Il mito della caverna di Platone, spiegato in 5 punti

Una rappresentazione grafica del mito della caverna di Platone (illustrazione di 4edges via Wikimedia Commons)

Il mito della caverna di Platone è uno dei miti più celebri, se non quello in assoluto più famoso, della storia della filosofia. D’altronde, finisce per riassumere sostanzialmente tutto il pensiero del grande filosofo ateniese e risulta anche abbastanza facile da ricordare, nonostante sia denso di significato.

Nel nostro sito l’abbiamo citato più volte, ma oggi cerchiamo di analizzarlo nel dettaglio, raccontandovelo e spiegandovelo. E ovviamente lo facciamo, come al solito, in cinque punti.

 

1. Che cosa racconta il mito della caverna

Cerchiamo prima di tutto di comprendere il contenuto di questo mito. Platone ce lo racconta all’interno de La Repubblica, la sua opera più famosa e importante, all’inizio del VII libro.

Immaginate una caverna abbastanza oscura, all’interno della quale sono detenuti, fin dall’infanzia, degli schiavi. Questi schiavi sono incatenati a un muro e bloccati, in modo tale che i loro occhi si possano rivolgere solo verso il fondo della caverna.

Il mito della caverna di Platone

La caverna, però, non è abitata solo da questi schiavi. Dietro al muro, non viste dagli uomini incatenati, passano spesso delle persone che trasportano al di sopra delle loro teste degli oggetti, come vasi e statuette. Quella zona della caverna, tra l’altro, è rischiarata da un alto fuoco.

Visto che questi trasportatori e il fuoco si trovano al di là del muro a cui sono incatenati gli schiavi, questi ultimi non li vedono. Sentono solo delle voci e vedono, proiettate sul fondo della caverna, le ombre di quelle statue. Non avendo mai visto altro nella loro vita, si convincono che le voci siano di quelle ombre, che pensano essere cose reali.

Uno schiavo si libera

Ad un certo punto, però, uno degli schiavi viene liberato e, aggirando il muro, capisce la natura della caverna. Si rende conto, cioè, che quelle che credeva essere le vere realtà sono solo ombre proiettate da altri oggetti a loro volta illuminati dal fuoco. Fuoco che inizialmente fatica a guardare, abituato com’è al buio.

In breve lo schiavo viene sospinto verso l’apertura della caverna e lì i suoi occhi si trovano ancora più in difficoltà, perché non è mai stato abituato alla luce solare. Così, quando esce all’aperto, non può neppure guardarsi attorno, dato il dolore che prova agli occhi.

Le cose riflesse nell'acqua di una pozzanghera

Un po’ alla volta, però, comincia ad abituarsi, e può quindi cominciare a scorgere le cose della natura magari non direttamente, ma riflesse sulle pozzanghere d’acqua, le uniche cose che può vedere fintanto che è costretto a tenere lo sguardo basso.

Dopo un ulteriore lasso di tempo, però, gli occhi si abituano ormai definitivamente a quel mondo e lo schiavo può prima alzare gli occhi al cielo di notte e poi alzarli anche durante il giorno, fino a scorgere infine il sole, ciò che dà luce a tutto.

Il ritorno alla caverna

A questo punto lo schiavo è felice e soddisfatto di aver scoperto una realtà così ignota e insospettabile. Non vuole però tenere questa scoperta solo per sé: pensando ai suoi compagni di prigionia ancora chiusi dentro alla caverna, sente infatti la necessità di tornare da loro ed avvertirli.

Compie così lo stesso percorso di prima, ma questa volta al contrario: rientra nella caverna e si dirige verso il luogo a cui tutti sono incatenati. Il problema è però che, passando dalla grande luce alla grande penombra, fatica a vedere. I suoi occhi stentano infatti ormai ad abituarsi alla scarsa luce della caverna.

Così, quando arriva al cospetto dei vecchi compagni di prigionia, i suoi occhi appaiono guasti e danneggiati, incapaci di distinguere le forme. I compagni, di conseguenza, dubitano delle sue parole. Lui infatti racconta quello che ha visto, ma gli altri schiavi non si fidano di uno che non riesce neppure a vedere le immagini sul fondo della caverna.

Il mito si conclude affermando che se lo schiavo insistesse a cercar di convincere i propri amici, questi ad un certo punto si stuferebbero e finirebbero per ucciderlo.

 

2. Qual è il significato del mito

Come dicevamo, il mito della caverna racchiude in poche pagine tutti gli aspetti più importanti della filosofia platonica. Il pensiero dell’ateniese, infatti, si fonda su un forte dualismo: esistono due mondi, uno apparente e falso, un altro nascosto e vero.

Il mondo apparente è quello della nostra vita quotidiana, quello in cui ci orientiamo soprattutto tramite i sensi; quello della materialità e del divenire, dove tutto pare fugace e illusorio. Il mondo vero è invece nascosto dietro a questo mondo fugace, è un mondo in cui si giunge tramite la ragione e in cui vivono le idee eterne ed immutabili.

La Repubblica di Platone

Nel nostro mondo, infatti, tutto è effimero; tutto nasce, vive e muore senza lasciare apparente traccia. Ma ci sono idee – come l’idea di giustizia, l’idea di bellezza, l’idea di bene, l’idea di retta, l’idea di triangolo e così via – che non sono mutevoli ma eterne, che non variano di giorno in giorno ma durano per sempre.

Per il filosofo, noi dobbiamo sempre più cercare di liberarci da questo mondo materiale e superficiale per accedere al mondo più alto, quello delle verità eterne. Il percorso dello schiavo all’interno del mito della caverna è proprio questo: quello che esce dall’illusione ed arriva alla verità. Ma per illustrarlo ancora meglio è bene però che decifriamo le allegorie usate da Platone.

 

3. Quali sono i simboli di questo mito

Il mito, infatti, è pieno zeppo di simboli che non è neppure troppo difficile decifrare. Lo stesso Platone, nelle pagine successive de La Repubblica dà qualche indicazione al riguardo. Vediamo però ora questi simboli uno ad uno, con un rapido elenco:
– la caverna: rappresenta il nostro mondo sensibile, quello dell’apparenza;
– la realtà esterna alla caverna: rappresenta invece l’Iperuranio, il mondo delle idee, mondo popolato da cose eterne ed immutabili;
– gli schiavi incatenati: siamo noi, gli esseri umani;
– le catene: le passioni, i vizi, le superficialità, l’ignoranza, ovvero tutto ciò che ci tiene legati a questo mondo, che non ci permette di elevarci;
– lo schiavo liberato: è il protagonista del mito e rappresenta il filosofo, perché il compito del filosofo è proprio questo, cioè spezzare le proprie catene (dell’ignoranza e del vizio) e camminare verso la luce della verità;
– le ombre che gli schiavi vedono proiettate: sono l’ombra delle cose, il grado più elementare (e superficiale, oltre che ingannevole) di conoscenza;
– le statue che proiettano quelle ombre: rappresentano le cose sensibili presenti nel nostro mondo, imitazioni di realtà più alte;
– il fuoco interno alla caverna: rappresenta l’archè, ovvero i primi tentativi compiuti dai filosofi di “rischiarare” il nostro mondo;
– l’uscita dalla caverna: il tentativo del filosofo di guardare oltre l’apparenza;
– gli occhi accecati dalla luce: il fatto che guardare alla vera realtà delle cose è difficile e doloroso, almeno all’inizio, e che le verità più profonde appaiono per un certo tempo come incomprensibili;
– la possibilità di vedere le cose riflesse nell’acqua: il fatto che prima di giungere a conoscere le idee si deve passare attraverso dei gradi intermedi di conoscenza, ad esempio attraverso la matematica;
– le cose che popolano il mondo esterno alla caverna: rappresentano le idee-valore;
– il sole: l’idea più elevata, quella di bene;
– il desiderio dello schiavo di ritornare alla caverna: la voglia dei filosofi di comunicare ciò che hanno scoperto anche agli altri uomini;
– il fatto di non vederci più, una volta rientrato: la difficoltà del filosofo a ritornare a dare importanza alle cose banali e quotidiane, ora che è abituato a ragionare sulla verità più profonda;
– gli schiavi che lo deridono perché non vede più nulla, mentre loro sono ancora bravi a vedere le ombre: i falsi maestri e in particolare i sofisti, bravi a capire le cose superficiali del mondo ma non a comprendere la verità;
– l’eventuale uccisione dello schiavo da parte dei suoi compagni: la morte di Socrate, condannato a morte dai suoi pari nonostante comunicasse ai cittadini di Atene la verità.

 

4. Come spiegarlo ai bambini

Il mito dovrebbe, ora, risultare abbastanza chiaro. È però, come vi sarete accorti, relativamente complesso e quindi serve una certa attenzione per coglierne tutte le sfaccettature. Per questo può non risultare molto semplice il tentativo di illustrare e raccontare questo mito a dei bambini, come a volte però si prova a fare.

Il nostro consiglio è in primo luogo quello di aiutarsi con qualche figura, come ad esempio quelle che corredano questo articolo, ma soprattutto di riferirsi ad alcuni esempi concreti che i bambini già conoscono. La caverna di Platone, infatti, assomiglia – e l’hanno notato in molti negli scorsi decenni – a una moderna sala cinematografica.

Una sala cinematografica

In un cinema, infatti, noi siamo immersi nell’oscurità e siamo portati a guardare verso uno schermo su cui vengono proiettate le ombre delle cose, cioè delle imitazioni di realtà. Se passassimo tutta la vita nella sala, saremmo portati a credere che i film che vediamo siano la vera realtà del mondo.

Uscendo dal cinema, però, ci accorgeremmo che quello che vediamo sullo schermo è solo un inganno. E ce ne accorgeremmo però gradualmente, perché ancora una volta i nostri occhi dovrebbero riabituarsi alla luce e, infatuati da quello che hanno visto al cinema, potrebbero metterci un po’ per abituarsi alla più cruda realtà.

Usando l’allegoria del cinema, insomma, si può comunicare ai bambini e ai ragazzi lo stesso identico mito di Platone, un po’ più aggiornato. E si può aiutare i bambini a pensare al fatto che a volte ci affidiamo troppo alla superficie delle cose, all’apparenza, non arrischiandoci a cercare di andare più a fondo delle cose e controcorrente.

 

5. Il testo originale di Platone

Per concludere, abbiamo deciso di riportarvi il testo originale del mito della caverna, così come viene presentato da Platone ne La Repubblica.

«Ora», continuai, «paragona la nostra natura, per quanto riguarda l’educazione e la mancanza di educazione, a un caso di questo tipo. Pensa a degli uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l’ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell’antro; questi uomini vi stanno fin da quando erano bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e poter guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via delle catene. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, mentre tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo, come i paraventi sopra i quali i burattinai, nascosti al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli».
«Li immagino», disse.
«Immagina allora anche degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d’ogni genere sporgenti dal margine, e statue e altre immagini di pietra e di legno delle più diverse tipologie; alcuni portatori, com’è naturale, parlano, mentre altri tacciono».
«Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!»
«Sono simili a noi», replicai: «prima di tutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos’altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna posta di fronte a loro?»
«E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere la testa immobile?»
«E per gli oggetti trasportati non sarà la stessa cosa?»
«Certo!»
«Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?»
«È inevitabile».
«E se nel carcere ci fosse inoltre un’eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all’ombra che passa?»
«Certo, per Zeus!»
«Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non è altro che l’ombra degli oggetti».
«È del tutto inevitabile», disse.
«Considera dunque», ricominciai, «come potrebbero liberarsi e guarire dalle catene e dall’ignoranza, se capitasse loro naturalmente un caso come questo: qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d’improvviso ad alzarsi, girare il collo, camminare e guardare verso la luce, e nel fare tutto questo soffrisse e per la luce abbagliante fosse incapace di vedere quelle cose di cui prima vedeva le ombre, come credi che reagirebbe se qualcuno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze, mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più vero, perché il suo sguardo è rivolto ad oggetti maggiormente reali, e inoltre, mostrandogli ognuno degli oggetti che passano, lo costringesse con delle domande a rispondere che cos’è? Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?»
«E di molto!», esclamò.
«E se fosse costretto a guardare proprio verso la luce, non gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbe, voltandosi indietro verso gli oggetti che può vedere e considerandoli realmente più chiari di quelli che gli vengono mostrati?»
«È così», rispose.
«E se qualcuno», proseguii, «lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo abbandonasse prima di averlo condotto alla luce del sole, proverebbe dolore e rabbia ad essere trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi accecati dal bagliore, non potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri?»
«No, non potrebbe, almeno tutto a un tratto», rispose.
«Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisi, credo. Innanzitutto distinguerebbe con massima facilità le ombre, poi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell’acqua, infine le cose reali; in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cielo, alla luce delle stelle e della luna, che di giorno il sole e la luce solare».
«Come no?»
«Per ultimo, credo, potrebbe contemplare il sole, non la sua immagine riflessa nell’acqua o in una superficie impropria, ma così com’è nella sua realtà e nella sua sede».
«Per forza», disse.
«In seguito potrebbe dedurre che è il sole a regolare le stagioni e gli anni e a governare tutto quanto è nel mondo visibile, e che in qualche modo esso è causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano».
«È chiaro», disse, «che dopo quelle esperienze arriverà a queste conclusioni».
«E allora? Credi che lui, ricordandosi della sua prima dimora, della sapienza di laggiù e dei vecchi compagni di prigionia, non si considererebbe fortunato per il mutamento di condizione e non avrebbe pietà di loro?»
«Di certo».
«E se allora si scambiavano onori, elogi e premi, riservati a chi discernesse più acutamente gli oggetti che passavano e si ricordasse meglio quali di loro erano soliti venire per primi, quali per ultimi e quali assieme, e in base a ciò indovinasse con la più grande abilità quello che stava per arrivare, ti sembra che egli ne proverebbe desiderio e invidierebbe chi tra loro fosse onorato e potente, o si troverebbe nella condizione descritta da Omero e vorrebbe ardentemente “lavorare a salario per un altro, pur senza risorse” e patire qualsiasi sofferenza piuttosto che fissarsi in quelle congetture e vivere in quel modo?»
«Io penso», rispose, «che accetterebbe di patire ogni genere di sofferenze piuttosto che vivere in quella maniera».
«E considera pure questo», aggiunsi: «se quell’uomo scendesse di nuovo a sedersi al suo posto, i suoi occhi non sarebbero pieni di oscurità, arrivando all’improvviso dal sole?»
«Certamente», rispose.
«E se dovesse di nuovo considerare quelle ombre e gareggiare con i compagni rimasti sempre prigionieri prima che i suoi occhi, ancora deboli, si ristabilissero, e gli occorresse non poco tempo per riacquistare l’abitudine, non farebbe ridere e non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?»
«Eccome!», esclamò.

 

E voi, quale spiegazione del mito della caverna preferite?

 

Segnala altre cose da sapere sul mito della caverna di Platone nei commenti.

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