ma anzi un’aggravante.

 

2. Il terrore

Nel suo libro, Hannah Arendt però non si occupò solo di descrivere lo stato delle cose nei due regimi totalitari analizzati. Cercò anche di comprenderne la natura. Le origini del totalitarismo è infatti un libro dalla doppia faccia, contemporaneamente storica e filosofica.

Da un lato, infatti, in quel saggio la filosofa tedesca cercava di trovare le cause dell’emergere di questi regimi, e allo stesso tempo di mostrarne le caratteristiche estemporanee. Dall’altro, però, aveva anche l’ambizione di delinearne il modello politico.

Esponenti delle SA mentre invitano i tedeschi a boicottare i negozi ebrei nel 1933 (foto dagli Archivi Generali Tedeschi)
Esponenti delle SA mentre invitano i tedeschi a boicottare i negozi ebrei nel 1933 (foto dagli Archivi Generali Tedeschi)

Aveva bisogno, quindi, di individuare gli elementi cardine di questo tipo di sistema, e li individuò nell’ideologia e nel terrore.

Il primo elemento non era, in fondo, nulla di nuovo, in quanto gli stessi regimi totalitari si erano presentati fin dall’inizio come profondamente ideologizzati. Era invece forse il terrore la caratteristica più nuova e interessante.

L’essenza del potere totalitario

Il terrore, nell’ottica di Hannah Arendt, era infatti l’elemento veramente caratterizzante sia del nazismo che dello stalinismo. Non si deve pensare, però, che questo terrore fosse semplicemente rivolto contro gli oppositori. Se così fosse, il terrore non sarebbe stato anzi nulla di nuovo.

Hannah Arendt spiega invece che il terrore totalitario è anche qualcosa d’altro. È l’opposizione che tutto il paese mette in campo contro qualunque forza cerchi di opporsi al “percorso della storia“, alla realizzazione dell’ideale.

Se la legalità è l’essenza del governo non tirannico e l’illegalità quella della tirannide, il terrore è l’essenza del potere totalitario.

Emblematica, da questo punto di vista, un’altra frase di Hannah Arendt che arriva poco dopo quella che abbiamo appena citato.

«È il movimento stesso – scrive l’autrice – che individua i nemici dell’umanità contro cui scatenare il terrore […]. Gli stessi governanti non pretendono di essere giusti o saggi, ma soltanto di eseguire le leggi naturali o storiche; non applicano leggi, ma eseguono un movimento in conformità alla sua legge intrinseca. Il terrore è legalità se legge è la legge del movimento di qualche forza sovrumana, la natura o la storia».

 

3. Una sola idea

Il discorso sul terrore si legga profondamente ad un’altra questione che sta alla base di ogni totalitarismo: quella che potremmo definire l’idea di partenza. Il totalitarismo, infatti, punta secondo Hannah Arendt a semplificare la realtà e a renderla allo stesso tempo coerente.

Questo è, in fondo, l’elemento più potente dei sistemi totalitari, che secondo la filosofa tedesca riusciva a spiegare il successo di personaggi che altrimenti sarebbero stati inspiegabili.

Giovani sostenitori del Partito NazistaCome era possibile, infatti, che un popolo evoluto come quello tedesco andasse dietro alle tesi deliranti di Hitler? O che il popolo russo, comunque meno formato dal punto di vista politico, potesse accettare il culto della personalità di Stalin?

Tutte queste domande trovano risposta solamente nel meccanismo ideologico su cui si fondano questi sistemi politici.

La coerenza del totalitarismo

Secondo Hannah Arendt, infatti, è tipico del totalitarismo il fornire un’unica spiegazione per tutti i mali che attanagliano il paese. Così, per i tedeschi, la vera motivazione che stava dietro alla crisi economica e alla disoccupazione era l’influenza degli ebrei sull’economia del paese.

Allo stesso modo, per i russi il mancato successo delle riforme imposte dal Partito Comunista era da attribuire alla negativa influenza delle forze avverse al leader. E queste forze potevano variare a seconda delle circostanze: erano di volta in volta i kulaki, gli oppositori interni o i venduti al capitalismo.

Le ideologie ritengono che una sola idea basti a spiegare ogni cosa nello svolgimento dalla premessa, e che nessuna esperienza possa insegnare alcunché dato che tutto è compreso in questo processo coerente di deduzione logica.

Quest’intuizione, che Hannah Arendt seppe sintetizzare in termini filosofici, è presente anche in altre opere del periodo che in parte abbiamo già citato. Pensate ad esempio 1984 di George Orwell, romanzo in cui il peso del nemico è ben presente.

Qui però, il meccanismo si fa più complesso. Non si tratta solo di individuare un nemico. Bisogna anche far sì che tutto risulti spiegabile a partire da quel nemico.

Spiegare tutto

In questo senso il totalitarismo ha una potenza esplicativa che i sistemi democratici non possono replicare. Una volta che il totalitarismo individua il proprio capro espiratorio, fa in modo di dimostrare che tutto nel panorama del paese è spiegabile a partire proprio da quel capro espiatorio. E lo fa in maniera molto logica e razionale.

Secondo Hannah Arendt sta qui la chiave del suo successo. In un mondo che ha perso la propria ragion d’essere, in cui i valori si sono fatti sempre più fragili, in cui la cittadinanza non riesce a spiegarsi cause oltremodo complesse, il totalitarismo riesce a dare una risposta.

La risposta certo è falsa e pericolosa, ma è pur sempre una risposta. E soprattutto una risposta logica e razionale, se si accetta il punto di partenza del ragionamento, cioè che gli ebrei e i capitalisti siano la causa di tutti i mali.

 

4. La distinzione tra realtà e finzione

La frase però forse più celebre di tutto Le origini del totalitarismo è quella che, seguendo l’ordine delle pagine del saggio, proponiamo al quarto punto del nostro elenco. Una frase che si collega benissimo con altre opere scritte della pensatrice tedesca e in particolare con La banalità del male.

In questo passo, per una volta, non si concentrò tanto sui leader dei regimi totalitari e sulle tecniche messe in atto per conquistare e conservare il potere, quanto sul popolo. D’altronde, non c’è leader senza folla, non c’è condottiero (il significato, tra l’altro, delle parole führer e duce) senza un popolo che si lasci condurre.

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più.

Insomma, per capire totalitarismo si può cominciare anche dal basso, dagli adepti di questo sistema. Una cosa che Hannah Arendt, d’altra parte, ha fatto molto spesso. E che l’ha portata a scoprire cose molto interessanti, tra l’altro ben condensate proprio in questa fase.

Vero e falso nel totalitarismo

La tesi della filosofa, che ricorre in molte sue opere, è che il suddito del regime totalitario sia ben diverso dai suoi capi. Come abbiamo visto, sia Hitler che Stalin si dimostrarono spesso spietati, animati da una forza sovrumana che loro identificavano con la forza della storia.

Gli uomini che mettevano in pratica le loro parole erano però spesso tutt’altro che sanguinari e violenti. Anzi, molto spesso erano uomini comuni, normali, in certi casi addirittura banali. Proprio qui stava il vero elemento di novità per sistema totalitario: nella capacità di dare un senso a vite di per sé insensate.

Un'adunata delle SA nel 1929 (foto degli Archivi Generali Tedeschi)
Un’adunata delle SA nel 1929 (foto degli Archivi Generali Tedeschi)

Chiaramente, in un individuo banale, scarsamente istruito, incapace di ragionare in profondità sui problemi, la propaganda totalitaria faceva breccia molto facilmente. A persone di questo tipo si poteva raccontare qualsiasi cosa. E le parole che assecondavano le paure o le aspettative di questa gente venivano prese per vere in ogni caso.

Per questo, nel regime totalitario il confine tra vero e falso diventa molto più labile. Oggi diremmo che non si riesce più a porre una demarcazione tra verità e fake news, tra dati e bugie. Per questo, più che di fedelissimi invasati, il regime totalitario ha bisogno di uomini che non pensano perché non mettono in dubbio le parole del leader.

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Era questa, in fondo, la natura anche di Adolf Eichmann, il gerarca nazista che Hannah Arendt ebbe modo di studiare a lungo durante il processo che questi subì in Israele nel 19611. Un uomo qualunque, eppure colpevole – senza quasi rendersene conto – di crimini orrendi.

 

5. L’estraniazione come pre-condizione

Come abbiamo già accennato nel corso di questa nostra presentazione, per Hannah Arendt il totalitarismo non è qualcosa che emerge dal nulla. È un sistema, piuttosto, che si insinua in un tessuto sociale e politico che già è pronto ad accoglierlo.

La Arendt risale, infatti, ad alcune cause storiche, che lei individua nella crisi dell’imperialismo e nel sorgere del moderno antisemitismo. C’è però anche qualcosa di più profondo alla base del totalitarismo, che non dipende da precisi fatti storici.

Quel che prepara così bene gli uomini moderni al dominio totalitario è l’estraniazione che da esperienza limite, usualmente subìta in certe condizioni sociali marginali come la vecchiaia, è diventata un’esperienza quotidiana delle masse crescenti del nostro secolo.

La frase con cui abbiamo deciso di chiudere la nostra panoramica cerca proprio di portare l’attenzione sulla questione sociale. Perché per Hannah Arendt il totalitarismo si insinua in una società che ha perso la propria direzione, che ha visto crollare i propri valori tradizionali.

Secondo la pensatrice tedesca, influenzata dal suo maestro Martin Heidegger e in generale dalla analisi esistenzialista, è infatti il vuoto dell’uomo moderno a favorire l’imporsi dell’ideologia totalitaria.

La base in cui si insinua il totalitarismo

Nella frase che abbiamo già mostrato qui sopra, la Arendt sottolinea come le masse vivano ormai in condizioni che potremmo definire marginali. Marginali, però, non per via dell’età o di una qualche guerra, ma per l’estraniazione reciproca che ognuno prova nei confronti del proprio simile.

Giovani nazisti in marcia
E proprio tale estraniazione spinge l’uomo nelle braccia di queste ideologie. Emblematico in questo senso quello che la Arendt scrive subito dopo la frase sopra citata:

L’inesorabile processo in cui il totalitarismo inserisce le masse da esso organizzate appare come un’evasione suicida da questa realtà. La “freddezza glaciale del ragionamento” […] si presentano come l’ultimo punto d’appoggio in un mondo dove non ci si può fidare di niente e di nessuno.

 

Note e approfondimenti

  • 1 A proposito di quel caso, qui potete trovare un resoconto di come Israele riuscì a prenderlo.

 

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