Non è facile, dato un elenco di scoperte e di ricerche nel campo scientifico, stabilire quale sia la più importante. A volte, per carità, una novità è così sconvolgente che si comprende subito che rivoluzionerà il nostro modo di guardare al mondo. In altri casi, però, le scoperte migliori portano ad effetti che si sviluppano un po’ alla volta nel tempo. Così, sarebbe sempre utile aspettare, prima di lanciarsi in sperticati elogi.

Tenersi aggiornati

È anche vero, però, che tenersi aggiornati è importante, e anche non lasciarsi sfuggire le novità nei campi della medicina, della fisica, dell’astronomia, della chimica, delle scienze umane. Non solo per sognare ad occhi aperti riguardo alle possibilità che si apriranno in futuro, ma anche per ricordarsi come le nostre conoscenze siano sempre momentanee e passibili di revisioni.

Per questo abbiamo raccolto cinque scoperte che, nell’ultimo anno e mezzo, hanno fatto sensazione. Ve ne diamo conto, cercando di spiegarvele in modo semplice ma corretto.


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Dopo trent’anni, un nuovo antibiotico

Le speranze attorno al teixobactin

Il terreno da cui, con la tecnologia iChip, gli scienziati hanno estratto il teixobactinAll’inizio del gennaio del 2015 la prestigiosa rivista Nature ha annunciato sul proprio sito la scoperta di un nuovo antibiotico. Cosa da poco, penserete voi. Ebbene no, perché era da trent’anni che non se ne trovavano di nuovi e si iniziava a temere che la lotta agli agenti patogeni non avrebbe fatto più passi in avanti. Anzi, sarebbe regredita, perché si è notata una aumentata resistenza delle malattie agli antibiotici già usati. Insomma, c’era un deciso bisogno di aria fresca nel settore.

Come si legge su Nature 517, uscito in versione cartacea il 22 gennaio 2015, dall’analisi di un terreno del Maine è stata individuata una nuova classe di antibiotici. Chiamata teixobactin, questa nuova sostanza ha già dato buoni risultati con la membrana cellulare dei batteri Gram-positivi, tra l’altro manifestando un comportamento diverso da quello degli altri antibiotici conosciuti. La speranza è di iniziare la sperimentazione sull’uomo entro il 2017 e riuscire a commercializzare il prodotto per il 2020.

Gli esperti di Boston

La scoperta è merito di un team di ricercatori composto da studiosi della Northeastern University di Boston e della NovoBiotic Pharmaceutical. Allo studio hanno però partecipato anche esperti dell’Università di Bonn. Anche grazie a loro, gli esperimenti finora condotti sui topi hanno dato risultati molto incoraggianti, soprattutto nel fronteggiare le infezioni da Staphylococcus aureus e Streptococcus pneumoniae.

 

L’arrivo dell’Homo naledi

Migliaia di fossili trovati in Sudafrica

Una ricostruzione del possibile volto dell'Homo nalediLa conoscenza di noi comuni mortali riguardo all’evoluzione umana è abbastanza cristallizzata. Prima i primati, poi gli ominidi che cominciavano a camminare su due gambe, poi ancora gli Australopitechi – come Lucy – e infine gli Homo. Prima l’Homo abilis, poi l’Homo erectus, l’uomo di Neanderthal, infine l’Homo sapiens. Una linea che abbiamo imparato a scuola e che, quando la ricordiamo, un po’ ci rassicura. Una nuova scoperta, anche questa datata 2015, però porterà forse a rivedere in parte questa successione.

Già nel 2013, in Sudafrica, era stato scoperto un vasto complesso di grotte chiamato Rising Star Cave. Al suo interno c’erano 1.500 reperti fossili, che sono stati catalogati e studiati nei mesi successivi. In un articolo pubblicato su eLife nel settembre del 2015 si sono presentati gli esiti di questo ampio studio. Che si possono riassumere così: nella catena evoluzionistica umana bisogna introdurre un nuovo elemento, che possiamo chiamare Homo naledi. Il nome, e in particolare la parola naledi, deriva dal luogo del ritrovamento, visto che nella lingua indigena locale quel termine significa “stella”, con riferimento al nome delle caverne.

Tra l’Australopiteco e l’Homo

I reperti trovati appartengono a 15 esemplari diversi e sono molto numerosi. In generale, si tratta della più corposa scoperta di sempre in campo evoluzionistico. Gli studiosi affermano che questa nuova specie potrebbe essere una specie di anello di passaggio dall’Australopiteco all’Homo. Alto circa 150 centimetri, l’Homo naledi aveva ancora il piccolo cervello del suo progenitore ma cranio, mandibola e denti simili a quello del suo discendente. Anche in altri elementi – come la cassa toracica, le mani e gli arti inferiori – questa ambiguità tra le due altre specie conosciute rimane evidente.

Scoperti nella zona della celebre Culla dell’umanità dai dilettanti Rick Hunter e Steven Tucker, i fossili sono stati analizzati da un team internazionale. A guidarlo è stato chiamato Lee Berger, paleoantropologo dell’Università del Witwatersrand, a Johannesburg. I suoi risultati, giudicati stupefacenti da molti esperti, necessitano però di ulteriori conferme e studi.

 

C’è acqua su Marte

Lo studio di Lujendra Ojha e la conferma della NASA

Lujendra Ojha presenta i suoi risultatiImmagini di Marte già ne avevamo. E soprattutto avevamo tanti racconti e film di fantascienza, che ci paventavano di misteriosi marziani dotati di una grande tecnologia e pronti ad invaderci in ogni momento. Puro lavoro di fantasia, perché, da quel che sapevamo, segni di vita su Marte non sembrano essercene. Anche se qualche indizio lasciava aperta la porta a un futuro ripensamento.

L’elemento più grosso, comunque, è arrivato nel settembre 2015, quando Nature Geoscience ha pubblicato un articolo firmato da Lujendra Ojha. E quando, allo studio del ricercatore del Georgia Institute of Technology di Atlanta, è seguita una conferenza stampa esplicativa della NASA. Perché tanto clamore? Perché si è dimostrato che le linee scure che, nelle fotografie, uscivano da numerosi crateri di Marte sono in realtà composte da acqua. E che quindi il liquido che nel nostro pianeta è sinonimo di vita è presente anche lì.

Le ipotesi sulla sua origine

Quest’acqua, probabilmente salata, si presenta solo stagionalmente sulla superficie. Sul perché di questo comportamento gli studiosi sono ancora divisi. Un’ipotesi è che esista del ghiaccio che, in corrispondenza dell’estate marziana, si sciolga e generi l’acqua, che poi evaporerebbe molto in fretta. Ma non si è parlato solo di ghiaccio: si sono ipotizzate anche falde acquifere, geyser e vapore acqueo atmosferico.

Un’indagine più approfondita e la ricerca di ulteriori segni di vita su Marte saranno compiti di Astrobiology Field Laboratory, la nuova missione NASA condotta tramite robot che dovrebbe partire in questo 2016.

 

La scoperta di nuovi pianeti grazie al telescopio Kepler

I molti cugini della Terra

Simulazione che mostra come potrebbe essere Kepler-438 b, il pianeta più simile alla Terra finora conosciutoRimaniamo per un attimo in un ambito che fino a qualche mese fa avremmo definito fantascientifico. Di sicuro avrete visto film o letto libri in cui gli umani, in un futuro non troppo lontano, decidono di lasciare la Terra e di andare a colonizzare un altro pianeta. Anche Interstellar, il recente e bel film di Christopher Nolan, si basa su questa idea di partenza. Esistono altri pianeti, là fuori, dove un giorno l’umanità potrà trasferirsi? Esistono altri pianeti abitabili?

Ebbene, la domanda non interessa più solo la fantascienza. Come abbiamo appena visto, la NASA e gli scienziati studiano sì Marte, ma non smettono di cercare – a distanze più ampie – pianeti il cui ecosistema sia compatibile con la vita umana. Negli ultimi anni, da questo punto di vista, si sono fatti progressi importanti. Nel marzo 2009 è stato lanciato in orbita il telescopio spaziale Kepler che ha proprio il compito di individuare pianeti della Via Lattea che gravitino attorno a una stella simile al nostro Sole.


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L’Earth Smilarity Index

Proprio nel 2015 la NASA ha annunciato infatti risultati importanti. Basandoci sull’Earth Similarity Index, cioè su una scala di misura che indica la somiglianza di questi nuovi pianeti con la Terra, è stato scoperto infatti il pianeta più simile al nostro mai individuato. Si tratta di Kepler-438 b, che gira attorno alla stella Kepler-438. Si trova a circa 472 anni luce da noi, nella costellazione della Lira. Ha un raggio che è il 12% più grande di quello terrestre e compie un giro attorno alla sua stella madre (una nana rossa) in appena 35 giorni.

Purtroppo, però, non è detto che Kepler-438 b sia realmente abitabile, nonostante i valori di temperatura e abitabilità vicini al nostro. Infatti gli scienziati hanno ipotizzato che vi sia un alto livello di radiazioni che renderebbe superflua anche la presenza di acqua. Alcuni stimano che il pianeta possa essere simile, anzi, a una versione più fresca di Venere.

Kepler-442 b e Kepler-452 b

Comunque sono stati scoperti altri due pianeti oggetto di studio, anche se con valori dell’Earth Similarity Index lievemente minori: Kepler-442 b e Kepler-452 b. Il primo è il 34% più grande della Terra, si trova anch’esso nella costellazione della Lira ed ha un periodo orbitale di 112 giorni. La gravità dovrebbe essere quindi il 30% circa più forte e relativamente tollerabile anche per gli umani. Ulteriori studi sono però necessari.

Per quanto riguarda Kepler-452 b, invece, questo pianeta è stato scoperto solo nel luglio scorso e compie un giro attorno alla propria stella in 384 giorni. Quello che però lascia perplessi è proprio il suo raggio, che è 1,63 volte più grande di quello terrestre; inoltre la massa potrebbe essere cinque volte maggiore della nostra. Questo fa ipotizzare che il pianeta abbia un’attività vulcanica molto intensa e che sia ricoperto da una spessa coltre di nubi. Inoltre sia il pianeta che la sua stella sono più vecchi rispettivamente della Terra e del Sole.

 

Le onde gravitazionali

Una conferma alle teorie einsteiniane che arriva anche dall’Italia

Lo scontro tra buchi neri simulato al computerConcludiamo con una scoperta datata 2016 che ha avuto una grande eco sui giornali, anche perché ha visto il coinvolgimento di ricercatori italiani. Una scoperta che però viene in un certo senso da un secolo fa. Era infatti il 1916 quando Albert Einstein, all’interno della sua teoria della relatività generale, prevedeva l’esistenza di onde gravitazionali, cioè di deformazioni della curvatura dello spaziotempo che si propagano come onde.

La previsione era che al passaggio di un’onda gravitazionale le distanze tra i punti dello spazio si sarebbero contratte e allungate in maniera ritmica. Il problema è che era difficile rilevare sperimentalmente questo effetto, visto che anche gli strumenti usati per misura le distanze avrebbero subito gli stessi effetti. L’11 febbraio di quest’anno, però, il team che lavora all’osservatorio statunitense LIGO è riuscito a misura le onde causate dalla collisione di due buchi neri.

Il rilevatore di Pisa

Per quanto riguarda il ruolo italiano nella scoperta, bisogna ricordare che la conferenza stampa di presentazione dei risultati è stato condotta assieme dagli scienziati di LIGO e da quelli di VIRGO. Quest’ultimo è il nome di un rilevatore interferometrico di onde gravitazionali che sorge a Cascina, in provincia di Pisa. Il progetto è frutto di una collaborazione italo-francese ed è finanziato dall’ERGO (l’Osservatorio Gravitazionale Europeo).

 

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